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Testimonianza di Madre Maria de las Nieves García su Conchita e i messaggi di Garabandal

“I MIEI RICORDI DI CONCHITA NELLA SCUOLA DI BURGOS”
(1966-1968)

1. L’ingresso nella scuola di Burgos


Nel 1966 svolgevo l’incarico di Superiora della nostra scuola di Burgos, città che fu la culla della nostra Congregazione di Concezioniste Missionarie dell’Insegnamento, cui la nostra santa fondatrice, Carmen Sallés, aveva dato inizio nel 1892. Nel 1966 era una delle scuole più grandi della città e avevamo un collegio per bambine, cosa che era molto comune in tutte le scuole religiose. Ma, durante l’anno scolastico 1966-67, erano occupati tutti i posti delle interne, perciò avevo detto all’incaricata che non ricevesse alcuna istanza nuova, perché non potevamo accettarla.

In queste circostanze, venni poi a sapere che era venuta alla scuola la madre di Conchita, Aniceta, a chiedere un posto come interna per sua figlia. Veniva accompagnata da Ascensión de Luis Sagredo, più nota come Chon de Luis, e dal professore di Economia dell’Università di Saragozza e autore del primo libro su Garabandal, Francisco Sánchez Ventura, due persone che erano state testimoni degli avvenimenti di Garabandal fin dagli inizi delle apparizioni. Io allora non sapevo nulla di Garabandal, non avevo neppure seguito le notizie che durante quegli anni erano apparse sui giornali. L’incaricata disse loro che non avevano alcun posto libero. Chiesero i recapiti del nostro cappellano, don Manuel Guerra, e andarono a chiedere in un’altra scuola della città, della quale pure avevano buone informazioni.

Quando arrivarono nell’altra scuola si ritrovarono nella situazione che la superiora non c’era, e allora andarono alla casa di don Manuel Guerra. Questo sacerdote si interessò del caso personalmente e si offrì di accompagnare la madre di Conchita per parlare con me. E avvenne provvidenzialmente che tra la prima visita e questa seconda visita una di quelle ammesse aveva rinunciato al suo posto di interna. In queste circostanze non c’era ormai più alcun motivo per non ammetterla. E fu allora che mi comunicarono che Conchita era una della quattro bambine veggenti di Garabandal. Mi misero al corrente di ciò che io dovevo sapere per aiutarla nella sua formazione umana e spirituale. E decidemmo che la cosa migliore era che Conchita rimanesse nella scuola occultando la sua identità, in modo tale che sia le sue compagne, sia i suoi professori, sia le suore della scuola non sapessero chi era. L’avremmo saputo solo la Madre Generale della nostra Congregazione ed io. Si decise che don Manuel Guerra sarebbe stato il suo confessore e io la sua formatrice. Inoltre mi consegnarono un elenco delle ben poche persone che l’avrebbero potuta visitare, per proteggere la bambina da curiosi e importuni. E siccome ella era stata battezzata con il nome di Maria Concepción, decidemmo che d’ora in poi nella scuola l’avremmo chiamata Maria, nome che ha usato nel corso della sua vita e che usa in varie occasioni per non farsi riconoscere come Conchita, la veggente di Garabandal.

Conchita rimase nella nostra scuola tutto l’anno scolastico 1966-67 e il primo trimestre dell’anno scolastico successivo. E solo pochi giorni prima di andarsene, per disposizione della nostra Madre Generale, fu detto alle suore e alle sue compagne di scuola chi era Conchita. Fino ad allora nessuno aveva saputo nulla, cosa che la dice lunga sulla rettitudine del suo carattere, visto che seppe tacere e passare inavvertita, quando qualunque commento l’avrebbe convertita nel centro dell’attenzione di tutte, cosa che avrebbe lusingato la sua vanità di adolescente. E al riguardo, oltra a fortezza, dimostrò di avere una maturità per nulla comune per la sua età.

