Fatima.
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Valtorta - quaderni 1945-1950 - 18 febbraio 1947

Eva. Non la fa guardinga il fenomeno di un animale parlante mentre tutti gli altri avevano voce ma non avevano parola comprensibile all’uomo...

Ripeto: essere tentato non è colpa. Colpa è aderire alla tentazione. E Eva, e Adamo, non sarebbero stati puniti per l’imprudenza già espiata dalla resistenza alla tentazione. Dio è Padre amoroso e paziente. Ma Eva, ma Adamo, non respinsero la tentazione. La lussuria della mente, ossia la superbia nella loro anima sino allora incorrotta, la corruppero svegliando febbri impure che Satana acutizzò sino al delirio e al delitto. Non dico parole errate. Dico “delitto” ed è giusto.

Non hanno forse, peccando, fatto violenza al loro spirito ferendolo, piagandolo duramente? Non è un delitto contro lo spirito quello che fa il peccatore che uccide con la colpa mortale o ferisce, indebolendolo continuamente con le colpe veniali, il proprio spirito?

Osserviamo insieme il crescente parossismo della colpa e i gradi della caduta, e poi paragoniamolo all’episodio della mia tentazione. Se ci sarà occhio limpido e cuore onesto, non potrà mancare la conclusione che la tentazione, elemento indubbio del Male, non diventa peccato ma merito per coloro che la sanno patire senza cedere ad essa. Patire non vuol dire godere. Si patisce un martirio, non si patisce un godimento. La tentazione è patita dai santi, ma la tentazione è godimento pervertito dei non santi che l’accolgono e la ubbidiscono.

Dunque: Eva, dotata di una scienza proporzionata al suo stato – notate bene questo perché è aggravante della colpa, e perciò cosciente del valore della prudenza – va all’albero proibito. Primo lieve errore. Vi va con leggerezza, non per intenzione buona di raccogliersi al centro dell’Eden per isolarsi in orazione.

Giunta là, contrae conversazione con l’ignoto. Non la fa guardinga il fenomeno di un animale parlante mentre tutti gli altri avevano voce ma non avevano parola comprensibile all’uomo. Secondo errore.

Terzo: nel suo stupor non invoca Dio perché le spieghi il mistero, non ricorda e non riflette neppure che Dio ha detto ai suoi figli che quello era l’albero del bene e del male, e che perciò era da ritenersi imprudente accogliere ogni cosa che da esso venisse senza averne prima chiesto al Signore la vera natura.

Quarto errore: il suo aver fede più forte nel credere all’asserto di un Ignoto che non ai consigli del sui Creatore.

Quinto: la cupidigia i conoscere ciò che solo Dio conosceva e di divenire simile a Dio.

Sesto: la golosità dei sensi che vogliono gustare guardando, palpando, fiutando, mangiando ciò che l’Ignoto aveva suggerito di cogliere e gustare.

Settimo: da tentata divenire tentatrice. Passare dal servizio di Dio a quello di Satana, dimenticando le parole di Dio per ripetere quelle di Satana al suo compagno e persuaderlo al furto del diritto di Dio.

L’arsione era ormai al grado massimo. La salita dell’arco fatale era giunta al punto più alto. Là si consumò completamente il peccato con l’adesione di Sdamo alle lusinghe della compagna, e fu la caduta dei due lungo l’altra parte della curva.

Caduta veloce, molto più veloce della salita perché appesantita dalla colpa consumata, e la colpa si aggravò nel suo peso dalle conseguenze della stessa: ossia fuga da Dio, scuse insufficienti e prive di carità e giustizia, e anche di sincerità nel confessare il fallo, spirito di latente ribellione che impedisce di chiedere perdono.

Non si nascondono per il dolore di essere bruttati dalla colpa e di apparire tali agli occhi di Dio, ma perché sono nudi, ossia perla malizia che ormai è entrata in loro e dà nuovi aspetti a tutte le cose, e rende tento ignoranti da non saper più riflettere che Dio, che li aveva creati e aveva loro dato tutto il Creato, ben sapeva che essi erano nudi, né si era affaticato a rivestirli, né si era sdegnato di contemplarli tali, perché non c’era bisogno di coprire l’innocenza né c’era sdegno a contemplare un corpo innocente.

Sentite le risposte dei due colpevoli, indice esatto della tentazione non respinta e delle sue conseguenze di colpa: “Ho sentito la tua voce e avendo paura, perché nudo, mi sono nascosto”, “La donna che mi desti a compagna mi ha offerto il frutto e io ne ho mangiato”, “Il Serpente mi ha sedotta ed io ne ho mangiato”.

Manca fra tante parole l’unica che doveva esserci: “Perdono perché ho peccato”.

Manca la carità verso il prossimo. Adamo accusa Eva, Eva accusa l serpente. Manca infine la sincerità della confessione.

Eva confessa ciò che è innegabile. Ma crede poter nascondere a Dio i preliminari del peccato, ossia la sua leggerezza, la sua imprudenza, la sua debole volontà, subito ammalatasi dopo aver fatto il primo passo verso la disubbidienza al comando santo di non porsi in tentazione di cogliere il frutto proibito.

Quel comando doveva esserle di avviso, a lei, intelligentissima, per farle capire che essi non erano tanto forti da poter impunemente mettersi nelle condizioni di peccare senza giungere a peccare. Vi sarebbero giunti perfezionando con volontà propria la libertà concessa loro da Dio, giungendo ad usarla unicamente per il Bene. Eva mente dunque a Dio tacendo la ragione per la quale mangiò del frutto: per divenire simile a Dio.

Ecco che la concupiscenza triplice è nell’Uomo. Tutti i segni dell’amicizia col serpente sono palesi nella superbia, ribellione, menzogna, lussuria, egoismo, sostituitisi alle virtù esistenti prima.

Valtorta - quaderni 1945-1950 - 18 febbraio 1947