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Araldi Fede
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Gioacchino e Anna possedevano la Sapienza.

Dice Gesù:

I giusti sono sempre dei sapienti perché, essendo amici di Dio, vivono in sua compagnia e sono da Lui istruiti; da Lui, Infinita Sapienza.

I miei nonni erano giusti e possedevano perciò la sapienza.

Potevano dire con verità quanto dice il Libro, cantando le lodi della Sapienza nel libro (Sap. 8,2) di essa: "Io l'ho amata e ricercata fin dalla giovinezza e procurai di prenderla in sposa".

Anna d'Aronne era la donna forte di cui parla l'Avo nostro (Proverbi 31,10-31).

E Gioacchino, stirpe di re Davide, non aveva cercato tanto avvenenza e ricchezza quanto virtù.

Anna possedeva una grande virtù.

Tutte le virtù unite come mazzo fragrante di fiori per divenire un’unica bellissima cosa, che era la Virtù.

Una virtù reale, degna di stare davanti al trono di Dio.

Gioacchino aveva dunque sposato due volte la sapienza "amandola più d'ogni altra donna": la sapienza di Dio chiusa nel cuore della donna giusta.

Anna d'Aronne altro non aveva cercato che di unire la sua vita a quella di un uomo retto, certa che nella rettezza è la gioia delle famiglie.

E ad esser l'emblema della "donna forte" non le mancava che la corona dei figli, gloria della donna sposata, giustificazione del coniugio, di cui parla Salomone, come alla sua felicità non mancavano che questi figli, fiori dell'albero che ha fatto un sol uno con l'albero vicino e ne ottiene dovizia di nuovi frutti, in cui le due bontà si fondono in una, perché, per conto dello sposo, mai nessuna delusione le era venuta.

Ella, ormai volgente a vecchiezza, moglie da più e più lustri a Gioacchino, era sempre per lui "la sposa della sua giovinezza, la sua gioia, la cerva carissima, la graziosa gazzella", le cui carezze avevano sempre il fresco incanto della prima sera nuziale e affascinavano dolcemente il suo amore, tenendolo fresco come fiore che una rugiada irrora e ardente come fuoco che sempre una mano alimenta.

Perciò, nella loro afflizione di senza figli, l'un l'altro si dicevano "parole di consolazione nei pensieri e negli affanni".

E su loro la Sapienza eterna, quando fu l'ora, dopo averli istruiti nella vita, li illuminò con i sogni della notte, diana del poema di gloria che doveva da essi venire e che era Maria SS., la Madre mia.

Se la loro umiltà non pensò a questo, il loro cuore però trepidò nella speranza al primo squillo della promessa di Dio.

Già è certezza nelle parole di Gioacchino: "Spera, spera... Vinceremo Dio col nostro fedele amore".

Sognavano un figlio: ebbero la Madre di Dio!

Le parole del libro della Sapienza (8, 13) paiono scritte per loro: "Per lei acquisterò gloria davanti al popolo... per essa otterrò l'immortalità e lascerò eterna memoria di me a quelli che dopo me verranno".

Ma, per ottenere tutto questo, dovettero farsi re di una virtù verace e duratura che nessun evento lese.

Virtù di fede.

Virtù di carità.

Virtù di speranza.

Virtù di castità.

La castità degli sposi!

Essi l'ebbero, ché non occorre esser vergini per esser casti.

E i talami casti hanno a loro custodi gli angeli e ad essi scendono figli buoni, che della virtù dei genitori fanno la norma della loro vita.

Ma ora dove sono?

Ora non si vogliono figli, ma non si vuole però neppure castità.

Onde Io dico che l'amore e il talamo sono profanati.

Tratto dall'Evangelo come mi è stato rivelato libro1.
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