Conchita aveva un livello di studi molto scarso, ricordo ancora gli errori di ortografia che faceva quando arrivò. Sicuramente era andata alla scuola del paesino di Garabandal, in cui, malgrado la buona volontà della maestra, i mezzi erano scarsi. Inoltre nella Spagna rurale di quegli anni gli obblighi scolastici cessavano quando era necessario aiutare nei campi, di modo che per una bambina di quel paese remoto delle montagne di Santander né la matematica né la lingua erano la cosa prioritaria. Per metterla alla pari le demmo lezioni di cultura generale e di dattilografia, che erano degli studi molto comuni tra le adolescenti degli anni sessanta. Conchita era molto sveglia. Ma aveva una differenza culturale enorme. Mi faceva delle domande su cose molto elementari che ella ignorava, avendo vissuto nell’ambiente isolato di una paesino di Santander. Ma allo stesso tempo che dico che era sveglia, affermo che Conchita non aveva nulla di saputella. Era molto semplice e mi chiedeva con tutta fiducia. Ricordo che in una certa occasione mi chiese che cos’era il comunismo, che lo aveva sentito dalla Madonna ed ella non sapeva a che cosa si riferisse. E questo mi fa ricordare qualcosa che avvenne pure ai pastorelli di Fatima, che quando commentarono tra di loro ciò che la Madonna aveva detto loro, che la Russia avrebbe diffuso i suoi errori nel mondo, Francesco affermò che la Madonna si doveva riferire all’asino dello zio Gioacchino che si chiamava “Russa”, al che la maggiore dei tre, Lucia, rispose affermando che Russia doveva essere il nome di una donna molto cattiva.


* * *

2. La vita di studentessa

Come ho già detto, Conchita rimase nella nostra scuola un anno scolastico intero e il primo trimestre del successivo. Potrei dire che l’anno scolastico 1966-67 non fu una permanenza completa, ma completissima, perché le vacanze estive non le godette completamente nella sua casa di Garabandal, visto che ella chiese di poter rimanere per un mese delle vacanze estive nella nostra scuola.

Conchita trovò nella nostra scuola accoglienza e comprensione da parte mia. E questo la fece sentire molto bene, visto che fin dall’inizio delle apparizioni aveva subito l’incomprensione dei più prossimi. Quasi sempre si pone l’accento sull’ammirazione che coloro che salivano a Garabandal provavano verso le bambine, e questo era vero. Ma così come è vero che le bambine ebbero molti sostenitori, altrettanto vero è che non mancò loro la croce dell’incomprensione e delle dicerie fin dall’inizio: Conchita stessa lo racconta nel Diario che scrisse tra gli anni 1962 e 1963 e che è noto perché è stato pubblicato. La prima apparizione dell’Angelo avvenne la domenica 18 giugno 1961, e in quel diario si può leggere quanto segue:

"È arrivato il giorno 19. Quando ci siamo alzate, la gente incominciava già a parlare (…). Insomma, ognuno la pensava a modo suo. Quel giorno non si è parlato d'altro (…). La maggior parte della gente rideva di noi, ma per noi era indifferente perché sapevamo che era vero. Queste conversazioni si tenevano alle dieci del mattino, quando già uscivamo per andare a scuola".

E quello non era nient’altro che un piccolo inizio di ciò che la aspettava: le sessioni della commissione, i viaggi al vescovado di Santander, gli interrogatori, ecc.

Ogni pomeriggio, nelle ore possibili per me, mi cercava e parlavamo in uno dei salottini. Non la obbligai mai, ella veniva volontariamente. Un Padre Clarettiano, P. Joaquín Maria Alonso, che a Fatima stava studiando il caso “Lucia” per ordine della Congregazione della Fede, informato, venne a trovarmi più di una volta. Parlò con la Madre Generale, e mi disse di scrivere tutto ciò di cui avrei parlato con Conchita, di non distruggerlo, fossero pure passati cent’anni.
Oltre al diario che io scrissi annotando le conversazioni che mantenevamo, tra le mie carte costudisco le agende-diario che scrisse Conchita. Le consigliai, se ne avesse avuto bisogno, in particolare come sfogo interiore, di scrivere il suo diario nella scuola. Così fece. Conservo le sue due agende, che nell’andarsene diede a me, senza che io le richiedessi. In esse si trovano espressioni costanti come queste:

