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Francesco Federico
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Il papa che non amava i sacerdoti

Il papa che non amava i sacerdoti

Di Antonio Margheriti Mastino, il 23 novembre 2014 www.qelsi.it/…/il-papa-che-non… - 51 commenti


Rompo dopo mesi e mesi il mio silenzio su questo pontificato e sulla Chiesa, neppure sul Sinodo ho proferito parola. Lo rompo e poi lo ripristino, tacendo di nuovo. Ho i miei motivi.
Sabato mattina alle 7 ho infatti scritto sul mio fb:
«Mi sono alzato deciso a fare una cosa.
Io sono anticlericale vabbè, forse ho disistima del clero, critico il clero pur ammirando molti piccoli preti che fanno quel che possono, mi piace in loro l’innocenza. Ma li critico. Purché sia solo io a farlo: quando lo fanno gli altri mi girano i santissimi, non lo sopporto, specie se sono nemici della chiesa. Pure quando ero nel PDS se erano i compagni a criticare i preti, mi inalberavo: io potevo, loro no. Perché, ho infine scoperto, ne resto amico. E come ad amici voglio loro bene. E Dio sa se hanno bisogno di amici sinceri di questi tempi dove sembrano rimasti davvero soli: amici che li incoraggino nel ministero, non che assecondino con la condiscendenza di un animo corrotto il loro lassismo.
E dunque stamattina mi sono svegliato deciso a fare quel che non faccio da mesi e pubblicamente (eccettuato qualche sfogo su fb, per pochi eletti): scrivere un articolo. Sul papa addirittura. Lui ha per l’ennesima volta sputtanato i preti? Ebbene, nel mio piccolo gliela faccio pagare: perché sono amici miei, lui a quanto ne so pochi ne ha avuti, di amici preti: si è fatto solo nemici preti. Lui è il Papa, lo riconosco come Pietro, da Pietro non ci si divide se non si vuol cadere nelle mani di Lucifero, però si può e si deve criticare Pietro, quando Pietro sembra staccarsi da Pietro. Per esser solo Simone.
E’ l’ora a sor marchè…».


CALIGOLA
Sarà stato a fine ottobre. Mezzogiorno. Corte dei miracoli e fiera delle vanità di Santa Marta. Papa Bergoglio gran mangiatore entra nel ristorante col suo codazzo di arrampicatori clericali mezzi apostati per meglio arrampicarsi senza il fardello della fede sulle spalle. Incede tumultuoso e imperioso. Ad un tratto rallenta il passo. E getta lo sguardo su un povero pretino, in talare, che seduto a un tavolo stava consumando il suo pasto. Lo scannerizza con quel suo sguardo gelido che chi gli è vicino ma non è un suo intimo gli conosce, quando le telecamere si spengono, e di scatto, mentre continua a camminare, si volta verso un suo pretoriano e ordina: «Quel prete lì non mi piace! Che io non lo veda più qui». Caligola. Che non avendo stavolta un cavallo da insignire del laticlavio, s’accontenta di un anonimo pretino da privare della biada. La cosa curiosa, anzi triste, è che quel povero pretino lì in talare – in un ambiente dove anche il papa gira in borghese, taluno dice – che mangiava il suo piatto di pasta, non sapeva nemmeno chi fosse. Certamente doveva essere un santo. Qualcosa nello stomaco di Bergoglio si è rivoltato. Che c’è? Perché queste cose qui, a Santa Marta, che si tratti di vescovi o preti, succedono quotidianamente: so di vescovi che in lacrime sono usciti dalla suite imperiale. E non per l’emozione.

Mi viene spesso in mente, in questi giorni nei quali devo prendere (e forse ho preso) una decisione difficile al riguardo, una osservazione di santa Caterina da Siena. Quando si parlava di come si dovesse reagire davanti ad un papa difficile da seguire, e non per colpa dei fedeli, ma del papa stesso, lei rispondeva al confessore: ci sono cose che possiamo dire sul papa e del papa, ed altre che non possiamo dire perché è il papa legittimo (cosa peraltro difficile da stabilirsi nei suoi tempi avignonesi), ma possiamo pregare laddove non possiamo parlare. Una lezione che pure papa Bergoglio dovrebbe imparare su stesso: parla troppo, e – lo ammette egli stesso – gli resta poco tempo per pregare, e s’addormenta facile quando lo fa. Provasse a farlo in ginocchio, forse resterebbe sveglio.

“Lottate lottate!” dice agli anarco-comunisti dei centri sociali, “fate rumore, ribellatevi, criticate”, disse ai quieti giovani cattolici nella chiesa salesiana di Termini a Roma. “Le critiche fanno bene” disse al telefono alla buonanima di Mario Palmaro. Egli stesso da cardinale quando veniva a Roma si faceva raccontare tutti i pettegolezzi del “Palazzo”, e ora sappiamo che non per sola curiosità voleva saperne. Ci scuserà allora papa Bergoglio se anche noi ci accodiamo al “chiacchiericcio” che sempre chiacchierando egli biasima, e che, va da sé, egli stesso scatena, e come ha ammesso il cardinale Burke, la fa apposta, dopodiché si mette con le braccia conserte a godersi lo spettacolo delle diatribe che ha scatenato il giorno dopo con le cose in contraddizione che “a caso” ha dichiarato il giorno prima. Non è solo divertimento: è uso scientifico della chiacchiera. Un giorno spiegherò perché lo fa.

