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alda luisa corsini
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IL TESORO DI NAHAL MISHMAR E I SEGRETI DEGLI ANTICHI FABBRI Una delle scoperte archeologiche più importanti del Calcolitico

larazzodeltempo.it/2019/nahal-mishmar/

Nahal Mishmar, anche chiamato Wadi Mishmar, è uno dei più piccoli fiumi stagionali nel Deserto della Giudea, che inizia tra le colline di Hebron e sfocia nel Mar Morto. Nell’aprile del 1961, un piccolo gruppo di archeologi israeliani si trovava nella parte superiore del suo letto asciutto alla ricerca di rotoli, come quelli già trovati negli anni ’40 a Qumran nei pressi del Mar Morto.

La scoperta del tesoro

Il Wadi Mishmar in Israele

Gli archeologi facevano parte di una spedizione composta da diverse squadre alla ricerca di antichi testi ebraici, una missione ritenuta così importante per il giovane stato di Israele che il governo aveva messo a loro disposizione soldati ed elicotteri militari. Una fotografia dell’epoca mostra i capi spedizione, tra cui il famoso archeologo Yigael Yadin, e un generale in uniforme in una tenda alla luce di una lanterna che progettano gli scavi come un’operazione militare.

La squadra assegnata ad una particolare grotta era guidata da Pessah Bar Adon, un fumatore di pipa brizzolato, che in precedenza aveva trascorso parte della sua vita con i membri delle tribù beduine nel Negev. Gli archeologi più importanti della spedizione avevano ricevuto siti più promettenti da esplorare, Bar Adon dovette accontentarsi di questa grotta.

Alle 14:00 dell’ottavo giorno del nostro lavoro nella grotta, uno degli studenti, Ruth Pecherski, e uno dei soldati, Freddy Halperin, arrivarono sulla cima di una pietra inclinata che copre una nicchia naturale nella parete nord della camera B”, ha scritto Bar Adon nel suo diario dello scavo del 1961. La rimozione del grosso masso permise alla squadra di raggiungere il fondo della caverna.

Con grande sorpresa, non trovarono pergamene. Invece, avvolti in una stuoia di paglia, c’erano antichi manufatti che qualcuno aveva nascosto 6.500 anni prima.

Questo è stato uno dei più grandi ritrovamenti di tesori preistorici mai avvenuti al mondo e una scoperta che ha cambiato la nostra comprensione della vita e della cultura di alcune antiche civiltà.

Da allora questa grotta è chiamata La grotta del Tesoro.

Il tesoro consisteva di 442 oggetti decorati, fatti di rame e bronzo (429 di essi), avorio di ippopotamo e di elefante e pietra (ematite), tra cui 240 teste di mazza, circa 100 scettri o stendardi, 5 corone, corna e denti di animali, strumenti e armi, avvolti in una stuoia di paglia a brandelli.

Numerosi oggetti mostrano segni di riparazione. In alcuni mancano alcune decorazioni che vi erano attaccate, una chiara indicazione che molti degli oggetti erano stati in uso per un lungo periodo di tempo prima di essere nascosti nella grotta.
Fin dal momento della scoperta fu chiaro che i vari oggetti del tesoro, con la possibile eccezione di alcuni scalpelli e asce, non erano stati utilizzati nella vita quotidiana. Era evidente che non erano neppure opere d’arte per motivi estetici. Sembra che i lavoratori del metallo ghassuliani, come anche gli artigiani che crearono dipinti murali, oggetti in avorio, vasi di basalto, figurine e ossari di argilla, si ispirarono alla religione e miravano a produrre oggetti destinati a svolgere un ruolo nelle attività di culto.

La datazione al carbonio 14 della stuoia che conteneva i manufatti ha dimostrato che il tesoro risale al 4.300 a.C. circa, cioè risale al periodo Calcolitico, anche detto Età del rame.

Sono stati trovati nelle grotte anche le spoglie di più di 20 individui. Erano membri di una popolazione dell’età del rame sedentaria, ma la loro vita terminò sicuramente in circostanze tragiche, visto le numerose ferite riscontrate sui loro resti e le macchie di sangue presenti sui tessuti dei loro abiti, che grazie al clima secco, si sono mantenuti in buone condizioni.

Tra le dieci “corone” di rame del tesoro di Nahal Mishmar, una si distingue per i suoi simboli tridimensionali.

L’impressionante manufatto è sormontato da due avvoltoi, una pinna piatta e due rettangoli simili a un portale, ciascuno ricoperto da una coppia di corni di stambecco.