"Ogni giorno do meno valore alle cose della terra, e prego Maria per tutti”.
“Amo Dio al di sopra di tutto”.
“Aiutami, Dio mio, a fare sempre la Tua volontà!”.
“Ti amo moltissimo, Signore!”
“Che felice mi rendeva la Vergine Maria al vederLa!”
“Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, grazie per aiutarmi così tanto!”
“Fino a ieri non avevo mai pensato che la Vergine Maria era figlia di Adamo ed Eva. Questo mi ha fatto pensare che è figlia del mio stesso padre e mi ha fatto amarLa di più. Anche se adesso la tengo come madre, amica e sorella…"


Io cercavo di formare Conchita con prudenza, prestando attenzione a ciò che mi diceva senza fare domande indiscrete. Trattavamo di orazione, dell’amore verso Cristo, della volontà di Dio, dell’Eucaristia, del rispetto verso gli altri, della Fede, della Fiducia… Tutto consta nel mio diario. Ebbi e ho di Conchita un’opinione ben basata di lei, con la quale non ho smesso di comunicare via lettera, telefono, e andando a stare con lei varie volte a Fatima, dove ella ha una casa in cui si reca con frequenza, quando i suoi obblighi di famiglia glielo permettono.

Per tutto ciò, dopo aver avuto un rapporto con lei per molto tempo e profondo, posso definirla come una donna di una grande personalità, senza protagonismi, delicata, caritatevole, umile, umorista, che cerca sempre di compiere la volontà di Dio, obbediente alla Chiesa. Non bigotta, come mi conferma una delle sue amiche veggenti, Maria Cruz. Caratteristiche della sua personalità che ho trasmesso al Santo Padre attuale in una recente lettera che gli ho scritto. Dalla sua tappa come studentessa non ho smesso di comunicarmi con lei. Ci unisce una grande amicizia. Scrissi nel mio diario, che conservo, tutto ciò di cui parlavamo a scuola. Ho pure i diari, che ella scrisse stando con me. Tutto quanto mi è arrivato da lei, personalmente o per iscritto, lo conservo.

Per quanto riguarda la sua docilità alla Chiesa, ricordo adesso qualcosa che mi ha raccontato recentemente una persona, amica comune di Conchita e mia. Questa persona mi disse che due anni fa Conchita si recò a Fatima a pregare il rosario di sera sull’Esplanade, in un luogo in cui ella era solita stare, a circa trenta metri dalla Cappellina, in modo tale che non c’era nessuno attorno a lei. Come è noto, tra una decina e l’altra a Fatima si è soliti intonare una canzone religiosa, e, mentre i fedeli stavano cantando, questa persona disse a Conchita:

- Conchita, tu non dici nell’Ave Maria “Madre di Dio e Madre nostra”, come sono soliti pregare i devoti di Garabandal.
- No - rispose lei - perché questo si può dire solo privatamente…

E questa persona commentava con una certa dose di umorismo che, vedendo che erano separate dal resto dei fedeli e che perciò nessuno poteva ascoltare come pregavano le Ave Maria se non loro due, pensò tra sé e sé che per “privato” Conchita forse intendeva stare lei da sola nella sua casa e con le persiane chiuse… A questi estremi arriva la delicatezza di questa donna, per non far neppure pensare ai suoi amici più prossimi che anticipava il giudizio della Chiesa su Garabandal.

Ma ritorniamo alla scuola di Burgos. Nel comportamento con le sue compagne era una qualunque e, se si distingueva, era perché era molto burlona. Ricordo che, stando nel suo paese durante le vacanze, mi scrisse una prima lettera e, quando aprii la busta, uscì da dentro una farfalla con una molla, pronta per uscire volando, cose normali di bambine con la voglia di divertirsi. Quando dicemmo alle sue compagne chi era Conchita, le presentai quattro bambine serie e formali, affinché la accompagnassero per un po’ di tempo fuori dalla scuola. Due di loro entrarono più avanti nella nostra Congregazione e una di loro, molto rinomata nelle nostre missioni dell’Africa, mi disse che doveva la sua vocazione di religiosa a Conchita.

