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IL "FINE ULTIMO" DELL'UOMO

Andrea Cometti

Qual è il fine ultimo dell’uomo? E' la "perfezione" che consiste nel contemplare Dio, perché Dio è l’Intelligenza assoluta che muove l’universo e "l’Amore assoluto" che attira a sé tutte le cose, come "causa finale" di ciascuna di Francesco Lamendola

Qual è il fine ultimo dell’uomo?

di

Francesco Lamendola

L’universo è ordinato, dunque anche l’uomo è un essere ordinato. Essere ordinati non significa semplicemente possedere una certa simmetria, una certa misura nelle proporzioni, ma significa innanzitutto ed essenzialmente essere diretti ad un fine, e precisamente alla propria perfezione. Vi è ordine dove le cose tendono alla loro perfezione: l’universo è ordinato perché tutte le cose create sono finalizzate al raggiungimento della loro perfezione. Ciò si vede nelle creature più piccole: il bruco che diventa farfalla, il seme che diventa pianta, la gemma che diventa fiore, come nelle più complesse: l’acqua che diventa nuvola, e la nuvola che torna ad essere acqua, fino alle più grandi: la stella che diventa polvere stellare e la polvere stellare che diventa nebulosa e la nebuloso che diventa galassia, e poi ancora stella, e così via. Ma se l’universo è ordinato, cioè se ha un fine e se quel fine è la perfezione, allora anche l’uomo è ordinato, cioè anche l’uomo ha un fine, e quel fine non è estrinseco, non è casuale, non è opinabile, ma è uno e uno solo, intrinseco, costitutivo del suo statuto ontologico, e non può essere che la suaperfezione. Ma qual è la perfezione dell’uomo in quanto uomo? Evidentemente, non è la perfezione della sua natura inferiore; non è la soddisfazione dei suoi appetiti, cioè il piacere; e neppure la perfezione fisica, perché il suo corpo, per quanto sia eccellente ed ammirevole, e possa ulteriormente essere reso perfetto, è destinato a invecchiare e a corrompersi, infine a essere distrutto dalla morte. Dunque la perfezione dell’uomo in quanto uomo non può risiedere che nella sfera superiore delle sue facoltà; e la facoltà umana più alta è, senza dubbio, l’intelligenza, intendendo questa parola nel suo senso più largo, comprendente la memoria, la volontà e la sensibilità, e non nel senso meschino e ristretto della ragione illuminista, che dell’intelligenza coglie solo una piccola parte, e non quella essenziale, bensì quella puramente logico-matematica, nella quale è possibile eccellere ed essere dei geni, pur essendo praticamente dei minorati in ogni altro ambito della vita. Ma se l’intelligenza è la facoltà più nobile e alta dell’essere umano, quella che lo caratterizza in modo assolutamente specifico, nondimeno essa è pur sempre una qualità strumentale: non è il fine dell’uomo in se stessa, bensì lo strumento perché egli possa raggiungere il proprio fine. E qual è dunque codesto fine, rispetto al quale l’intelligenza è lo strumento fondamentale per raggiungerlo?

La beatitudine è lo stato di chi ha compreso l’inutilità di aggrapparsi al proprio io e la necessità di abbandonarsi totalmente a Dio!

Senza dubbio il fine ultimo dell’uomo è la contemplazione di ciò che è assolutamente buono e assolutamente perfetto, della perfezione stessa dell’universo: cioè di Dio. In Dio si concentra tutto il bene e tutta la perfezione possibile; Dio è il cuore pulsante dell’universo, la mente che lo pervade, l’amore che lo vivifica, e senza il quale non sarebbe altro che un insieme di corpi, di stati, di elementi, i quali, sebbene perfetti in se stessi, mancherebbero però di quella perfezione che proviene dall’avere un fine che indirizza, dirige e incanala tutte le energie di tutti gli esseri esistenti, passati, presenti e futuri, con il loro slancio ed il loro anelito verso la perfezione suprema. Nessuna cosa, infatti, si accontenta di una perfezione relativa, ma ciascuna tende alla perfezione assoluta. L’albero che trova ostacolata la sorgente della luce, cresce ripiegandosi sul proprio tronco; ma, dopo aver raggiunto la luce del sole, torna ad assumere, per quanto possibile, il suo naturale orientamento verticale. Anche se soffrono per l’imperfezione della materia, tutte le cose aspirano alla perfezione piena; nessuna si accontenta di una perfezione di grado minore, finché possiede in se stessa forza ed energia vitale. Dopo un volo di migliaia di chilometri, l’uccello migratore finalmente si ferma per accoppiarsi e per nidificare, non nella prima terra che incontra dopo centinaia di chilometri di mare aperto, ma cerca proprio l’isoletta nella quale ha nidificato l’anno passato, quella e non altra, quella fra tutte le altre. Ogni creatura tende alla perfezione, cioè tende a realizzare in se stessa il massimo fine che le è consentito dalla propria natura. L’uomo tende alla massima sapienza, perché il massimo fine che gli è consentito dipende dalla sua intelligenza; e la sapienza suprema consiste nel vedere, contemplare, adorare Dio, fonte di tutte le perfezioni.