L’AIDS DELLA CHIESA: I GESUITI

Dio solo sa quanto io detesti i gesuiti.
Stavo leggendo iersera le memorie del cardinale francese del Settecento, François-Joachim de Bernis. Forse non è sincero sulla sua morigeratezza, peraltro smentita elegiacamente dal suo amico Casanova (fu ambasciatore del re di Francia a Venezia) nelle porcherie che scrisse fatte a tutt’oggi passare per letteratura. Ma le virtù della scienza e prudenza non gli mancavano: una mente politica e diplomatica sottile, che molti conflitti seppe evitare e ne avrebbe risparmiati se l’avessero di più ascoltato a corte, e di certo Dio ne ha voluto tener conto, speriamo, chiudendo un occhio sulle presunte cedevolezze delle sue pudenda. E in ogni caso accettò di perdere tutto, denaro, proprietà e titoli, ed anche la patria, rifiutando di firmare la sua resa alla costituzione civile del clero imposta dai rivoluzionari francesi. Morì a Roma in esilio, senza rimpiangere ciò che era stato.

Fece tanto, sant’uomo!, nel conclave del 1769 a far eleggere un papa avverso ai gesuiti, virus da immunodeficienza della Chiesa di ieri di oggi di sempre. E ci riuscì, con lo sfortunato Clemente XIV. Un francescano. Che effettivamente soppresse i gesuiti, poi morì tra mille sofferenze, qualcuno dice di veleno. Ad opera dei gesuiti, chiaramente, dissero sempre i contemporanei: non credo che fu vero, ma so che i gesuiti, avessero voluto, ne sarebbero stati assolutamente capaci: la loro amoralità è nota da sempre e da tutti, per questo i re li scacciarono, le aristocrazie ne diffidarono sempre e il popolo non li amò mai: perché sono contorti, e prima o poi perversi, insinceri e doppi in ogni caso. Come bene aveva capito Blaise Pascal.

Che la loro opera mai sia stata accompagnata dalla grazia, lo dimostra il fatto che tutti i fuochi di paglia che accesero ovunque, non di rado con l’artificio e la simulazione, in Asia, India, Giappone, Cina, ovunque, si sono spenti come stoppa subito dopo che se ne erano andati e niente è rimasto: Dio ha soffiato sui loro incantesimi e li ha dissolti. Pio VII infine, qualche decennio dopo, riabilitò i gesuiti rimettendone in piedi il tristo Ordine: finì incarcerato e mandato in esilio. Quasi una punizione divina.

Oggi abbiamo un gesuita sul Soglio, al quale a votazioni concluse fu consigliato di chiamarsi Clemente, come “vindice” – vendicatore cioè, parole del Gesuita – del benemerito papa che soppresse il suo Ordine: Clemente XIV. Ma poteva anche darsi che il nome di Clemente poco rispecchiasse il suo animo. E di fatto soppresse (è lui il mandante) i migliori Francescani: quelli dell’Immacolata. Come “vindice”, non essendo “clemente”

Qualche mese fa una studiosa che s’intende di Ordini religiosi, osservando gli ultimi tempi con un gesuita papa, mi fece quasi rabbrividire per le conclusioni che gelidamente ne trasse:
«Io sostengo ciò che alcuni santi hanno detto dei Gesuiti che stavano sullo stomaco anche a loro: perché il Signore avrebbe voluto la Compagnia di Gesù se non per accelerare la sua venuta ultima? E come potrebbe avvenire questa accelerazione se non con una Compagnia che prendendo alla lettera il Vangelo remasse spesso contro la Chiesa terrena?».

Parole dure, che in coscienza reputo vere. La Coscienza… questa grande dimenticata dalla Chiesa del postconcilio delirante, quello che pure fece fuoco e fiamme per la “libertà di coscienza” in fatto religioso, fra l’altro, sull’uno e l’altro versante, progressista e conservatore, fraintendendone la natura e scambiandola con una sorta di bon ton religioso, quando non un rompete le righe generale giacché ogni verità sarebbe relativa. Questa regina e tesoro della cattolicità, la Coscienza, ridotta a serva di ogni moda e di ogni potere, proprio nel momento in cui si credette di liberarla da “catene” immaginarie che, perciò, mai aveva avuto prima.