Corona decorata con due avvoltoi, una pinna piatta e due rettangoli simili a un portale, ciascuno ricoperto da una coppia di corni di stambecco – Nahal Mishmar
Gli oggetti più comuni del tesoro sono 118 stendardi che potrebbero essere stati montati su pali come simboli di rango e portati in una processione che annunciava una cerimonia.

Unico tra gli stendardi di Nahal Mishmar è lo stampo dell’avvoltoio, inciso con l’onda o il motivo a M lungo le ali e i fianchi del petto, che richiama molto il simbolo egizio di acque cosmiche celesti.

Come emblema, c’è la possibilità che lo stendardo dell’Avvoltoio abbia guidato le processioni religiose.

Lo stendardo dell’Avvoltoio

La cultura Ghassuliana

Il tesoro apparteneva a una cultura che gli archeologi moderni hanno chiamato Ghassuliana, non perché sappiamo come si chiamassero queste persone, ma perché è stata identificata per la prima volta in un sito in Giordania chiamato Teleilat Ghassul, situato nella parte orientale della Valle del Giordano, di fronte a Gerico, vicino al Mar Morto nella Giordania moderna, sito scavato dai gesuiti (1929-1938).

Successivamente, molti altri insediamenti, situati in altri siti archeologici, sono stati identificati come insediamenti ghassuliani.

Numerosi fatti ci consentono di ipotizzare che la loro cultura non si fosse evoluta in loco. Tutti i siti di scavo risultano costruiti in aree che non erano state abitate in precedenza. Inoltre gli insediamenti presentano caratteristiche di una fase avanzata di questa cultura.

Probabilmente portatori di questa cultura erano immigrati che avevano portato con sé la propria cultura, ma finora non è stata scoperta alcuna prova delle sue fasi nascenti.

Le loro origini non sono note, ma sembra che sia strettamente correlata con l’Amraziano d’Egitto e potrebbe avere anche affinità (ad esempio, le zangole particolari, o “vasi di uccelli”) con i primi materiali minoici di Creta e con la civiltà della Valle dell’Indo.

La metallurgia e i fabbri del calcolitico

Testa di mazza che gli studiosi ritengono che sarebbe stata montata su un palo di legno e forse usata in un rituale religioso. Raffigura uno squisito doppio stambecco, ispirato alle creature cornute i cui discendenti vagano ancora oggi nella stessa area.

La metallurgia è probabilmente uno degli eccezionali risultati della tecnologia calcolitica, ma di certo non è il solo: lavorazione dell’avorio, taglio della pietra, realizzazione di perline e vasellame, scheggiatura della silice dimostrano un alto livello di competenza che può essere solo il risultato di un addestramento specializzato e di una tradizione professionale.

Perciò dobbiamo assumere che le società calcolitiche fossero complesse, società in cui gli artigiani esperti e i commercianti ne erano una parte integrante e significativa. Le ricerche e gli scavi finora condotti non ci permettono di capire in maniera conclusiva quale fosse il loro ruolo nella società, la struttura della loro organizzazione (gilda, tribu, ecc,) e il loro status nella struttura gerarchica.

Perché è un tesoro?

Il ritrovamento di Nahal Mishmar è unico da tutti i punti di vista ma niente è più sorprendente e sconcertante degli aspetti metallurgici: l’esistenza di centinaia di oggetti di metallo in un’epoca remota e in un luogo inaspettato ed inoltre le sorprendenti capacità degli antichi fabbri che trovano testimonianza in questi stupendi manufatti.

La maggior parte dei manufatti sono stati prodotti utilizzando la tecnica della fusione a cera persa, un processo complesso che richiede tempo e maestria.

Ancora più sorprendentemente, le analisi hanno dimostrato che gli oggetti erano realizzati con leghe di rame con arsenico, antimonio, nichel, cobalto e altri metalli, in proporzioni molto particolari e che non si riscontrano in alcun sito della stessa epoca.

Un’altra caratteristica unica è la provenienza dei minerali. Le uniche zone da cui può provenire la miscela con cui sono stati fatti alcuni oggetti sono l’Azerbaijan e la Georgia, mentre per altri si ipotizza che provengano dall’Iran.

La maggior parte dei ricercatori è d’accordo sul fatto che gli oggetti abbiano una sorta di scopo ritualistico, considerando anche che sono realizzati con materiali costosi per l’epoca e con un processo di produzione molto complesso. Tuttavia, il tesoro è rimasto in qualche modo un mistero per gli archeologi, che hanno difficoltà a spiegare qual era l’uso esatto dei manufatti o quale significato può essere attribuito ai motivi che li decorano.