Per l‘uomo, la perfezione consiste nel contemplare Dio, perché Dio è l’Intelligenza assoluta che muove l’universo e l’Amore assoluto che attira a sé tutte le cose, come causa finale di ciascuna!

Citiamo in proposito una pagina chiarificatrice della storica della filosofia Sofia Vanni Rovighi (San Lazzaro di Savena, Bologna, 28 settembre 1908-Bologna, 10 giugno 1990), docente alla Cattolica di Milano dal 1951 al 1978, grande studiosa di san Tommaso d’Aquino, nella monografia Introduzione a Tommaso d’Aquino, Bari, Laterza, 1973, 1981, pp. 113-116):

Il fine ultimo dell’uomo è l’attuazione di quello che, creandolo, Dio vuole che egli sia. “Ora il fine ultimo dell’uomo, e di ogni sostanza intellettuale, si chiama FELICITÀ o BEATITUDINE (Contra Gent, 25). E qui vorrei sottolineare due punti: 1) la volontà che assegna il fine dell’uomo non è una volontà che sopraggiunge a una realtà già esistente per piegarla qui o là, ma è la stessa volontà che fa essere l’uomo; e occorre qui ricordare che “Deus qui est insti tutor naturae non subtrahit rebus id quod est proprium naturis earum” ( Contra Gent, II, 55); 2) la beatitudine, nel concetto tomistico, è un concetto dedotto, non è ciò che DI FATTO gli uomini desiderano. Un concetto dedotto dal principio che ogni realtà ha un fine, un’idea da realizzare; quindi anche l’uomo DEVE avere un fine proprio della sua natura, un ideale da realizzare, e questo fine è ciò a cui spetta il nome di felicità o beatitudine. E poiché il concetto di beatitudine è un concetto dedotto, bisogna ricavarne la natura dai caratteri essenziali dell’uomo e non chiedersi che cosa di fatto gli uomini cerchino. Tommaso concluderà che la beatitudine consiste nella contemplazione, poiché carattere essenziale dell’uomo è l’intelligenza (“ratio est potissime hominis natura”): nella contemplazione del sommo intelligibile, Dio. Contemplazione che, data la situazione umana, non può realizzasi per tutti in modo continuato e adeguato in questa vita e quindi avrà luogo in una vita ultra-terrena. A questo proposito Tommaso fa quel rilievo più volte riportato sulla insufficienza della filosofia e l’angustia sofferta anche dai più grandi filosofi nel cercar di determinare il fine ultimo dell’uomo.

L’ideale umano di Tommaso d’Aquino, si dice ancora spesso, è l’ideale umano dei greci: contemplativo e aristocratico. Contemplativo sì (ma non dice anche il Vangelo di san Giovanni, XII, 3: “la vita eterna è conoscere te, solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo?”), aristocratico in un senso certo molto diverso da quello che aveva per i greci. Anche qui direi che Tommaso è molto più vicino al Vangelo che all’ideale greco, poiché la più alta contemplazione non è secondo lui riservata ai filosofi, ma a tutti coloro che praticano le virtù – la gente più umile è, di fronte alla visione beatifica, sullo stesso piano dei sapienti, e l’essere umile gente aiuta forse più della sapienza a conquistarsi l’eterna beatitudine. Se mai si può parlare di ideale aristocratico, se ne può parlare nel senso che tutti possono essere promossi ad essere sapienti, ad essere “i migliori”; tutti, anche i ciechi e gli storpi che vagano per le strade – anzi questi a preferenza di coloro che avrebbero dovuto arrivare per primi – sono invitati al banchetto nuziale del quale parla la parabola evangelica (Lc XV,16 ss).


