Giorgio Tonini
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Roma: in nomen omen

“…Il lupo dimorerà con l’agnello…” Isaia 11,6 - ved. commento
Giorgio Tonini
“In nomen omen”, sentenziavano i latini (nel nome il destino...).
Una bella traccia di riflessione, in tal senso, potrebbe essere fornita dal nome di Roma, di cui è tuttora sconosciuta con certezza la vera origine (la leggenda di Romolo e Remo venne “inventata” molto tempo dopo la Fondazione dal poeta Virgilio, non è stata Roma a far derivare il suo nome da quello dei gemelli, ma viceversa).
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“In nomen omen”, sentenziavano i latini (nel nome il destino...).
Una bella traccia di riflessione, in tal senso, potrebbe essere fornita dal nome di Roma, di cui è tuttora sconosciuta con certezza la vera origine (la leggenda di Romolo e Remo venne “inventata” molto tempo dopo la Fondazione dal poeta Virgilio, non è stata Roma a far derivare il suo nome da quello dei gemelli, ma viceversa).
Mentre essa veniva fondata nel 753 a.c., negli stessi anni un profeta si aggirava per la terra d’Israele proclamando, fra le altre cose: “...il lupo dimorerà insieme con l’agnello...”(Isaia 1,11-6).
Come non immedesimare subito nell’immagine del lupo il simbolo stesso di Roma e nell’immagine dell’agnello il simbolo stesso del Signore?
In Roma, nell’Urbe eterna, c’è il Vaticano, ossia il cuore stesso del cattolicesimo, da duemila anni.
Roma e Cattolicesimo legati quindi insieme, misteriosamente.
Qualche Padre della Chiesa ha ipotizzato che, mentre le legioni romane marciavano per allargare i confini dell’Impero, Dio stesso fosse con loro a sostenerle nell’impresa.
Potrebbe essere possibile, è innegabile che senza la struttura e le efficienti e sicure vie di comunicazione dell’Impero Romano, modernissime, per i tempi,, unitamente al poderoso pensiero filosofico greco, il cristianesimo non avrebbe mai potuto espandersi così velocemente e capillarmente in tutto il Mediterraneo, senza il supporto di questi due pilastri.
Certo rimane, per certi aspetti, il mistero tuttora irrisolto, del fatto che un piccolo villaggio costruito sulla riva del fiume Tevere, senza nulla di particolare che lo potesse contraddistinguere da tanti altri anonimi agglomerati che lo circondava, abbia potuto sbalordire il mondo intero conquistando un territorio così immenso.
Teniamo presente che, contrariamente al pensiero comune, il cristianesimo si diffuse in primis fra le persone ricche e colte, fra i militari, non presso i poveri e il popolo, per i quali, privi di istruzione, era più facile continuare a credere negli dei e negli idoli, come era stato insegnato loro dai propri padri, come dimostrano i riti e tradizioni pagane che sopravvissero, appunto presso il popolo, ancora molti secoli dopo il passaggio al Cristianesimo.
D’altronde, lo stesso Gesù, non disdegnava di coltivare amicizie anche fra i ricchi e gli influenti: ne è un esempio Lazzaro, che era un facoltoso, e gli appartenenti al Sinedrio Giuseppe di Arimatea e Nicodemo.
Ma curiosiamo un po’, quasi giocando con il nome Roma.
Risulta subito evidente che, letto al contrario, diventa Amor. Nella nostra religione, Dio non è “Caritas et Amor”?
Ma poi, anagrammandolo, ecco apparire Armo, un nome che ha sempre avuto relazione con la lotta, la guerra (armarsi, armeria, armata): e non è forse il Cristianesimo in eterna “lotta” col Male?
E poi Ramo (di una pianta): non si è forse mai il Signore paragonato alla pianta della vite, nella quale si diramano i rami e di cui noi siamo i tralci chiamati a portare frutto?
E poi Orma: non è forse la Chiesa un’orma sulla quale è impressa la presenza stessa del Cristo, che a Sua volta ha impresso le Sue orme sulla terra, incarnandosi?
E poi Maro, piccolo arbusto erbaceo mediterraneo dal sapore amaro, come amara è la croce portata da Gesù e che anche noi dobbiamo abbracciare come cristiani seguaci del nostro Maestro? Come amaro è il sapore della mirra, portata in dono dai Re Magi?
E poi Mora, alla quale possiamo attribuire il significato di essere in debito, in mora, morosi. Verso chi? Verso il Signore che nel Padre Nostro ci invita a chiederGli di rimettere i nostri debiti che abbiamo verso di Lui.
E poi infine, se vogliamo, Omar, che è l’equivalente nelle sue espressioni araba ed ebrea di “popoloso, fiorente”. E non è forse il paradiso, verso il quale porta la Chiesa, molto “popolato”, come sta scritto nel libro dell’Apocalisse “una moltitudine che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua”?
Certo, può essere considerato solo un gioco di parole, ma per me, credente, è confortante che tutte queste parole “convergano” verso ciò in cui credo e spero.