Quando Conchita arrivò alla scuola stava passando un momento bruttissimo. La gente della commissione diocesana, malgrado la loro buona volontà, non aveva la neppur minima psicologia per trattare una bambina, e da lì derivano gran parte delle cattive interpretazioni che tanto fecero soffrire Conchita, a cui si aggiunge il ricordo dei rinnegamenti e dei dubbi così naturali in tutti questi processi. Arrivati a questo punto, non ho alcun inconveniente nel trascrivere letteralmente ciò che scrissi nel mio diario uno di quei giorni, dopo aver parlato con Conchita:

"Noi non iniziammo con alcuna bugia e posso assicurare che non ci mettemmo d’accordo (…) Non è vero che facevamo le prove. Come possono pensare ciò? (…) Se rivedessi la Vergine Maria, mi farebbero molta pena i miei rinnegamenti (…) Dal 15 agosto in poi ebbi dubbi. Vedevo tutto come se fosse stato un sogno che è già passato. Quando lo nego, tuttavia sento nel mio intimo qualcosa nel fondo che non mi lascia tranquilla".

Durante le molte conversazioni che tenemmo, furono molte le volte in cui Conchita si lamentava della curiosità che la gente aveva per l’avvertimento, il miracolo e il castigo, senza che i messaggi li preoccupassero. Mi diceva che la gente fissava troppo l’attenzione sul miracolo, e i miracoli in molti casi non convertono la gente, come avvenne ai farisei ai tempi di Gesù. Insisto, io parlavo con lei di tutti quei temi che erano legati alla sua formazione umana e religiosa, di cui rimane conferma nel mio diario. Ma naturalmente parlavamo di tutto, naturalmente dell’avvertimento, del miracolo e del castigo, e certamente non fu ciò a cui dedicammo la maggior parte del tempo. E non ho alcun problema nel trascrivere ciò che annotai nel mio diario di ciò che Conchita mi disse al riguardo:

"So in che cosa consisterà l’avvertimento, ma non so “quando”. Verrà direttamente da Dio, cioè, non saranno bombe atomiche, visto che questo sarebbe fatto dagli uomini. L’avvertimento, non castigo, servirà come purificazione. Non si dice che morirà della gente, anche se potrebbe essere per l’impressione. È qualcosa che avverrà in cielo. La Vergine Maria mi disse il nome, che non so che cosa significhi, è una parola che inizia per “a”. Devo guardare il dizionario".

Così, con questa semplicità, mi apriva il suo cuore, e in quelle conversazioni trovava la pace. Facevamo anche assieme dei tempi di orazione nella nostra cappella, e quando non c’era nessuno ci inginocchiavamo nel presbiterio, per stare il più vicino possibile al Tabernacolo. Ella trovò molta pace durante quei mesi, tanto che quando sua madre decise di toglierla dalla scuola, accomiatandosi mi si gettò tra le braccia piangendo. Se ne andò all’ospedale di Valdecilla di Santander, per compiere gli studi di infermieria, che le furono molto utili nei primi momenti quando se ne andò negli Stati Uniti. Ma questa è un’altra storia, che io conosco solo per riferito dire.

* * *


3. Conchita e la Sacra Eucaristia

Nel messaggio del 18 ottobre 1961 la Madonna chiede alle bambine, e per estensione a tutti noi, di visitare con frequenza il Santissimo Sacramento. Fin dall’inizio e sino alla fine, le manifestazioni eucaristiche di Garabandal sono molto numerose e sono già state descritte nelle pagine di questo libro. Infine nel messaggio del 18 giugno 1965 Conchita ascoltò il rimprovero del Cielo, che è rimasto come una caratteristica che definisce Garabandal: "All'Eucaristia si dà sempre meno importanza".
La devozione all’Eucaristia fu una costante in Conchita fin da bambina, e così ha continuato fino al giorno d’oggi. Ella fu colei che promosse nella sua parrocchia degli Stati Uniti l’adorazione al Santissimo Sacramento e in seguito ha mantenuto contatti e appoggiato i sacerdoti che, come Padre Justo Lofeudo, promuovono in tutto il mondo l’Adorazione perpetua, giorno e notte ininterrottamente, al Santissimo Sacramento. E una persona, che aveva avuto l’opportunità di stare con lei a Fatima, mi diceva che aveva richiamato la sua attenzione il fatto che Conchita, che normalmente si mette in un luogo appartato quando si prega il rosario nell’Esplanade, il giovedì quando si fa la processione con l’ostensorio invece che con un’immagine della Madonna di Fatima, cerchi di far in modo di posizionarsi fisicamente il più vicino possibile alla Sacra Ostia, che non smette di guardare con devozione. E questo non è altro che la continuazione dello stesso comportamento che vivevamo quando nella nostra cappella della scuola ci inginocchiavamo nel presbiterio per stare il più vicino possibile al tabernacolo. Proprio di quei momenti in cui pregavamo assieme nella cappella, non se ne va dalla mia memoria quello della vigilia del suo compleanno, alle undici di sera il 6 febbraio 1967, quando tutte le interne erano già addormentate. In quell’occasione Conchita mise per iscritto, senza togliere neanche una parola:

"Madre, oggi, ultimo giorno dei miei 17 anni, alla fine della giornata, voglio che finisca tutto quanto c’è in me che non sia di Tuo gradimento. Da sola non posso, per questo stanotte e ormai per sempre conto su di Te. Per prima cosa voglio ringraziarTi tantissimo per questi 17 anni, e Te li voglio offrire con tutte le imperfezioni e le opere buone che ci sono in essi. Ti chiedo anche perdono per quanto male li ho usati. Con questi 17 anni voglio lasciarTi le mie imperfezioni che sono la pigrizia, la vanità, l’essere irascibile soprattutto con la mia famiglia, i miei capricci, la mia mancanza di carità nei confronti di alcune persone. Forse anche superbia. Pure la lascio. E soprattutto voglio lasciarTi stanotte il sacrificio di non comprare più riviste. Tutte quelle cose le lascio con il Tuo aiuto, perché da sola non potrei farlo. Nel compiere 18 anni voglio nascere come se non fossi mai vissuta, e in me Ti chiedo che nascano queste grazie che desidero tanto: la Fede, la Speranza, la Carità, l’amarVi sempre e in ogni momento, sia nella sofferenza sia nella felicità. Che sia docile con gli altri, soprattutto con la mia famiglia. Che sia comprensiva, generosa con Dio, con tutti. Che sempre e soprattutto dica la verità, che partecipi alla Santa Messa con fervore e amore, che preghi ogni giorno il Rosario, che sia unita sempre e per sempre a Dio. Voglio amarTi in mezzo alla sofferenza, alle aridità, alle incomprensioni, alle contrarietà e con tutto ciò che vuoi mandare, di tutto Vi voglio ringraziare.
Maria, Ti amo e Ti amerò di più. Grazie, grazie mille per tutto! Conchita"


La devozione di Conchita all’Eucaristia era una pratica forte, lontana da sentimentalismi, e posso affermare che dovette superare oscurità e aridità in molte occasioni. Forse la cosa più illuminante sarà riprodurre dei paragrafi del mio diario su ciò che diceva Conchita al riguardo, affinché si capisca bene ciò a cui mi riferisco:

"Mi piacerebbe soffrire per cose mie che non sono state mescolate con Garabandal, ma tutto è così legato che non posso agire senza che compaiano le apparizioni. Desidero andare nel mio paese, e al contempo mi dà molta pena lasciare questo, dove allo stesso tempo che ho sofferto, sono stata così felice, anche se sempre avremo sofferenze (…) Nel mio paese rimaneva appena il tempo per l’orazione (…)
Sa già che l’altro giorno sentii molto fervore, ma sono tornata all’aridità. L’Eucaristia si rappresenta come qualcosa di rappresentativo, ma non reale. Mi sembra impossibile che Cristo sia lì, e quando vado a ricevere la Comunione, guardo di nascosto gli altri per vedere se dai loro volti si riflette lo stesso dubbio. Quando ci danno la benedizione con l’ostensorio, posso solo pensare al fatto che è la mano del Padre che ci benedice, mai a un Cristo reale e veramente presente".


Certo che in mezzo a questa aridità c’erano momenti di particolare chiarezza e consolazione. Di uno di essi lasciai testimonianza nel mio diario di ciò che mi disse con queste parole: "Sentii questa frase: ‘Io ti amo e ti ho perdonato non qualche cosa, ma tutte’. Sentii una felicità grande".E in un’altra occasione, nelle agende-diario che Conchita scrisse, manifestò questa esperienza: "Nel ricevere la Comunione sentii una gioia grandissima, perché nel ricevere Gesù vissi la presenza della Vergine Maria, come se stessi con Cristo in quel momento".

