Abramo
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Vescovo pro-gay si presenta al Sinodo come vittima

Un incontro difficile e rivelatore

di Claude Dagens (vescovo di Angoulême e membro dell'Académie française) in “La Croix” del 13 ottobre 2014 (traduzione: www.finesettimana.org)

Due mesi fa, sono stato invitato a tenere delle conferenze in un dipartimento del nord della Francia, in diverse parrocchie. Sono stato felice di essere accolto calorosamente e di poter mostrare che la presenza, la parola e l'azione di papa Francesco chiamano tutti noi ad un rinnovamento della nostra esistenza cristiana nella società.

Al posto di rimpiangere il passato o di trovare dei colpevoli, è bene riconoscere la persona di Gesù Cristo come il cuore vivo della nostra vita e della nostra chiesa e ricollocare altre realtà nella prospettiva del rapporto con questo centro essenziale, come sta cercando di fare il Sinodo attualmente riunito a Roma sulle “sfide pastorali della famiglia nel contesto della nuova evangelizzazione”. So e credo che lo Spirito Santo viene donato agli apostoli, a partire dagli inizi della missione cristiana, nel primo sinodo a Gerusalemme, riunito per far fronte a nuove situazioni e per decidere quello che è bene per il popolo di Dio, per questa chiesa circumdata varietate (circondata dalla diversità), come scriveva Sant'Agostino.

Dopo l'ultima delle mie conferenze, sono stato coinvolto, mio malgrado, in un avvenimento che mi ha messo a dura prova. Una coppia, nota alla comunità parrocchiale, era ferma in mezzo alla navata. Sono andato a salutarli. Hanno rifiutato di stringermi la mano e hanno iniziato ad ingiuriarmi con violenza. Ho cercato di ascoltare, ma era un'eruzione di parole cariche d'odio, la peggiore delle quali è stata pronunciata dal marito, dopo che la donna mi aveva insultato come fossi un nemico. Quest'uomo mi ha detto, in modo glaciale, fissandomi dritto negli occhi come per attaccarmi: «Lei è posseduto da satana! Si deve fare esorcizzare!»
Ero sbalordito, e ci trovavamo in mezzo alla chiesa, sotto un grande crocifisso che ho guardato con insistenza. Sono rimasto in silenzio.

Non avevo paura, ma capivo che avevo, senza volerlo, provocato in quell'uomo e in quella donna una di quelle reazioni istintive che hanno la loro origine in un inconscio molto profondo, come un'eruzione vulcanica.

Il prete e gli altri membri della comunità parrocchiale si erano discostati. Non c'era niente da fare. Questa coppia infuriata e incattivita alla fine ha lasciato la chiesa, e ho potuto ritrovare dei fedeli «normali» che erano stupefatti per l'aggressione verbale, che veniva da persone rispettabili che partecipano abitualmente alla messa in quella chiesa, ma che si erano rivelate come dei cattolici colmi di odio.

Ho potuto capire in seguito ciò che aveva potuto provocare una simile esplosione di odio. Tra i segni dell'azione di Dio in mezzo a noi, nella mia conferenza, avevo ricordato il seguente (mi cito): «Persone omosessuali che non osano o che non vogliono parlare di ciò che è costitutivo della loro esistenza, ma che non dubitano di essere anche loro dei figli di Dio, chiamati ad amare e ad essere amati. Senza dimenticare i genitori e le famiglie di queste persone omosessuali che sono tormentati tra il rifiuto di questa realtà o una sua facile e superficiale accettazione».

Ho dei motivi per pensare che queste parole ponderate e fondate sulla conoscenza di queste situazioni e di queste persone, avevano potuto provocare la reazione di quell'uomo e di quella donna fedeli ad una certa tradizione, puritana più che cristiana, secondo la quale l'omosessualità è una malattia che deve essere guarita e che le persone omosessuali, se rimangono tali, non hanno diritto ad un riconoscimento sociale, con il rischio così di indurle a vivere la propria vita sessuale come un insieme di trasgressioni nascoste e di rinchiuderli nel rifiuto.

Non mi rassegno a questo odio che ho percepito nelle parole di questa coppia sofferente e che la sofferenza aveva incattivito. So, per esperienza, che le nostre comunità parrocchiali ordinarie possono e devono fare ogni sforzo perché sia possibile a delle persone omosessuali:

– non disperare mai di se stesse
– vivere una vita cristiana reale, fatta di preghiera e di carità
– avere un posto nella vita ordinaria della chiesa, partecipando alla sua missione.
Non abbiamo bisogno di una «pastorale delle persone omosessuali», ma di uno sforzo comune ben pensato perché si propongano a tutti le esigenze del Vangelo, con i cammini necessari, nel rispetto assoluto di ogni persona.