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San Felice da Cantalice e San Filippo Neri: gli scherzi che conducono a Dio

a cura di Giuliano Zoroddu

Nella festa di san Felice da Cantalice (1515 circa – Roma, 18 maggio 1587), frate questuante dell’Ordine Cappuccino, canonizzato da Clemente XI nel 1712, ci piace ricordare la sua amicizia con san Filippo Neri. Un’amicizia imperniata sulla carità divina, ma fatta anche di pii scherzi.

Aveva il Beato servo di Cristo una singolare dimestichezza e cordiale amicizia con San Filippo Neri allora vivente, famoso per la santità e i doni di Dio. E San Filippo con scambievole affetto amava teneramente il Beato Felice da lui conosciuto per uno dei maggiori Santi, come soleva dire, e a Dio più cari, che avesse in quel tempo il Mondo Cattolico. Questi due grandi Lumi, ed esemplari di giustizia si comunicavano insieme i divini favori, s’accendevano insieme con celestiali ragionamenti nell’amore di Dio, ed emulando l’uno le pratiche virtuose dell’altro, poteva Roma riconoscerli figurati, seguendo l’interpretazione di S. Gregorio Papa, in quei misteriosi volatili veduti in ispirito dal Profeta Ezechiele, i quali urtandosi colle penne delle ali l’un l’altro, insieme si stimolavano al volo: poiché osservando Felice le perfezioni di Filippo, e questi la bontà di Felice, s’eccitavano vicendevolmente a sollevarsi ognuno, senza fare mai pausa, all’altezza di santità più sublime. Nel visitarsi, o incontrarsi per la Città facevano a gara d’essere ognuno il primo ad inchinarsi al’altro, ed ambedue genuflessi non s’alzava Felice, se non lo benediceva Filippo, né partiva Filippo, se non era benedetto da Felice. Talora ſe ne stavano qualche tempo strettamente insieme abbracciati senza pronunziare parola, e distaccati, si separavano, senza neppure dirsi addio; supplendo il loro cuore quelle parti, alle quali dagl’interni colloqui, e purissimi affetti era necessitata mancare la facoltà della voce. Fortunatissima Roma, favorita dal Cielo di rimirarsi nel seno in un tempo medesimo queste due grandi Anime, all’aspetto, ed’esempio delle quali giubilava ogni giusto, e si confondevano gl’iniqui, s’animavano quelli a stabilirsi via più che mai nella loro innocenza, e questi si risolvevano di sbrigarsi speditamente da lacci infernali, e rimetterſi nella libertà dei figliuoli di Dio. Ah di quanti fece allora acquisto il Paradiso, che privi di queste Immagini vive di santità avrebbero forse dato in podestà di perdizione!
Or volendo un giorno San Filippo sperimentare, o pur meglio, spiegare sugli occhi di Roma l’umiltà sopraffina e la perfetta mortificazione d’ogni umana alterigia, di cui era dotato il Beato Felice, incontratolo per caso, che raccoglieva l’elemosina nella contrada di Banchi vicino alla Zecca Vecchia: “Ladroncello – gli disse – questa mattina sì che io voglio vedere se siete mortificato!”; e qui toltosi il suo Cappello glielo mise in testa con dirgli: “Andatevene adesso così per tutto Banchi,Pellegrino, con fare il vostro esercizio di mendicare”. E Felice, accettato senza ripugnanza il cappello, colla sua fronte al solito onestamente gioconda seguitò per quelle contrade le sue faccende. La gente intanto al vederlo con quella stravaganza per Roma, formavano di ciò mille diversi giudizi. alcuni dicevano: “Fra’ Felice deve patir male di testa, ché la porta coperta”; altri: “Questo povero vecchio fa penitenze sì strane, che lo fanno dare in deliri”; altri: “Fra’ Felice rimbambisce, se tira innanzi così diverrà la favola di Roma, il giuoco de ragazzini”. Insomma gli oziosi lo motteggiavano ed i sagaci, piangendo per tenerezza devota, lo riverivano umiliato, e seriamente insanito per Cristo. E l’ uomo di Dio, invariabile non meno di cuore, che d’aspetto, con occhi bassi e taciturno, seguitava il suo ufficio, quando pervenuto alla piazza di S. Lorenzo in Damaso, gli si presentò San Filippo, il quale intanto s’era ancor egli mortificato coll’andare qualche tempo a capo scoperto, e, levatogli quasi con sdegno il cappello di testa: “Bell’ esempio – gli disse – che avete dato questa mattina alla Città di Roma! Vituperio del vostro Ordine! Voglio andare io stesso dai vostri Superiori perché vi carichino, per tale sproposito, d’una memorabile penitenza!”. E Felice tutto contento umilmente rispose: “Io veramente per le mie colpe la merito e l’accetterò e farò volentieri per l’amore di Dio”.

Il P. Pietro Giacomo Bacci, Prete della Congregazione dell’Oratorio, nella Vita di S. Filippo Neri stampata in Roma nell’Anno 1622, riferisce nel capitolo decimo del secondo libro, che nell’episodio narrato, prima che il Neri imponesse la mortificazione a Felice col fargli portare per la Città il suo cappello, aveva Felice fatto prova della mortificazione di Filippo col dargli a bere in pubblica strada la sua fiasca; e che fermatasi a tale spettacolo molta gente, dicevano insieme: “Ecco un Santo che dà da bere ad un altro Santo”; celebrati per ciò ambedue per uomini di grande spirito d’umiltà, e dispregio di se medesimi.
[…] Con questi innocentissimi scherzi faceva l’uno esperienza dell’umiltà dell’altro; e tutti e due, in tale virtù eminenti, confondevano la sfacciataggine della superbia che allora in Roma più che in altre parti del Criſtianesimo arditamente regnava.
(Fra’ Angelo Maria de Rossi, Vita di S. Felice da Cantalice Religioso Capuccino della Provincia Romana, Roma, 1712, pp. 62-65.Versione adattata ad un linguaggio un po' più comprensibile)

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