Come dicevo, la devozione all’Eucaristia è qualcosa di palpabile nella vita di Conchita fino al giorno d’oggi. Seppi che in una di queste ultime estati andò a visitarla nella sua casa di Fatima un buon sacerdote della Galizia, con cui mantiene amicizia. Durante quella conversazione Conchita gli mostrò alcune delle reliquie che conserva, una molto importante di Padre Pio. E a un dato momento il sacerdote, nel mettere in relazione che quegli oggetti materiali erano reliquie per essere state in contatto con persone sante, si ricordò di quanto era avvenuto a Garabandal, e le disse:
- Conchita, tu sì che sei una reliquia vivente.
- Certo, –rispose immediatamente-, sono una reliquia vivente perché ricevo tutti i giorni Gesù Cristo nella Sacra Comunione.

* * *


4. Conchita e la sua devozione al sacerdozio

Assieme al lamento del Cielo per l’abbandono con cui trattiamo la Sacra Eucaristia, Garabandal si caratterizza pure per il suo messaggio sacerdotale. Anche se è vero che in questo caso il rimprovero celeste fu terribile: "L’Angelo mi ha detto che molti cardinali, vescovi e sacerdoti camminano sulla via della perdizione e trascinano con loro molte più anime. Quando l’Angelo mi diceva questo - continua ad essere Conchita colei che narra così nel suo diario - io provavo molta vergogna, e l’Angelo me lo ripeté una seconda volta: ‘Sì, Conchita, molti cardinali, vescovi e sacerdoti camminano sulla via della perdizione e trascinano con loro molte più anime". Dire una simile cose nella Spagna degli anni Sessanta, e inoltre attribuire la paternità della frase a un messaggero celeste, spiega molte cose e il trattamento che Conchita ricevette da una parte del clerico. Disgraziatamente, ben poco tempo dopo, gli avvenimenti non fecero che dar ragione a questa denuncia dell’Angelo, che era incamminata a incoraggiare i sacerdoti a dirigersi in modo deciso verso la santità, per salvare la loro anima e aiutare i molti cattolici che dipendono spiritualmente da loro.

Questo messaggio di Garabandal non si può assolutamente interpretare come disprezzo verso la dignità sacerdotale. Al contrario, è stato pubblicato una e mille volte qualcosa che Conchita mi raccontò e che annotai nel mio diario con queste parole: "La Vergine Maria ci disse che se avessimo visto in contemporanea un Angelo e un sacerdote, dovevamo salutare prima il sacerdote". Ma così come è vero che Conchita sempre ha riconosciuto l’immensa dignità del sacerdozio, altrettanto vero è che la realtà della vita concreta di alcuni sacerdoti lascia a desiderare, e fu a partire dalle apparizioni che ella iniziò a rendersene conto. In una occasione mi disse: "Prima che me lo dicesse la Vergine Maria, io credevo che tutti i sacerdoti fossero buoni. Non avevo mai pensato che commettessero dei peccati mortali. Ne ho conosciuti molti, alcuni mi sembrarono santi all’inizio, poi vidi cose che non mi piacquero. Ho compreso più tardi come la gente inganna". E naturalmente nelle nostre conversazioni, durante la sua permanenza nella scuola, potei verificare che Conchita non si riferiva a considerazioni generali, ma a casi molto concreti. Anzi, in una certa occasione Conchita mi disse che la Madonna le aveva detto che il messaggio in cui si fa riferimento ai sacerdoti glielo comunicò attraverso l’Angelo, perché alla Madonna faceva molta pena dirglielo.