NON GLI PIACCIONO I SACERDOTI. SPECIE SE ITALIANI

Dicevo di papa Bergoglio. Lo sappiamo: non gli piace la Chiesa cattolica così com’è e com’era, non gli piace Roma, non gli piacciono i nostri costumi, detesta i vescovi nostri connazionali (non con tutti i torni, non fossero i latinoamericani peggio), non gli piacciono le monache di clausura (e perciò ha dato mandato di gradualmente smantellare la clausura), non gli piacciono i troppo devoti, non gli piace il cattolicesimo identitario, non gli piacciono le messe in latino, non gli piacciono le lotte-marce-rosari pro life; non gli piacciono i cattolici, in pratica. Non gli piace niente di niente salvo le stravaganti, superficiali e già provate come fallimentari idee liberal-pentecostali che ha in testa: gli piace il sentimentalismo, nel senso proprio latinoamericano, e cioè non i buoni sentimenti ma la rappresentazione enfatica e teatrale di questi. L’ipocrisia, si sarebbe detto in altri contesti, se non si sapesse che i sentimentalismi celano più che un buon cuore piuttosto i nervi deboli.

Ma sopra tutti, non gli piacciono i preti: il prete classico. Baci e abbracci e auguri di buon ramadan agli imam, visite amicali ai pastori evangelici, baci delle mani ai rabbini, ma ai preti cattolici solo calci tra i denti. Ogni santa mattina! Ora li scaccia anche dal ristorante di Santa Marta. Mamma mia come li combina ogni giorno appena spunta il sole in quelle che si fanno passare come “prediche” e che talora sembrano solo diffamazione quotidiana, scientifica, sistematica dei sacerdoti che come pontefice dovrebbe incoraggiare e proteggere. Li strattona, li insulta, li sbeffeggia e ridicolizza davanti a tutti, certe volte gli dà pure del “pedofili”, li tratta come servi sciocchi, pezze da piedi.

Solo davanti a due preti si è piegato a baciar letteralmente mani e piedi: a quell’imprenditore del politicamente corretto di sinistra che è don Ciotti, e a un altro vecchio prete nonagenario noto per il suo omosessualismo e per aver fatto da megafono a tutte le mode ideologico-clericali del momento, dalla comunista alla gender.

Mi ha scritto un prete genovese:
«A me hanno insegnato che coram populo si difende sempre e comunque la propria famiglia, la propria azienda, i propri collaboratori, sottoposti eccetera. Poi, in idonea sede, si lavano i panni sporchi, e pure si disinfettano. Ma non si sputtana l’istituzione di cui si è a capo».

LA FABBRICA DELLE NON-NOTIZIE: SANTA MARTA
L’altra mattina di nuovo. È montato sul piedistallo delle vanità in Santa Marta, e scordandosi che egli stesso è un prete come tutti gli altri ha osato, e detto, fra le altre cose: (vedi qui) «noi sappiamo quello che dice Gesù a quelli che sono causa di scandalo: ‘Meglio essere buttati nel mare’». E dunque i giornali, letteralmente, titolano: “Papa: i preti si buttino a mare”. Sempre di soldi parla: ne è ossessionato.

A parte che Gesù non ha detto a nessuno di buttare qualcuno in mare, ma semmai di buttarcisi da soli, di cosa sta parlando? Dov’è che succedono queste cose? Io non ne ho mai viste in giro e caspita se non mi intendo di Chiese, se non ne sono un fustigatore spesso e volentieri, se non denuncio il denunciabile. Niente, non esistono: Bergoglio sfoglia i giornali ogni giorno, legge maniacalmente tutte le notizie che lo riguardano, poi sottolinea gli articoli, sovente di giornali anticlericali, che montano bufale sui preti, o comunque ne distorcono ed esagerano abnormemente le vicende. Lui le memorizza, le rielabora, e poi le usa (per fini che a lui sono ben noti e ormai anche a me). Facendo di una non-notizia, un dato collettivo, di una realtà simulata e ipotetica, un fatto incontrovertibile, endemico. E’ la de-realtà di un pontificato che si gioca tutto sugli effetti speciali e i giochi di specchi mediatici. Il festival del peggior luogo comune da bar proiettato su quello di Santa Marta.

Non-notizie scagliate come pietre addosso ai consacrati, che a scartarle resta solo un grande vuoto: vuoto come quella valigia (che c’era dentro? Niente, cartacce) che Bergoglio si portava sugli aerei nei viaggi papali. A che gli serviva una valigetta vuota? Per apparire, per simulare, per creare artificialmente una notizia, aggiungere un mattone al monumento, una cesellatura sul vitello d’oro, per rappresentare mediaticamente se stesso. E la chiesa che vive nella sua immaginazione post-cattolica, ma che, questa sì, intende concretizzare. Attraverso i media. Si crea ad arte e si mette da parte, per quando il “momento” che ha in testa sarà giunto. “Ma Dio aveva altri progetti”, è scritto nelle presunte profezie della Emmerick.

JORGE MARIO LUTERO: LA NUOVA “VENDITA DELLE INDULGENZE”

Nello stesso articolo tratto dall’“omelia”, leggo: «E lo scandalo, quando il Tempio, la Casa di Dio, diventa una casa di affari, come quel matrimonio: si affittava la chiesa». Curioso che a parlare sia lo stesso personaggio che qualche settimana fa, senza chiedere a nessuno, motu proprio ha affittato nientemeno che la Cappella Sistina, che è la chiesa delle chiese, alla Porsche, la ditta di automobili: per girare le sue pubblicità commerciali.

