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Ti bruceremo vivo”… Così sono sopravvissuto ad un rapimento in Nigeria

Religión en Libertad

US Gov-PD

Lo scorso aprile si è venuti a sapere del
sequestro

e della liberazione – avvenuta pochi giorni dopo – del sacerdote gesuita Samuel Okwuidegbe, avvenuto nella Nigeria orientale. Samuel è stato picchiato in diverse occasioni e psicologicamente maltrattato. I rapitori gli avevano spruzzato della paraffina sui vestiti, e durante la sua prigionia era costantemente minacciato di venire bruciato vivo.

Il sacerdote ha raccontato la sua testimonianza in un’intervista con il sito dei Gesuiti in Africa e Madagascar: non nasconde la paura provata e le lacrime versate in quei giorni, ma racconta anche l’intimo incontro avvenuto con Cristo durante il sequestro, quando pensava di morire. Lo hanno salvato le preghiere: quelle che lui rivolgeva a Dio, così come quelle che tante persone hanno fatto nella speranza che potesse uscire sano e salvo da quella situazione.
La battuta sul suo sequestro

Padre Samuel ricorda che quel giorno era un martedì, e lui stava per fare un lungo viaggio per fare degli esercizi spirituali con un gruppo di suore del Cuore Immacolato di Maria.

Quella stessa mattina, prima di partire, lo ha chiamato il superiore dei gesuiti e ha scherzato con lui: “Fa attenzione che non tu non venga rapito“. Ma lo scherzo finì per diventare realtà.

Durante il tragitto padre Samuel ha sentito degli spari, e si è allarmato molto. In quel momento un gruppo di uomini armati di Kalashnikov lo ha fatto uscire fuori dalla macchina insieme a tutti coloro che erano in un altro veicolo. “Se non esci dall’auto, ti sparo”, lo hanno minacciato i militanti puntandogli delle armi contro.

“Dio, perché?”

Lo hanno fatto camminare per ore attraverso la giungla, fino a quando si è fatto buio. “Ero sconvolto, mi sono reso conto solo in un secondo momento che ero stato sequestrato. Ho cominciato a chiedere a Dio, perché? Perché? Dio, perché?”

Nell’interrogatorio gli hanno posto numerose domande. E nonostante indossasse la talare, i rapitori non credevano che fosse un prete, temendo che potesse essere un poliziotto sotto copertura. “Hanno preso tutto ciò che avevamo. Mi hanno preso l’orologio, l’anello, la catena, la mia borsa e un rosario”.
Legato mani e piedi, come una capra, per essere arso

Questi uomini armati se la sono presa in particolare con padre Samuele, perché quando gli hanno chiesto un telefono con cui chiedere un riscatto, non ne aveva alcuno con sé.

“Questo ha innescato una serie di violenze. Mi hanno legato mani e piedi, come una capretta prima di essere uccisa. Mi hanno tolto la talare e la camicia, mi hanno buttato a terra e hanno cominciato a picchiarmi con il calcio dei fucili. Mi hanno colpito sul costato, sul viso e mi hanno scaraventato sul pavimento. Poi mi hanno avvicinato al naso alcuni dei miei vestiti. Sapevano di paraffina. E uno di loro disse: ‘Ti bruceremo vivo’ “.

Nella sua testimonianza, Samuel Okwuidegbe racconta che aveva pensato che lo avrebbero davvero arso vivo, e ha cominciato a pregare in silenzio: “Dio mi affido a Te, ecco il mio spirito”. “Pensavo che sarei morto, quel giorno”.
“Speravo in un miracolo”

Alla fine quel giorno non è stato ucciso, e lo hanno anche slegato. Lui cominciò a piangere, con il volto tutto insanguinato. Non sapeva per quanto tempo sarebbe stato vivo, ma sperava “in un miracolo”.

“Recitavo continuamente ogni tipo di preghiere. Ho pregato a Sant’Ignazio, ho pregato il Rosario e la Coroncina alla Divina Misericordia. A un certo punto mi sono ritrovato a cantare dentro di me una canzone del Ghana, che diceva ‘Dio, parlami… Dio, dove sei?’ Continuai a conticchiarla nel mio cuore, e questo mi ha dato speranza”, ricorda il gesuita africano.

Il secondo giorno la sua situazione non è cambiata di molto. E non gli hanno dato né cibo né acqua. È poi venuto a sapere che i rapitori volevano negoziare il suo riscatto. “Ho iniziato a pensare alla morte, a immaginare che cosa significhi morire”, ha detto il sacerdote. Ma nello stesso tempo gli sono venuti in mente “pensieri di consolazione”, perché le religiose – che sapevano fosse gli successo qualcosa, non avendo raggiunto il convento – avrebbero pregato per lui. “Questo mi ha dato speranza. Per vivere, per sopravvivere”.

Il terzo giorno i negoziati proseguirono. Padre Samuel ricorda che “quei sequestratori avevano fatto chiamate dalla giungla senza alcuna paura, perché né il governo né nessun altro sarebbe venuto a salvarci. Erano rilassati, non sentivano la pressione e se la prendevano con calma. Non hanno mai sentito di dover fuggire. Erano molto tranquilli, nella giungla”.

I rapitori li avevano minacciati dicendo che al primo problema sarebbero stati uccisi. “Ho intensificato le mie preghiere e mi sono rivolto a Dio”. Questo gli ha dato di nuovo pace.

Alla fine è stato liberato e abbandonato nella giungla. Poi è riuscito a trovare la casa di una famiglia che, nel vedere la tonaca, l’ha aiutato. E così si sono conclusi questi giorni di violenza e di paura.
Il miracolo della preghiera

In tutto questo Dio mi ha rivelato che non mi avrebbe mai lasciato nella giungla, anche quando ero totalmente isolato. Dio ha ascoltato le mie preghiere ed è stato con me. Se non ci fossero state tutte queste preghiere, non sarei sopravvissuto a questo“, dice della sua esperienza.

Non si considera un eroe, né un coraggioso. Piuttosto il contrario, perché Dio è apparso proprio nella sua debolezza: “A volte piango, e ricevo conforto ogni volta che ricordo quelle dure condizioni, avendo avuto così tanta paura dei serpenti e degli scorpioni; tuttavia,durante quelle tre notti, Dio mi ha dato la pace per dormire senza alcun pensiero di paura… un miracolo per me!”.

“Ero nella valle della morte e Dio è intervenuto grazie a tutte le preghiere di persone da tutto il mondo.
Se non fosse per tutte quelle preghiere, io non avrei sopravvissuto a questa terribile esperienza”, conclude padre Samuel Okwuidegbe.

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[Traduzione dallo spagnolo a cura di Valerio Evangelista]