San Tommaso d’Aquino

Si è detto sopra che la beatitudine è l’ideale umano, non essenzialmente il supremo piacere o gioia. Alla domanda, infatti, se la beatitudine consista nel piacere, Tommaso risponde negativamente (Summa, Ia IIae, q 2, art 6). Ma aggiunge poi che la gioia (delectatio) è richiesta dalla beatitudine come ‘concomitans’ (Ia II ae, q 4, art 1) e spiega questa risposta dicendo che la gioia è una proprietà che segue la beatitudine, come aver la capacità di ridere è il ‘proprium accidens’ dell’uomo (Ia IIae, q 2, art 6) e si accompagna alla beatitudine perché è prodotta dalla soddisfazione di una tendenza. Questa non è che l’applicazione della teoria generale sui rapporti fra bene e piacere. Tutte le cose sono finalizzate, sono ordinate a conseguire la loro perfezione. “Ma la differenza fra gli animali e le altre cose naturali è che queste quando raggiungono ciò che conviene loro naturalmente, non lo sentono, mentre gli animali lo sentono, e da questa sensazione è prodotto un moto dell’anima nella tendenza sensitiva, e questo moto è il piacere [delectatio] (Ia IIae, q 31, art 1). Il piacere è dunque il senso di una perfezione raggiunta, di un bene conseguito, “ed ha luogo in noi non solo nella tendenza sensitiva, che ci è comune con le bestie, ma anche nella tendenza intellettiva, che ci è comune con gli angeli” (Ia IIae, q 31, art 4, ad tertium). L’intensità del piacere dovrebbe essere dunque proporzionale alla perfezione raggiunta se nell’uomo l’intelletto fosse intuitivo, come è intuitiva la sensibilità; ma poiché “le attività dei sensi sono più percepibili” (Ia IIae, q 2, art 6, ad secundum), poiché “gli oggetti sensibili sono più noti per noi degli oggetti intelligibili”, accade che il piacere sensibile sia più forte di quello intellettuale (Ia IIae, q 31, art 5) anche se è il senso del raggiungimento di un bene inferiore a quello che è il bene morale dell’uomo, bene che è dato essenzialmente dall’esercizio della virtù. L’ideale umano, anche se non sempre realizzabile in questa vita, non è quello del sacrificio, ma quello dell’armonia fra passione sensibile e volontà morale: “alla perfezione del bene morale contribuisce il fatto che l’uomo tenda al bene non solo con la volontà, ma anche con la tendenza sensitiva”, e la passione dell’anima, consonante con la tendenza al bene e consentita dalla volontà, “aggiunge qualcosa alla bontà dell’azione” (Ia IIae, q 24, art 3, ad primum).


La visione cristiana non è una visione naturalistica, ma spirituale; pertanto, anche l’antropologia cristiana è un’antropologia spirituale!

Vi è, quindi, il pieno rispetto della legge generale: quid quid recipitur, ad modum recipientis recipitur: ciò che viene ricevuto in un soggetto, viene ricevuto secondo la capacità che è propria di quel soggetto. Pertanto ogni cosa tende alla perfezione, cioè al proprio bene, ma altro è il modo in cui vi tende l’uomo, essere razionale, e altro è il modo in cui vi tendono le creature irrazionali. Per l‘uomo, la perfezione consiste nel contemplare Dio, perché Dio è l’Intelligenza assoluta che muove l’universo e l’Amore assoluto che attira a sé tutte le cose, come causa finale di ciascuna. L’uomo, tuttavia, non è solo intelligenza; in lui vi sono anche i sensi, e quindi gli appetiti sensibili; ne consegue che l’uomo è capace di godere di quella felicità che proviene sia dall’intelligenza che dai sensi. A questo punto, e vorremmo spingerci un po’ oltre la riflessione di san Tommaso, bisogna distinguere fra uomo e uomo. Tutti gli uomini sono creature razionali, però alcuni sono più spirituali, altri sono più carnali. La distinzione non viene tanto dalla natura: non si tratta di distinguere fra quanti hanno una natura particolarmente grossolana e quanti ne hanno una più sottile; la distinzione viene dal fatto della venuta di Cristo, dalla sua Passione e Redenzione, e naturalmente da tutto il suo Vangelo, che è la Rivelazione definitiva di Dio agli uomini.Secondo il Vangelo e secondo l’esempio che Gesù Cristo ha dato agli uomini, la vita dell’uomo deve tendere alla realizzazione integrale della volontà del Padre celeste; il che ne fa, automaticamente, un essere spirituale, indipendentemente da ciò che egli sarebbe “secondo natura”. La visione cristiana non è una visione naturalistica, ma spirituale; pertanto, anche l’antropologia cristiana è un’antropologia spirituale. Un uomo può avere una natura sensuale e tuttavia, se crede e si converte al Vangelo di Gesù Cristo, la sua sensualità si sublima ed egli si spiritualizza; al contrario, un uomo può avere una natura più delicata, però, se indulge alle umane debolezze e si lascia trascinare dalle passioni disordinate, egli può scendere al di sotto della propria natura e divenire un uomo carnale, nel senso paolino dell’espressione. L’uomo carnale è colui che si lascia condurre dall’amore disordinato di sé (disordinato, nel senso di non ordinato al proprio vero fine); l’uomo spirituale è colui che ha chiuso i conti con l’uomo vecchio che era ed è rinato in Cristo, per opera della sua fede e con l’aiuto soprannaturale della Grazia.