“Vorrei una Chiesa più povera” disse a inizio pontificato: come al solito, i buoni sentimenti (ossia le demagogie cripto-marxiste) favoriscono sempre i buoni affari. Come ben sanno, ultimamente, allo Ior e in Vaticano, diventato il paradiso delle lobby finanziarie straniere – da quella banchetta per preti che era fin pochi mesi prima — grazie a Bergoglio e agli amici a cui deve l’elezione.

«Hanno trasformato la casa di preghiera in un covo di ladri». Diceva l’altro ieri, dunque. I preti sempre, colpa loro: parola di uno che il parroco non l’ha fatto mai, preferendo fare il caudillo degli altri gesuiti argentini, dai quali infine fu allontanato, stante i disastri e la ribellione generale che aveva generato, con i suoi metodi brutali frammisti di superficialità. E aggiunge: «Quante volte vediamo che entrando in una chiesa, ancora oggi, c’è lì la lista dei prezzi».

A chi si riferisce di preciso? Non parla di nessuno – il che è peggio, non si riferisce a fatti: lui rapisce e fa suo cavalcandolo un tormentone mediatico, un luogo comune laicista, una leggenda metropolitana e si rafforza dell’ondata mediatica di ritorno. A cosa gli serve tutta questa forza che aspira via dalle cose lasciandole man mano esanimi? Io lo so, l’ho capito, ma non lo dirò qui.

Dove ha preso spunto quindi per questa roba? Chiaro: dai giornali che riportavano la mezza bufala e la mezza burla di un parroco, un non-fatto accaduto in Lucania. Non che non ci siano preti venali; come sempre e come in tutte le categorie i ladri ci sono e ci saranno sempre: ultimamente in Toscana un prete ha chiesto 800 euro per celebrare un matrimonio nella sua bella chiesa. Ma non che avesse affisso i tariffari per intascare illecitamente i soldi che probabilmente sperpera per mantenere le sue private prostitute magari gravide: sottobanco. Come i truffatori. Ma si può fare di un caso singolo, un dato collettivo?

Dovremmo dunque dire che siccome il papa ha promosso alla sua corte un monsignore che l’unica gloria del suo curriculum sono le tresche a luci rosse, certificate dalla polizia allorquando fu gonfiato di pugni in uno squallido locale gay, dovremmo dire che il papa è un sostenitore della prostituzione maschile? poiché ha chiamato a Roma scegliendolo nel mazzo un prete non solo ultraprogressista ma pornocrate spagnolo – gloriandosene sui giornali – dovremmo dunque dire che tutti a cominciare dal papa in Vaticano sono degli sporcaccioni?

Va detto che di preti ladri, quando ci sono, li ritrovi tutti affiliati nelle file più liberal e progressiste del clero: ossia, gli sponsor maggiori di Bergoglio e del suo culto.
Io nella mia vita, e per molti anni sono stato chierichetto da marcare stretto 360 su 360 la parrocchia e il parroco, ho visto parroci, come il mio, che agli sposi diceva: “le spese per il matrimonio sono 50 mila lire, però se non li avete non fa niente”. Un giorno volle scrivere sulla cassetta delle offerte: chi ha metta, chi non ha prenda. Era un fervente prete, mariano e conservatore in fatto di costumi. Un prete cattolico come la maggior parte, la maggior parte dei buoni preti. Ma che gliene importa a Bergoglio che dice di odiare ogni ideologia scambiando per questa persino la Dottrina, e mostrando che il primo ad essere ideologizzato è proprio lui?

Leggo e rileggo quella frase epicentrale di quel testo che prima ancora d’essere di grande letteratura è profezia di un gigante spirituale, Solove’v, Il racconto dell’Anticristo: “Egli credeva in Dio, ma in fondo al suo cuore preferiva se stesso”.

IMMAGINARE TARIFFARI IN ITALIA, NON VEDERE LA SIMONIA IN GERMANIA

Continua l’ex arcivescovo di Buenos Aires, diocesi mandata in default proprio da Bergoglio: «”Quando quelli che sono nel Tempio – siano sacerdoti, laici, segretari, ma che hanno da gestire nel Tempio la pastorale del Tempio – divengono affaristi, il popolo si scandalizza. E noi siamo responsabili di questo. Anche i laici, eh? Tutti. Perché se io vedo che nella mia parrocchia si fa questo, devo avere il coraggio di dirlo in faccia al parroco. E la gente soffre quello scandalo. E’ curioso: il popolo di Dio sa perdonare i suoi preti, quando hanno una debolezza, scivolano su un peccato… sa perdonare”».

