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L'involontario elogio a Monsignor Lefebvre da parte di un sacerdote modernista

di Cristina Siccardi

In questi mesi, nelle librerie francesi, è reperibile un volume decisamente interessante ed esplicativo, si tratta del lavoro realizzato da don Philippe Béguerie, dal titolo Vers Écône. Mgr Lefebvre et les Pères du Saint-Esprit. Chronique des événements 1960-1968 (Desclée de Brouwer, Parigi 2010, € 36,00), ovvero Verso Écône. Mons. Lefebvre e i Padri dello Spirito Santo. Cronaca degli avvenimenti 1960-1968. L’originalità del libro è dovuta non tanto agli eventi narrati, che erano già sufficientemente conosciuti, quanto al fatto che l’autore, nel tentativo «di fare l’ “esegesi” del pensiero di Marcel Lefebvre!»(1), in direzione critica e polemica, approfondisce, suo malgrado, sia la coerenza di pensiero e di azione del prelato francese, sia l’effervescente clima esistente in molti ambienti ed istituti religiosi cattolici già prima della convocazione del Concilio Vaticano II. Vi si può così respirare tutto il sibilante vento della ribellione a metodi considerati ormai superati e vetusti, noiosi e sorpassati, da sostituire con regole e criteri, usi e costumi al passo con la modernità. Tali aspirazioni erano già penetrate, come abbiamo accennato, in molte realtà religiose e tra queste addirittura nella congregazione dei padri dello Spirito Santo.
Quei sistemi, che fino ad allora avevano garantito l’ordine di idee e di prassi, parevano non essere più adatti alla mentalità sedicente moderna delle anime più innovative, anche all’interno della Chiesa. Pareva essersi alla vigilia del trionfo, anche all’interno dei Sacri Palazzi, di quella modernità contro la quale Papi e santi si erano eretti per più di un secolo e mezzo e che ora infettava le coscienze con il liberalismo, il positivismo, il soggettivismo e il modernismo (il pericoloso e pernicioso tentativo di sposare la Chiesa al mondo). Di fronte a tali rivolte e sovvertimenti, Monsignor Marcel Lefebvre (1905-1991) reagì subito, prima in Africa in qualità di Arcivescovo di Dakar, poi come candidato alla direzione dell’Istituto dello Spirito Santo e, infine, come superiore generale della stessa congregazione missionaria.
Fu così che Lefebvre si espose immediatamente, senza prudenza per sé e incurante di ogni tipo di ricaduta sulla sua carriera ecclesiastica, e ciò avvenne fin dal cambiamento di linea della Chiesa sotto il pontificato di Giovanni XXIII (1958-1963; Angelo Roncalli 1881-1963), che non mancò di fargli personalmente presente i rischi a cui andava incontro. Il Vescovo interveniva con forza e determinazione con le parole, gli scritti, gli articoli… Ma quella forza e quella coerenza disturbavano troppo: «C’est la méthode Lefebvre!» (2), cioè un metodo “non politicamente corretto”, certamente non “alla moda” e refrattario a qualsiasi tipo di compromesso; insomma, si potrebbe dire, in sintesi, punibile e punendo per «eccesso di fede», come ebbe a dire il Cardinale Silvio Angelo Pio Oddi (1910-2001).