Rovine del Tempio di Ein Gedi.

Parte dell’enigma deriva dal fatto che i Ghassuliani hanno vissuto in un periodo preistorico e non ci hanno lasciato scritti.

Secondo alcuni studiosi, in particolare l’archeologo David Ussishkin, la chiave per comprendere lo strano ritrovamento potrebbe trovarsi a otto chilometri a nord, nell’oasi nel deserto di Ein Gedi, dove gli archeologi hanno scoperto un tempio di epoca calcolitica. Secondo questa teoria, il tesoro avrebbe potuto essere l’arredamento del Tempio e i sacerdoti del tempio potrebbero aver portato i loro oggetti rituali dal santuario in un momento di pericolo e li avrebbero nascosti in un luogo in cui pensavano che non sarebbero mai stati trovati e quindi avrebbero potuto recuperarli.

Ma le sorprese che ci riserva il tesoro non finiscono qui.

Forse un sistema di scrittura primordiale

Un ricercatore israeliano, Nissim Amzallag, ha pubblicato un suo studio sul tesoro di Nahal Mishmar su Antiguo Oriente, una pubblicazione peer-reviewed del Centro Studi sull’antica storia del Vicino Oriente presso la Pontificia Università Cattolica di Argentina.

Egli pensa di aver decifrato il significato dei manufatti e ipotizza che gli oggetti in rame, realizzati circa 6.300 anni fa, possano contenere un codice segreto usato dagli antichi lavoratori del metallo, che renderebbe questa una delle prime forme di scrittura al mondo, un precursore dei primi sistemi di scrittura che sarebbero emersi secoli dopo in Egitto e Mesopotamia.

Secondo la sua teoria queste rappresentazioni sono un rudimentale codice tridimensionale, in cui ogni immagine simboleggia una parola o una frase e comunica un certo concetto.

Nel suo studio, Amzallag analizza diversi pezzi del tesoro e specula sulla possibile semantica dell’iconografia. Molte delle raffigurazioni possono essere interpretate come logogrammi, cioè simboli grafici che rappresentano una particolare parola o frase.

I logogrammi costituivano la base dei primi sistemi di scrittura, come i cuneiformi sumeri e i geroglifici egiziani. Nella loro forma più semplice, i logogrammi potevano significare una parola assomigliando all’oggetto fisico che dovevano rappresentare, come un bue o uno stelo di grano.

Ma quando dovevano trasmettere concetti più astratti, i sistemi di scrittura antichi si rivolgevano a ciò che i linguisti chiamano il principio rebus: usando un carattere, o un fonogramma, la cui parola corrispondente suona molto simile all’idea complessa che lo scrittore sta cercando di comunicare.

Questo trucco è ancora comunemente usato nei rebus creati usando le lingue moderne. Ad esempio, in inglese, il pronome I (pronuncia: ai) può anche essere scritto disegnando l’immagine di un occhio eye (pronuncia: ai).

Il simbolo dello stambecco con le corna era probabilmente correlato al modo in cui venivano create le leghe.

La stessa logica era utilizzata nel codice di Nahal Mishmar, ad esempio, uno dei motivi decorativi più ricorrenti nei manufatti è quello di un animale cornuto a due o quattro teste, probabilmente un giovane stambecco. Sebbene non vi sia alcun legame particolare tra stambecchi e metallurgia, la parola semitica occidentale usata per i giovani ungulati suona molto simile alla designazione di polvere e minerale. È quindi possibile che i giovani stambecchi rappresentassero un fonogramma per il minerale che costituiva questi stessi manufatti e che i corpi fusi degli animali rappresentassero la necessità di mescolare due o più minerali per creare le leghe utilizzate nel giacimento di Nahal Mishmar.

Per fare un altro esempio, la frequente rappresentazione di un naso umano, anp nei primi linguaggi semitici, potrebbe essere collegata al suo uso come radice verbale per esprimere il potenziamento di un fuoco soffiando aria su di esso – un’azione che è stata un elemento chiave del processo di fusione, il ricercatore afferma nell’articolo.

Inoltre, Amzallag vede un legame semantico tra le rappresentazioni degli uccelli nidificanti e il mestiere del lavorare il metallo perché il termine per nidificare nei primi linguaggi semitici è simile a qayin, una designazione arcaica della metallurgia.