Avete capito il messaggio in codice? I preti non si impuntino sui “sacramenti”, siano condiscendenti come con se stessi e con loro lo sono i laici. Si capisce o no che sta parlando a nuora perché suocera intenda? Che ancora non ha mandato giù il boccone amaro del sinodo? Pure questo ci manca adesso: i preti, spietati, che “non perdonano”, e i laici, poveretti che non solo sono chiamati a giudicarli ma anche a perdonarli magnanimamente. Chiacchiere che nulla hanno a che fare con la realtà.

Se pensiamo che è lo stesso papa che da quando ha momentaneamente perso la partita del Sinodo, non si dà pace e placa la sua ira cercando teste da tagliare e cavolo se non le taglia!

Se è lo stesso papa eletto dai cardinali progressisti tedeschi, che egli strumentalizza lasciandosi strumentalizzare, e che del dio Mammona e della simonia hanno fatto la loro divinità maggiore e il loro sacramento unico: chiesa tra le più ricche e progressiste del mondo, quella tedesca, con migliaia di dipendenti, con preti che guadagnano sino a oltre 4mila euro al mese, e che hanno osato l’inosabile.

Come scrissi a suo tempo io, anche l’amico Antonio Socci (e qualcuno prima di sparlare del suo libro senza leggerlo e di citare a sproposito il suo nome dovrebbe sciacquarsi la bocca con la varichina) lo ha ribadito ieri sulla sua pagina fb (vedi qui):

«Soldi e sacramenti? Caro papa Bergoglio, contesti le sconcertanti decisioni dei vescovi tedeschi (come fece Ratzinger) invece di denigrare i nostri parroci. Quelle si che sono una vergogna! Non so se ce ne sono in Argentina, ma io francamente in Italia non ho mai visto una chiesa con un listino dei prezzi… Certo, la denuncia del papa sottolinea una questione vera (la gratuita della grazia e quindi dei sacramenti), ma in quei termini rischia di suonare come una denigrazione dei poveri parroci. Segnalerei invece a papa Bergoglio un caso molto più sconcertante di cattivo rapporto fra i sacramenti e i soldi che riguarda la Chiesa tedesca. Al tempo di Benedetto XVI la Santa Sede contestò queste decisioni dei vescovi tedeschi. Sarebbe il caso che papa Bergoglio si occupasse di loro, invece di mettere in imbarazzo i parroci. Oltretutto lui conosce bene l’episcopato tedesco, perché è proprio quello, molto progressista, che è stato il suo principale sostenitore nel Conclave ed è stato il maggior sostenitore delle tesi kasperiane al Sinodo. Ecco, in una pagina tratta dal mio libro “NON E’ FRANCESCO”, cosa accade in Germania:

«Con buona pace della proclamata «Chiesa dei poveri», la Chiesa tedesca è una vera potenza economica perché usufruisce di colossali entrate statali… una cifra sei volte superiore all’otto per mille della Chiesa italiana, sebbene la Chiesa tedesca sia composta solo da 24,3 milioni di cattolici (meno della metà rispetto all’Italia). Anche il meccanismo è diverso. In Germania – con buona pace della separazione fra Chiesa e Stato tanto decantata dai progressisti – è una vera e propria tassa che viene imposta a chi all’anagrafe risulta cattolico (come accade anche ai protestanti a vantaggio della Chiesa evangelica). Giustizia e rispetto della libertà vorrebbero che si trattasse di una tassa a cui liberamente ci si sottopone, invece è diventata praticamente una sorta di «supersacramento», superiore al battesimo, perché la tassa e l’appartenenza alla Chiesa coincidono e ci si può sottrarre alla tassa solo se si esce dalla Chiesa con la gravissima conseguenza di essere considerati apostati ed essere esclusi dai sacramenti (compreso il funerale in chiesa).
«Un decreto della Conferenza episcopale tedesca ha stabilito che il rifiuto del contributo implica il venir meno, per il fedele, dell’appartenenza alla Chiesa.»
«Questa posizione inaudita è contestata dalla Santa Sede (almeno nell’epoca Ratzinger) ed è particolarmente sconcertante perché «allo stesso tempo la maggioranza dell’episcopato tedesco spinge per una Chiesa “misericordiosa” e “vicina al mondo”, con la richiesta di comunione ai divorziati risposati, superamento del celibato sacerdotale, allentamento dei “vincoli” in materia di etica sessuale ecc.».


Il filosofo Robert Spaemann, amico di Joseph Ratzinger, ha osservato che in Germania uomini che negano la resurrezione di Cristo rimangono professori di teologia cattolica e possono predicare in quanto cattolici durante le Messe. Fedeli invece che non vogliono pagare la tassa per il culto vengono cacciati dalla Chiesa. C’è qualcosa che non va.

Ma come diceva il buon Giovanni Giolitti, piemontese come Bergoglio, la legge per gli amici si interpreta per i nemici si applica.

“GLIELO DICO A BERGOGLIO!”

Kasper e Burke

Non è un caso che durante il sinodo, in aula, dopo che era uscito il video dove Kasper da buon tedesco manifestava tutto il suo disprezzo razziale contro i vescovi africani, contrari alle sue tesi che poi erano quelle di Bergoglio, e che egli aveva negato esistere (legge del contrappasso: si dice che ai tempi del Motu Proprio fu lui a far uscire il video di mons. Williamson), abbia fatto la piazzata.