Le minacce moderne

In un’epoca in cui le intellighenzie laiche e persino cattoliche del mondo occidentale incominciavano a strizzare l’occhio al nemico comunista, in nome di una presunta comunanza di valori umani e di servizio all’uomo, Monsignor Lefebvre, forte dell’ininterrotta condanna della Sposa di Cristo nei confronti del materialismo ateo e del Comunismo, in ogni sua forma, condanna ribadita da ultimo con il decreto di scomunica per i seguaci di tale perversa dottrina, emanato dal Sant’Uffizio in data 1° luglio 1949 per volontà di Pio XII (1939-1958; Eugenio Pacelli,1876-1958), nella lettera pastorale che scrisse l’8 febbraio 1950, precisò che il suddetto decreto non era di ordine politico e neppure sociale, ma di ordine religioso e sottolineò come il Comunismo «è basato su una dottrina materialista e anticristiana» (3).
Monsignor Lefebvre vede le minacce del soggettivismo e del relativismo in tutti i campi, compreso quello religioso, soprattutto quando i principi liberaldemocratici sono traslati dal campo politico a quello metafisico: «È tempo di comprendere che questa Età dovrà avere una forte autorità per difendere la vera libertà e interdire i fautori del disordine. L’autorità e la vera libertà sono complementari e non contrarie», inoltre «il comunismo dei giovani governi» africani, sotto l’egida di una democrazia, nascondono «la demagogia e l’anarchia» (4), così scrive in un articolo del giornale «Le Devoir», il 18 dicembre 1959, dal titolo «Les États chrétiens vont-ils l’Afrique noire à l’Étoile?».
Erano anni cruciali, sia per i rivolgimenti culturali della civiltà occidentale, bramosa di gettare alle spalle valori e principi considerati vestigia di un passato da dimenticare o, addirittura, da distruggere, sia per gli accadimenti che interessarono direttamente la Chiesa, pronta, secondo Giovanni XXIII, ad aprire con l’euforia e l’entusiasmo tipici degli anni Sessanta, le porte al mondo moderno. Ecco, quindi, che nel XXI Concilio (1962-1965), problematico nel suo svolgimento e nelle sue conseguenze, confluirono tutte le istanze del mondo contemporaneo: esso fu ammantato da una filosofia e da una teologia che avevano posto una cesura con la Tradizione, nell’intento di offrire al mondo, con formule ottimistiche e, a volte, illusorie, un nuovo maquillage alla Chiesa, più allettante e proponibile, secondo i nuovi criteri e gusti della cultura dell’epoca. Il Concilio Vaticano II, in definitiva, sarebbe stato una nuova Pentecoste (5). Quella problematicità insita nell’Assise pastorale a tutt’oggi non è stata risolta, come dimostrano studi, libri, tesi di laurea, tavole rotonde, conferenze… «A differenza dei precedenti Concili, il Vaticano II pone però agli storici un problema nuovo. I Concili esercitano, sotto e con il Papa, un solenne Magistero in materia di fede e di morale e si pongono come supremi giudici e legislatori, per quanto riguarda il diritto della Chiesa. Il Concilio Vaticano II non ha emanato leggi e neppure ha deliberato in modo definivo su questioni di fede e di morale. La mancanza di definizioni dogmatiche ha inevitabilmente aperto la discussione sulla natura dei documenti e sul modo della loro applicazione nel periodo del cosiddetto “postconcilio”. Il problema del rapporto tra Concilio e “postconcilio” sta perciò al cuore del dibattito ermeneutico in corso» (6).

Superiore degli SpiritaniIl libro di don Béguerie getta una luce su un periodo ancora poco esaminato della vita di Monsignor Marcel Lefebvre, quando il Vescovo francese divenne superiore, dal 1962 al 1968, della Congregazione missionaria dello Spirito Santo e quando l’autore preparò un faldone proprio sul Monsignore tanto discusso per la sua fedeltà alla Chiesa di sempre, dunque sulla sua “intransigenza”, dallo spirito tutto paolino (come dimostrerà la stessa epigrafe che il Vescovo francese vorrà sulla sua tomba: «Tradidi quod et accepi», «Vi ho trasmesso quel che anch’io ho ricevuto», 1 Cor 11,23), al fine di impedirne l’elezione a superiore generale degli Spiritani. Occorre precisare che Béguerie è un sacerdote che un tempo fu membro della congregazione dello Spirito Santo, ma poi fuoriuscì nel 1963 perché in forte contrasto con le linee del suo superiore, Monsignor Lefebvre, e venne incardinato nell’Arcidiocesi di Parigi come prete secolare, occupandosi di teologia, con un’impostazione di marcato stampo progressista. L’ex spiritano ha oggi recuperato, negli archivi della congregazione nata nel 1703 a Rennes ad opera di Claude-François Poullart des Places (1679-1709) e fusa (1848) con l’Istituto del Cuore Immacolato di Maria di François Libermann (1802-1852), importanti documenti, dove emerge il pensiero di Monsignor Lefebvre, prima della grande avventura di Écône.
Dagli studi di padre Béguerie risulta in maniera impressionante come l’impostazione di Monsignor Lefebvre si sia mantenuta costante nel tempo, prima, durante e dopo il Concilio. Ciò è particolarmente rilevante, anche perché proviene da un autore assolutamente ostile al prelato francese, in quanto smentisce in maniera plastica l’immagine di un Vescovo che estremizza progressivamente le proprie posizioni con il passare del tempo. Questa vera e propria caricatura di Monsignor Lefebvre era tesa a lasciare intendere come le sue posizioni ultime potessero essere dettate dalla debolezza mentale e di carattere dovuta all’invecchiamento ed all’arrendevolezza nei confronti delle pressioni dei suoi seguaci.