Tutti i 16 significanti che Amzallag afferma di aver decodificato hanno un significato collegato alla fusione del rame e alla lavorazione dei metalli.

Potrebbe essere un codice segreto utilizzato dai lavoratori del metallo?

Il motivo dello sviluppo di questa scrittura era basato sulle esigenze dei lavoratori del metallo. Tutti i simboli indicano alcuni aspetti del lavoro con il rame e il bronzo.

All’epoca, il processo di riscaldamento delle rocce e di estrazione del metallo probabilmente, era visto come un’attività magica, quasi divina, e coloro che vi erano impegnati, i fabbri, si sentivano vicini ai segreti dell’universo.

La conoscenza di questo mestiere divino sarebbe stata mantenuta in una cerchia ristretta di persone e condivisa solo con pochi eletti.

Probabilmente i lavoratori dei metalli hanno sviluppato la scrittura in modo da poter condividere i loro segreti e istruire altri fabbri, senza divulgare questa conoscenza alla popolazione generale e ad altri gruppi. La scrittura era un codice segreto che era noto solo ai fabbri e ai lavoratori di metalli ghassuliani.

Tuttavia, vi è stato anche un certo rifiuto di questa teoria. In primo luogo, non è noto se i Ghassuliani parlassero una lingua semitica e, in secondo luogo, è notoriamente difficile interpretare simboli antichi e iconografia. Quindi si sostiene che i simboli siano solo decorativi.

Si concorda generalmente che i primi sistemi di scrittura sistematica furono sviluppati in Egitto e Mesopotamia intorno al 3.200 a.C. Tuttavia, l’accademico ritiene che i Ghassuliani abbiano contribuito a sviluppare il principio dei rebus che è stato un contributo fondamentale alla scrittura e al suo sviluppo.

I simboli della regalità e del potere

Analizzando i reperti di Nahal Mishmar saltano all’occhio immediatamente forme che verranno usati in epoche successive come simboli di regalità e potere: lo scettro, il globo e la corona.

Lo scettro

Lo scettro è un bastone cerimoniale riccamente decorato, simbolo di un’autorità sovrana.
Lo scettro è di per sé un oggetto a forma di asta lunga e ornata; solitamente è decorato con metalli pregiati affiancati da pietre preziose, spesso sormontato da simboli (globo, corona, croce, aquila, mano benedicente, ecc…), utilizzato per indicare il “potere di colpire” di chi lo reca e quindi, in generale, quale simbolo di potere.
Un altro significato dello scettro ha probabilmente origine nelle prime civiltà contadine dell’antichità, derivando dallo strumento utilizzato per la misura dei campi, rappresentando quindi comunque un aspetto decisionale.
Per tale motivo esso è attributo tipico delle divinità, dei sacerdoti, dei sovrani, dei comandanti militari e dei magistrati. Per estensione il termine passa quindi spesso ad indicare l’ufficio stesso che a tali soggetti compete.

Nella Repubblica Italiana lo scettro permane quale simbolo di potere, attraverso l’esposizione nelle cerimonie d’inaugurazione dell’anno giudiziario nei vari tribunali, di grandi mazze cerimoniali dorate deposte su un cuscino al centro dell’aula a simboleggiare il potere giudiziario.
Esso è inoltre presente nello stemma di svariate istituzioni e per questo ve ne sono degli esemplari che vengono esibiti durante delle cerimonie solenni; un esempio sono le mazze presenti nello stemma dell’Università di Pavia, che vengono trasportate in processione davanti al rettore nel corso della cerimonia d’inaugurazione dell’anno accademico.

Il Globo

Il simbolismo visivo di tenere l’universo in mano o, in maniera più forte, sotto il piede, era conosciuto anche presso i pagani.

I cittadini romani erano familiari con la sfera come rappresentazione del cosmo e con il dominio dell’imperatore su di esso: per esempio su una moneta del IV secolo è raffigurato l’imperatore Costantino il Grande che tiene in mano una sfera; in una moneta del II secolo, del regno dell’imperatore Adriano, è raffigurata la dea Salus che tiene la sfera sotto un piede.

Dopo che il Cristianesimo divenne la religione ufficiale dell’Impero, alla sfera venne aggiunta la croce. La presenza del globo crucigero nelle insegne imperiali poteva essere interpretata in vario modo. Poteva, ad esempio, rappresentare il dominio di Cristo sul mondo e l’intenzione dell’imperatore di essere strumento di tale dominio. Il potere imperiale veniva così qualificato come un potere cristiano legittimato dal favore divino.