Insomma, mentre il cardinale Burke fa capannello con altri confratelli, passa il cardinale Kasper che inviperito si insinua tra costoro, addita il confratello Burke e lo apostrofa: «E’ stato lei vero a mettere in giro quel video?!». Burke si gira, e gelido risponde: «Eminenza, è stato lei che ha dato l’intervista». A quel punto è esplosa l’ira di Kasper, e si sa, così come in vino veritas anche negli attacchi d’ira ci si fa sfuggire la verità, per quanto infantile sia: «Gliela faccio vedere io! La pagherà! Glielo dico a Bergoglio!». Glielo dice “a Bergoglio” lui, manco al “santo padre”: “a Bergoglio”. Come a dire “all’amico mio”, è uno dei nostri: cosa nostra. È tutta una cosa loro, anche la chiesa sembra diventata un bene immobile di loro proprietà, come i sacramenti, la verità: è loro e ne dispongono a piacimento. E specialmente, in Germania, a pagamento.

Infatti, qualche giorno dopo Bergoglio chiama Burke e gli conferma: “lei cambia ufficio!”. Stop. Gli amici so’ piezz ‘e core, i nemici piezz ‘e…

GIUDA, IL MORALISTA LADRO

Il “cassiere” degli apostoli: Giuda. Impiccato, mentre i demoni fuoriescono dalle sue viscere penzolanti

Dice ancora Il Foglio: «Francesco ha quindi spiegato perché Gesù ce l’abbia con i soldi, con il denaro: “Perché la redenzione è gratuita; la gratuità di Dio Lui viene a portarci, la gratuità totale dell’amore di Dio. E quando la Chiesa o le chiese diventano affariste, si dice che … eh, non è tanto gratuita, la salvezza … E’ per questo che
Gesù prende la frusta in mano per fare questo rito di purificazione nel Tempio».

A parte che nel Tempio ben altre erano le ragioni profonde della “frustata”, a parte che Gesù non ce l’aveva affatto con i soldi essendo egli stesso benestante e con amici tutti ricchi, e benestanti erano gli apostoli che si scelse, a parte questo, si ricordi a Bergoglio che Gesù ordinò che gli apostoli tenessero una cassa, per il loro sostentamento e per sostenere la “causa”.

Certo, è vero: il cassiere era un ladro. Giuda. Un ladro che al pari dei progressisti oggi, predicava bene e razzolava male: si lamentava di quando si “sperperavano” olii preziosi per tergere i piedi di Gesù, “mentre invece si potrebbero vendere e dare il ricavato ai poveri”, come pure Bergoglio una volta disse delle chiese. Ma scrive e spiega Giovanni: «Questo l’Iscariota diceva. Non perché fosse buono: ma perché era ladro e si appropriava del contenuto nella cassa degli apostoli». Ma possiamo dire che tutti gli apostoli erano “ladri”, come il papa fa capire dei preti, perché il cassiere, Giuda, lo era? Giuda era un moralista, e come per tutti i moralisti infine si scoprì la sua nequizia. Rifletta su questo Bergoglio, piuttosto.

NON GL’IMPORTA CIÒ CHE È VERO. MA CIÒ CHE GLI SERVE

Scrive stamane un bravissimo, devoto e mite prete siciliano, don Giovanni Salvia, per un attimo tirando fuori le unghie con tutta la ragione del mondo:
«A Francesco, l’uomo vestito di bianco, con tutto rispetto domando: ha mai fatto il Parroco? Chi paga le bollette della luce della chiesa, il riscaldamento, le spese ordinarie e straordinarie, le attività pastorali, gli arredi sacri, i restauri delle opere artistiche, l’organista, i collaboratori? Il Codice di Diritto Canonico non esprime come dovere da parte dei fedeli di sovvenire alle necessità della Chiesa? Oggi grazie alla raccolta dei fedeli ho potuto fare una offerta ai missionari impegnati in Albania per i bambini adottati. Le giornate di raccolta che il Papa ci chiede di fare per raccogliere il denaro come Giornata Mondiale Missionaria, e quella della carità il 29 giugno, e non parliamo di tutte le giornate a favore della Chiesa diocesana, per il giornale l’Osservatore Romano (giornale del Vaticano) l’Avvenire (dei Vescovi Italiani) e quello Diocesano, per il Seminario, giornata per gli emigranti, per le calamità naturali, potrei continuare l’elenco, da chi possiamo prendere il denaro per regolare un’attività amministrativa ordinata come ci obbliga il Diritto Canonico? Forse, per mia negligenza non ho compreso bene il suo messaggio».

Hai compreso benissimo, ma della verità delle cose, come della teologia, a Bergoglio importa poco: esiste ciò che gli serve. E quel che serve a lui serve ai media, per alimentare artificialmente “l’effetto Bergoglio” che non c’è se non come equivoco, ma pure questo è calcolato. Perché a Bergoglio serve. E serve per un fine che ha chiaro in testa e non tarderà a mostrarci.