Non ci sarebbe stato, ovviamente, bisogno dello studio di padre Béguerie, se la calunnia di cui sopra non avesse assunto, come nella celebre aria del Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini (1792-1868), le dimensioni di un «colpo di cannone» o, nella fattispecie, di una vera e propria salva di artiglieria. Ma tant’è: la Grazia divina si serve dei mezzi più inaspettati per far trionfare la verità sulla menzogna e, come recita un antico adagio popolare, «il tempo è galantuomo», anche se, a volte, occorre attenderne parecchio.
Il testo è diviso in cinque parti, ognuna delle quali è corredata da documenti inediti compilati dallo stesso Monsignor Lefebvre: in tutto sono 53 atti.
Nel 1961 la congregazione degli Spiritani, il cui Seminario si trova tuttora a Chevilly, alle porte di Parigi, contava 3.381 religiosi sacerdoti, con 46 vescovi, convocati al Concilio Vaticano II. Dal volume emerge nettamente che prima del Concilio Monsignor Lefebvre era considerato un modello da seguire, sia come sacerdote che come membro della congregazione dello Spirito Santo, quanto, infine, come Vescovo, tanto da divenire uno degli uomini di Chiesa più stimati da Pio XII, che lo nominò, oltre che Arcivescovo di Dakar, nel Senegal, anche Delegato apostolico dell’intera Africa francofona.

L’importanza della talare

Decisamente significativa è la lettera, datata 11 febbraio 1963, nella festa di Nostra Signora di Lourdes, che Monsignor Lefebvre scrisse ai «Mes chers confrères» a riguardo della talare. In essa si evince tutto il significato che acquista la divisa di chi ha scelto la strada di e per Dio:
«Le misure prese da un certo numero di vescovi nei diversi Paesi circa l’abito ecclesiastico meritano qualche riflessione perché possono avere delle conseguenze non indifferenti.
Di per sé l'uso della talare o del clergyman ha senso solo nella misura in cui questo abito segna una distinzione rispetto all’abito secolare. Ciò non è soltanto una questione di decenza. Inoltre, il clergyman mostra una certa austerità e discrezione, figuriamoci la talare» (7). L’abito è manifestazione visibile del distacco dalle vanità di questo mondo e il superiore della congregazione insiste su tale aspetto perché è il segno distintivo del sacerdote o del religioso «allo stesso modo dei militari, degli agenti di polizia o del traffico. Questa idea si manifesta in tutte le religioni. Il capo religioso è facilmente riconoscibile per la sua divisa, spesso dal suo seguito. I fedeli attribuiscono grande importanza a questo marchio distintivo. […]. Il sentimento molto legittimo dei fedeli è in particolare il rispetto del sacro e in più il desiderio di ricevere le benedizioni del cielo, in tutte le legittime occasioni, da parte di coloro che ne sono i ministri. Di fatto, il clergyman fino ad ora sembrava essere la divisa che designava una persona consacrata a Dio, ma con il minimo di distinzione visibile, soprattutto nei Paesi dove questo abito corrisponde esattamente a quello di un laico. […]. La talare del prete raggiunge questi due obiettivi in maniera chiara e senza equivoci: il prete è nel Mondo senza essere del Mondo, egli si distingue da tutti i viventi, ed egli è inoltre protetto dal male. Io non vi chiedo di toglierli dal mondo ma che voi LI PRESERVIATE DAL MALE, perché essi non sono del mondo, come io non lo sono più (Gv 17,15-16)» (8).
Il clergyman non è adatto allo scopo, in quanto ricalca l’abito utilizzato dai pastori protestanti ed utilizzabile anche dai laici. Qui Monsignor Lefebvre dimostra tutta la sua apertura intellettuale e culturale e tutta l’indifferenza che il cattolico deve nutrire nei confronti dei mezzi materiali, purché buoni ed efficaci. Egli non contesta la possibilità di un mutamento della divisa del sacerdote, purché il nuovo abito abbia la medesima efficacia del precedente nel distinguere l’ordinato dal laico e, quindi, nel preservare e difendere il prete dalle insidie del mondo, oltre ad agevolarne l’apostolato, con il perenne richiamo ai fedeli. Il problema del clergyman risiede nella finalità del mutamento: si vuole avvicinare il prete cattolico al pastore protestante e, quindi, favorire la sua laicizzazione. Dunque è evidente che l’opposizione non è legata ad una questione estetica e neppure di decenza, ma ad una importante questione dottrinale, vale a dire al ribadimento del carattere sacro che il sacramento dell’ordine imprime al sacerdote.
Quanto all’eliminazione di ogni specifico abito per il prete, essa cancella tutte le distinzioni, rendendo compiuta l’omologazione visiva del sacerdote con il laico, ossia la sua laicizzazione; aumenta, quindi, le difficoltà dell’apostolato e diminuisce le difese del prete nei confronti del mondo. È evidente che tale mutamento è dettato dal misconoscimento e dal disprezzo della condizione sacerdotale, condizione di cui vergognarsi al punto da nasconderla.
Il documento termina con alcune direttive pratiche al riguardo, fra cui l’obbligatorietà dell’abito religioso sia all’interno che all’esterno della residenza della comunità. I dissensi furono tanti, quei dissensi che porteranno, non appena possibile, a seppellire, con soddisfazione, in molti giardini di seminari e conventi, le sacre vesti sacerdotali.