Ma ricordando casi concreti, voglio riferirmi adesso al rapporto che Conchita mantenne con Padre Pio, il santo cappuccino di Pietrelcina, così legato a Garabandal. Sono state dette molte cose… Persino si è giunti ad affermare che Conchita non incontrò mai Padre Pio… Vale la pena che racconti qualcosa al riguardo. Durante gli anni in cui stetti nella nostra scuola di “El Escorial”, io ero l’incaricata delle nostre antiche alunne. E in una certa occasione una di loro mi disse che era stata a Garabandal e che aveva persino visto scendere le bambine all’indietro dai pini. Rimanemmo d’accordo di rivederci per ampliare la conversazione, e questa donna tornò con un’antica alunna e con altre due amiche, che non avevano studiato nella scuola. Raccontai loro molte cose, che illustravo loro con delle fotografie che ho nel mio archivio. Quando parlai del viaggio di Conchita in Italia per vedere Padre Pio, che aveva organizzato per lei Cecilia di Borbone, mostrai loro una fotografia che Conchita aveva fatto di se stessa nel Colosseo a Roma in cui appare lei insieme ad Aniceta, sua madre, Padre Luna, Cecilia di Borbone e un’altra signorina. E fu allora che una delle invitate alla nostra conversazione, una delle due che non erano nostre antiche alunne, rivelò che la signorina in questione che appariva nella foto era lei, che allora lavorava come segretaria di Cecilia di Borbone.

Naturalmente Conchita ebbe contatti con Padre Pio. Per questo motivo io stessa gli scrissi dalla scuola ed egli mi rispose brevemente il 19 gennaio 1968. Conservo la risposta come una preziosa reliquia di uno dei più grandi santi della Chiesa di tutti i tempi.

Sono così tanti i ricordi di ciò che Conchita prega e fa in concreto per i sacerdoti… Per un certo tempo, mentre era nella sua casa di Fatima, dedicava ogni giorno delle ore per andare a un ricovero di sacerdoti anziani per aiutare nei lavori di pulizia. Come in altre occasioni vi si recava senza farsi conoscere e rispondeva al nome di Maria. Finché un giorno qualcuno la riconobbe e immediatamente tutti i sacerdoti residenti seppero che quella donna che spazzava i pavimenti della loro casa di riposo era Conchita di Garabandal. A partire da allora, nulla fu uguale. E mi commentò Conchita che quando scoprirono chi era, cambiò il trattamento. E mi disse che le dispiaceva molto che si fossero resi conto di chi era, perché ella si sentiva meglio servendo quegli anziani sacerdoti nell’anonimato.

Riassumendo ciò che posso apportare sul concetto del sacerdozio che Conchita ha, cercando tra le mie carte, ho trovato uno scritto che Conchita rivolse a una donna che le aveva chiesto delle righe per suo figlio sacerdote. Furono pubblicate nel numero 26 della rivista “Legión” il 26 novembre 1967, e Conchita le aveva scritte quattro mesi prima, quando era ancora nella nostra scuola di Burgos. Il testo diceva così:

"Ciò che la Vergine Maria desidera dal sacerdote è, prima di tutto, la sua santificazione. Compiere i suoi voti per amore verso Dio. PortarGli molte anime con l’esempio e la preghiera, visto che in questi tempi è difficile in altro modo.
Che il sacerdote si sacrifichi per amore verso le anime in Cristo. Che si ritiri ogni tanto nel silenzio per ascoltare Dio, che gli parla costantemente. Che pensi molto alla Passione di Gesù, affinché le sua vita possa essere più unita a Cristo Sacerdote, e così invitare le anime alla penitenza e al sacrificio, e anche rendere loro più leggera la Croce che Cristo manda a tutti noi.
Parlare di Maria, che è la più sicura per portarci a Cristo. Parlare pure e far credere loro che, come c’è il Cielo, c’è l’inferno.
Credo che questo sia ciò che il Cielo chiede ai Suoi sacerdoti".


Fin da bambina ebbe un’alta stima del sacerdozio, per questo mi richiamò l’attenzione il fatto che, in una delle nostre conversazioni in cui parlavamo dell’isolamento in cui aveva vissuto a Garabandal, nel chiederle che cosa le fosse piaciuto di più delle poche volte che era uscita dal suo paese, mi rispose: "Vedere molti sacerdoti a Comillas". Non si riferiva né alle persone, né ai grandi edifici di Santander, né al mare…, bensì alla gioia di vedere molti sacerdoti assieme. Molte volte mi manifestò il suo grande amore al sacerdozio.

Madre Nieves García (Madrid, estate del 2012)

Fonte:


www.garabandal.it/…/madre-maria-de-…
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