Cosa importa delle difficoltà quotidiane del piccolo parroco di periferia, non gli “serve” saperlo, e se lo sa non gli importa. Conta l’“effetto”, il risvolto mediatico di ogni suo gesto, parola, pensiero per quanto apparentemente superficiale e teologicamente sgrammaticato sia. Tutto, a suo tempo, servirà: lui semina e sedimenta “effetto” su effetto, poi saprà lui quando verrà il momento della “raccolta” sugli strati geologici di “effetti”. Mira gelido e determinato a quella meta misteriosa ai più.

“Ormai sembra una gara tra Renzi e Bergoglio”, dice qualcuno. Ma Bergoglio non è Renzi: a parità di confusione, se quella di Renzi è reale, quella di Bergoglio è solo apparente: ha chiarissimo in testa quel che vuole fare, e cascasse il mondo e la Chiesa lo farà. “Ma Dio aveva altri progetti”, si diceva poc’anzi. Non è fumo qualunque quello che riversa ogni giorno, è oppio.

PRETI CONFUSI DA CHI DOVREBBE ORIENTARLI

I poveri quotidiani bersagli di Bergoglio: i preti, ma non quelli à la page, modaioli, conformisti e sovente danarosi. No. I pretini semplici che cercano come possono di restare fedeli alla missione che gli è stata data dalla Chiesa, quando la Chiesa ne aveva una. In mancanza della quale s’aggrappano al catechismo e al Vangelo. Uno di quelli ai quali un vescovo toscano pochi mesi fa, quando ne intravide uno, disse, mentre doveva essergli padre: «Quando preti come lei saranno scomparsi o sradicati dalla chiesa, avremo risolto il 50% dei problemi». “Il Signore la benedica Eccellenza, benché rifiuta d’essermi padre”. Aveva osato indossare la talare, il pretino. Il vescovo, era uno di quelli che è diventato prete negli anni folli in cui Bergoglio stesso lo divenne, ossia colui che voleva andare in Brasile (racconta qualcuno, poi se è vero non so) alla GMG in clergy, non lo avesse preso di petto il cardinale Sodano rimettendogli indosso la talare. Si accontentò della valigetta vuota.

Mi diceva un “anonimo” laico protettore di tanti sacerdoti in difficoltà, un vero mecenate delle anime consacrate, che ridà loro coraggio per affrontare il ministero, malgrado il vento avverso che li vuole piegare, che negli ultimi mesi sono aumentati esponenzialmente quelli che si affidano alle sue cure: preti disorientati, demotivati, frustrati proprio da colui che li dovrebbe incoraggiare e sostenere. E un’amica molto cattolica consigliava di accettare la prova alla quale il Signore “ci sottomette” con questo Papa. Io stesso riscontro questo disorientamento ogni giorno, tra il giovane clero che mi scrive. Uno di essi, consacrato da poco, a Milano, mi dice:
«Non riesco più a pronunciare durante la messa la parola “in unione col nostro papa Francesco”».
Mi ha fatto un po’ tenerezza, e gli ho consigliato un compromesso: allora di: “in unione con nostro papa Francesco, e Benedetto”. Tanto ormai nella messa ognuno dice che gli pare. Stesso problema con un altro: gli ho consigliato di optare per un generico “in unione con Pietro”. Conosco bene quanto sia pericoloso staccarsi dall’ancora della salvezza che è Pietro, il papa, chiunque sia: il demonio usa i cattivi papi proprio allo scopo di staccare i fedeli e i preti da Roma. Ed è, oggi, a un passo soltanto…

“NON ERA UN VICARIO, ERA SE STESSO”

Scorro la mia posta facebook e mi rendo conto di una cosa che era nell’aria da tempo: dopo che il malumore ha invaso un terzo della dura cervice del Sacro Collegio, dopo che man mano s’avvia ad alienarsi la simpatia di metà dell’episcopato, la sopportazione delle mattane di Bergoglio ha raggiunto il limite all’interno dello stesso clero minuto. Ormai sempre più raramente incontro un prete che riesca a dirne bene, umiliato e confuso com’è dai suoi giochi mediatici. Prendo a caso un messaggio di un prete, al quale sono affezionato perché è al fondo innocente, soprattutto è puro nel cuore. Ricordo quando tremebondo mi scriveva avanzando qualche dubbio sull’allora nuovo papa. Dubbi che man mano sono stati sostituiti dalle certezze, che pure, conoscendo da anni io Bergoglio, gli avevo per tempo annunciato. Mi scrive infatti oggi:

«Non finisco di ridere per gli improperi che ho sentito rivolti contro il romano pontefice da un mio caro confratello. Da uno come lui. Pensa che questo in seminario mai una parolaccia! sembrava la reincarnazione del curato d’Ars. Stasera l’ho chiamato per sentire gli umori dopo l’ennesima sciocchezza di Bergoglio sulle tariffe in chiesa. E questo al telefono ha cominciato a mandarlo a quel paese, motivandomi anche la sua giusta ira. Questo è nella periferia di Milano costretto a tirare la cinghia tra mutuo, bollette e menefreghismo della gente e si sente stuzzicare da un pirla di parrocchiano “sulle tariffe” citate da Bergoglio ed è andato su tutte le furie. Forse toccando i soldi il papa ha fatto veramente centro. Ora agli occhi della maggioranza dei preti è indifendibile. Ma che squallore! Dove siamo precipitati!».