Il confino a Tulle

La considerazione e l’ammirazione nei confronti di Monsignor Lefebvre subiscono un brusco capovolgimento di rotta quando sale al Soglio Pontificio Giovanni XXIII. Il 7 maggio 1961, in un’udienza durata un’ora, il Papa lo riprende e lo avverte:
«Vedete quando ero professore di Sacra Scrittura a Bergamo, ho difeso la tesi di Padre Lagrange e sono stato marcato con l’etichetta di “modernista”; questo mi ha nuociuto tutta la vita. Ho visto il mio fascicolo e ho letto: “tendenza modernista”; io non sono modernista! Per questo motivo non sono mai stato chiamato a Roma, mi hanno sempre tenuto lontano dalla Curia romana perché ero – dicevano – modernista. Allora, fate attenzione a non attaccarvi da solo, e nettamente, l’etichetta di conservatore» (9).

Le voci circolavano: Lefebvre aveva una “cattiva” fama fra i vescovi francesi, che lo temevano e lo detestavano: la sua serietà, la sua correttezza, il suo rigore dottrinale li spaventavano… La punizione non tardò ad arrivare: il 23 gennaio 1962 fu relegato quale Vescovo, quantunque Arcivescovo, della piccola diocesi francese di Tulle. Fatto decisamente grave, non solo perché da una giurisdizione di una diocesi enorme passava ad un minuscolo territorio, ma perché il fatto avvenne prima della creazione della Conferenza episcopale, perciò, essendo la guida della Chiesa francese esercitata dall’Assemblea dei cardinali e degli arcivescovi, è evidente che egli ne fu categoricamente escluso, pur avendo i titoli per farne parte.
Dal volume che Béguerie ha scritto emerge, grazie proprio ai documenti originali trascritti, la figura di un sacerdote e di un superiore rimasto fedele, con coraggio e abnegazione, alla dottrina di sempre, di un Vescovo che venne attaccato prima dell’apertura del Concilio Vaticano II, proprio per le sue idee, tutte cattoliche.
Il dossier Lefebvre si aprì, dunque, già alla morte di Pio XII ed egli venne confinato a Tulle per silenziarlo: non era ammissibile lasciar parlare ed agire questo Vescovo testardamente cattolico. Non gli veniva perdonata la sua contrarietà alle avanguardie teologiche, liturgiche, pastorali e sociali. Inoltre, quando era ancora in Senegal, non gli perdonarono la sua aperta contrarietà all’islamizzazione dell’Africa, che, peraltro, avevano paventato, già nel XIX secolo, altre personalità della Chiesa, come, per esempio, il missionario e Cardinale Guglielmo Massaja (1809-1889).