La corona

Il momento dell’incoronazione che segna l’atto dell’ingresso al potere è investito di significati alti e solenni tradotti in consuetudini prefissate fino a essere assimilate allo svolgersi di una vera e propria cerimonia, durante la quale l’unzione e l’incoronazione precedono la consegna dello scettro, della spada, del bastone, dell’anello e del simbolico globo, fino all’insediamento sul trono. L’immagine dei sovrani in gloria, intronizzati, rivestiti dei loro paramenti e dotati degli attributi, ci è trasmessa da una quantità di illustrazioni inserite nei libri miniati con dovizia di dettagli.

Una conferma dalla Bibbia – Tubalcain il metallurgo

Il biblista Gordon Wenham suggerisce un’antica tradizione secondo cui il nome “Caino” significa “fabbro” (anticipando, quindi, le osservazioni circa la sua capacità di lavorare i metalli).

Tubalcain o Tubal-Cain, personaggio biblico, è fratello di Naamah ed è “il fabbro, padre di quanti lavorano il rame e il ferro”.

Mito di Caino che uccide Abele, la cui chiave è un personaggio biblico adottato dalla tradizione massonica: Tubalcain.

Nella Genesi 4:22 si dice che “Tsillah a sua volta partorì Tubal-cain, l’artefice di ogni sorta di strumenti di bronzo e di ferro; e la sorella di Tubal-cain fu Naama”.

Anche se ciò può significare che egli fu un fabbro, un confronto fra i versi 20 e 21, ci fa intuire che egli possa aver avuto una reale maestria primigenia nella lavorazione dei metalli.

C. Mitchell propone quanto segue: “Egli scoprì la possibilità di fucinatura a freddo, di primordiale bombatura del ferro meteorico.” Tubal-cain è stato descritto anche come il primo chimico.

Tubalcain, secondo alcune etimologie, “colui che spezia (aromatizza) il mestiere di Caino”, è il capostipite della famiglia dei fabbri, i Cainiti, esperti metallurghi, ossia di coloro i quali possedevano i segreti della metallurgia, poi sfociati nell’alchimia.

Il fabbro alchimista, nelle società tradizionali, è il mestiere che viene subito dopo quello dello sciamano: ha i poteri di guarigione e di predire il futuro, ma soprattutto ha il “potere del fuoco” e possiede la magia dei metalli, ossia della trasformazione.

Tubal-Cain è come Efesto, il fabbro degli dèi, esperto del fuoco, della metallurgia ed è come Vulcano, il cui nome deriverebbe dalla folgore o, ancora, come l’irlandese Goibniu, figlio di Brighit e di Tuireann, della stirpe divina dei Tuatha Dé Danann, gli Dèi della Dèa Dana.

Altri associano il lavoro di Tubal-cain a quello di costruttore di armi da guerra. Sempre il rabbino Rashi annota che egli avrebbe “aromatizzato e ridefinito il mestiere di Caino facendo armi per assassini.”

Nel suo Antichità giudaiche, Flavio Giuseppe dice che “Tubal superò la forza di tutti gli uomini ed era molto esperto e famoso in esibizioni marziali, […] e prima di tutto aveva inventato l’arte di lavorare l’ottone.” Il teologo Walter A. Elwell ipotizza che “la sua invenzione di armi evolute può essere stata il motivo per cui a Lamech interessasse vendicare il sangue.
Fonti:
– Friedrich Begmann et al, The Nahal Mishmar hoard from the Judean Desert: Technology, composition, and provenance, in Atiqot gennaio 1995
haaretz.com/…rael-researcher-says-1.7619705
alda luisa corsini
Per chi desidera avere una visione d'insieme dell'Oasi di Engaddi in cui si trova il complesso si veda l'ottimo, semplice nonché didattico lavoro, arricchito da disegni, mappe e foto in lanuovaregaldi.it/…ocumenti/multimedia/engedi.pdf
Marziale
Rimanendo sull'opera valtortiana, da Engaddi passarono i Magi nel ritorno.
"Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese." Mt.2,12.
Ecco, quell'altra strada è proprio la strada che passava per Engaddi.
alda luisa corsini
Il tesoro ritrovato nella grotta appartiene quasi sicuramente all'allestimento del Tempio calcolitico rinvenuto in En Gedi: cfr. in questa sede IL TEMPIO CALCOLITICO DI EIN GEDI E IL SUO TESORO