Mi sono in effetti meravigliato del palese ringalluzzimento di questo giovane prete del quale ho sempre ammirato la delicatezza, l’innocenza appunto.

Poi aggiunge:
«E comunque Bergoglio è un religioso! Parla… parla dei soldi perché lui come tutti i religiosi ricorreva alla cassa comune. È un utopista. Viva i preti abituati sul serio a condividere la vita delle pecore anche nel trafficare lo sterco del demonio. Che al di la di tutto però ci tiene coi piedi per terra».

È la scuola di Giussani: che per sua fortuna è morto cattolico, essendo trapassato un decennio fa.

In primavera incontrai un giovane prete che aveva incontrato il papa: mi fece vedere la foto. Gli chiesi “beh, allora, che ti è sembrato da vicino Bergoglio? So che sei un ‘sensitivo’”.

«Ho visto da vicino Benedetto XVI, ci ho parlato: sempre ho avuto l’impressione di un uomo che ti penetrava con lo sguardo, ti capiva, ti accettava e ti amava chiunque tu fossi: anche dopo una giornata intera di spostamenti e incontri, lui era sempre disponibile ad accogliere. In quel minuto in cui sono stato con, invece, Francesco mi ha fatto solo domande di rito: come ti chiami da dove vieni cosa studi dove fai pastorale. Ho risposto ma ho capito che non gliene fregava niente. Quando gli ho detto che per la pastorale andavo tra i barboni di Roma a Termini, sai cosa mi ha detto? “Bene, grazie, prega per me, arrivederci”. Non stava neppure ascoltandomi. Io gli ho detto che lo salutavano, che mi avevano chiesto di portare a lui il loro saluto, che lo aspettavano. Nulla: gli avessi detto che non facevo pastorale ma andavo a prostitute, sarebbe stato uguale. Freddo, ma di quella freddezza dell’uomo superiore che non ti fila perché chiunque tu possa essere, sarai sempre inferiore. Con Benedetto era sempre una sorpresa: stavi davanti a lui e capivi che la persona importante ero io, eri tu! Un giorno mi avvicinai e gli dissi: santità, sa che fra una settimana divento sacerdote? lui mi guardò commosso, si fermò e tra le tante cose, mi disse: tanti auguri, quando celebrerai la tua prima messa, alla fine impartisci la mia benedizione sui tuoi cari e i tuoi amici la prima volta».

Insisto, sornione: ma allora guardando Francesco chi hai intravisto?
«Antonio, io sono molto sensitivo. Quando incontro una persona, non dico certo di essere come padre Pio, lungi da me il dirlo, ma quando la incontro ho spesso la percezione dei peccati che essa ha commesso; mi capita spessissimo in confessionale ma al di là di questo, pensavo di averti risposto: la mia percezione è stata quella non di essere di fronte al vicario di Cristo, ma ad un uomo ebbro di sé, non era un Vicario era se stesso».

E’ ora che la Curia cominci a fare il lavoro che le riesce meglio: neutralizzare. Meglio prevenire che curare. Del resto l’invisibilità del Segretario di Stato, Parolin, la dice lunga su quale sia il serpeggiante e crescente sentimento in quelle stanze semi-abbandonate. Intanto un re della Curia, una vecchia volpe di cardinale, già grande elettore di Bergoglio, discorrendo col cardinale Ruini ha buttato lì senza specificare “in effetti durante il conclave ci sono stati pasticci”… Chi vuol capire capisca.
Gloria Dio Padre shares this
terribile
Maurizio Muscas
Domenticavo: questo pingue romano quando offende tutti i Gesuiti dimentica figure Sante come padre Pro. Sarebbe come giudicare empia la Chiesa per le mancanze di alcuni suoi uomini.
Maurizio Muscas
Margheriti e' spesso ineducato, volgare egocentrico, collerico. Ma questa volta ha ragione.
Francesco I
Francesco I
« Ils tiennent les églises ; nous avons la foi. » Saint Athanase
solosole
Rinnegate quell'impostore omicida che siede alto in vaticano o il Signore vi rinnegarà tra non molto!!!Bergoglio è figlio prediletto di satana e lo dico CON PIENA COGNIZIONE DI CAUSA!!!
Francesco I
Nell'articolo vi è una inesattezza : Bergoglio non è piemontese ma argentino. Fortunatamente l'unico papa piemontese è un grande santo: San Pio V

Saint PIE V ANTONIO GHISLIERI (1504-1572) pape de 1566 à 1572
Francesco Federico