Il fine dell’uomo è contemplare Dio: ma questo fine non sgorga solamente dalla riflessione razionale, è il fine che Dio stesso ha stabilito per loro, per l’umanità in generale e per ogni singolo individuo in particolare!

Molto opportunamente san Tommaso d’Aquino osserva che la contemplazione di Dio, il massimo degli enti intelligibili, non dipende da una eccellenza intellettuale dell’uomo, ma dalla sua totale disponibilità a farsi piccolo e umile di fronte a un così sublime oggetto. L’intelligenza di Dio si distingue dall’intelligenza delle altre cose, e specialmente delle cose umane, perché non è di tipo esclusivamente logico, ma comprende l’intuizione e la sensibilità, e premia sommamente la volontà: che è, in questo caso, la volontà di annullarsi, in quanto facoltà umana, affinché l’uomo possa divenire simile a una cera che Dio possa modellare in totale libertà. La maggior parte degli uomini, compresi molti credenti, non sono disposti a farsi cera nelle mani di Dio: resistono, perché sono ancora legati al loro piccolo io, ai loro istinti di natura inferiore; se si fossero pienamente convertiti, si affiderebbero totalmente a Lui, certi e convinti di andare incontro non già a una diminuzione del proprio essere, bensì al suo massimo potenziamento, che consiste appunto nel conseguimento della beatitudine. La beatitudine è lo stato di chi ha compreso l’inutilità di aggrapparsi al proprio io e la necessità di abbandonarsi totalmente a Dio. In questo senso, un umile contadino o una donna ignorante possono sorpassare, e di molto, fior di filosofi e di teologi; i quali, con tutta la loro scienza (che è pur sempre umana) tendono a inorgoglirsi e con ciò stesso creano una barriera, una intercapedine fra sé e Dio, il quale non vuole gli uomini a metà, li vuole tutti, senza condizioni, per poter fare di essi ciò che Lui vuole, ossia ciò che devono essere. Il fine dell’uomo, infatti, è contemplare Dio: ma questo fine non sgorga solamente dalla riflessione razionale, è il fine che Dio stesso ha stabilito per loro, per l’umanità in generale e per ogni singolo individuo in particolare. Sia l’intelligenza logica, sia la cultura possono facilmente divenire fattori di orgoglio e presunzione; il professore che ha letto molti libri, l’intellettuale che ha molto ragionato, possono facilmente lasciarsi prendere al laccio dal diavolo proprio mediante il loro sapere e il loro comprendere, se non esercitano una costante sorveglianza su se stessi, al fine di non lasciarsi sopraffare da un senso di orgoglio. Per l’intelligenza e la cultura avviene la stessa cosa che per la bellezza: sono dei grandi doni e offrono immense possibilità, ma sono anche fonte di gravi pericoli, se l’anima non è sufficientemente equilibrata e se la volontà non esercita la sua signoria su di esse, sempre con l’assistenza e la guida della Grazia divina, senza la quale ogni ricchezza è inutile e ogni capacità diventa vana o si ritorce contro chi la possiede.

Non è stato certo per caso, o per mero esercizio retorico, che Gesù Cristo, un giorno, ha esultato in se stesso, esclamando a voce alta (Matteo, 11, 25-27): Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.

Del 14 Gennaio 2019

Allegato Pdf

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