Cardinal Massaia
Vedi: Abuna Messias! Il Cardinal Massaia film 1939

Nel già citato articolo del 2 novembre 1959 sul quotidiano canadese «Le Devoir», dal titolo «Gli stati cristiani consegneranno l’Africa alla Stella?», egli scrive: «Sono i Paesi a maggioranza musulmana che si staccano più rapidamente dall’Occidente e fanno appello ai metodi comunisti». L’Islam è una minaccia per i Paesi cattolici: nel 1959 dichiara, infatti, che «i metodi comunisti [sono] piuttosto simili a quelli dell’islam: fanatismo, collettivismo, schiavismo nei confronti dei deboli sono la tradizione stessa dell’islam» (10).
Léopold Sédar Senghor (1906–1959), cattolico praticante, nel 1959 divenne presidente della Federazione del Mali (Senegal e Sudan francese) ed espose la dottrina della cosiddetta «via africana del socialismo», un socialismo che doveva essere africanizzato. Fu così che nel 1960 l’Arcivescovo intervenne scrivendo una lettera pastorale «Sul dovere di vivere secondo la verità e di evitare gli equivoci». Il socialismo africano di Senghor era per l’Arcivescovo di Dakar una contraddizione in termini: «Socialismo religioso, socialismo cristiano sono delle contraddizioni: nessuno può essere contemporaneamente un buon cattolico e un vero socialista» stava scritto nell’enciclica Quadragesimo anno (15 maggio 1931) di Pio XI (1922-1939; Achille Ratti 1857-1939). Nella lettera pastorale il presule dichiarava che non basta professare Dio, occorre riconoscere che il fondamento del diritto è Dio e non lo Stato, uno Stato che sopprime ogni iniziativa privata, che tutti divora sotto un burocratismo mostruoso e che si appropria delle ricchezze, dell’intelligenza d’impresa, dell’arte e della carità per statalizzarle e sterilizzarle. Senghor s’infuriò e convocò l’Arcivescovo, il quale dichiarò che egli non faceva altro che ripetere quel che avevano detto i Papi a proposito del Socialismo. Precedendo le disposizioni vaticane, scrisse a Roma per chiedere un coadiutore africano; ma non arrivò nessuna risposta ed apparve chiaro all’Arcivescovo che si attendevano soltanto più le sue dimissioni…

Altro “incidente diplomatico” venne causato dalla difesa di Monsignor Lefebvre alla Cité Catholique, l’associazione cattolica contro-rivoluzionaria guidata da Jean Ousset (1914-1994), ma combattuta strenuamente dai vescovi francesi di ferma posizione progressista. Molto bella e toccante la lettera che Monsignor Lefebvre scrisse da Parigi il 4 marzo 1962 al direttore della Cité Catholique (11) per fargli sentire tutta la sua vicinanza contro una campagna di stampa diffamante ai danni della stessa testata e si compiacque per l’ammirabile coraggio di proclamare lo spirito della Fede dalle colonne del suo giornale; la lettera si conclude così: «infine, preghiamo cari amici perché è la preghiera che vi donerà le grazie necessarie per continuare il vostro magnifico compito in uno spirito sempre più profondamente unito e sottomesso alla Nostra Santa Madre e Signora, la Chiesa cattolica e romana.
Possano queste righe portarvi la testimonianza ed il conforto della mia rispettosa e profonda simpatia
Marcel Lefebvre
Arcivescovo, vescovo nominato di Tulle» (12).

Rimanere saldi nella Tradizione
Di notevole interesse sono anche le lettere di richiesta di esclaustrazione di alcuni elementi refrattari alle direttive di Monsignor Lefebvre, dove si evince l’insofferenza per l’ordine e l’ubbidienza: «Davanti all’evoluzione del mondo, la Chiesa, attraverso il suo Concilio, ci invita a prendere un atteggiamento missionario molto più aperto» (13) afferma, per esempio, Bernard Foy il 24 febbraio 1964, in una lettera indirizzata al suo superiore.
Per un ritorno all’autentica formazione sacerdotale e religiosa, per il superiore degli Spiritani erano fondamentali «l’esercizio delle virtù dell’obbedienza, dell’umiltà, della semplicità, della modestia, che si sviluppano sotto l’influenza delle virtù teologali» (14), ma tutto ciò veniva mefistofelicamente minato. Considerava essenziale in un sacerdote la «pietà profonda, la vita d’unione con Dio, la stima dei sacramenti della penitenza e dell’eucaristia, la devozione per la Vergine Maria» (15), inoltre suggeriva di mantenere «fermamente l’uso della lingua latina nelle cerimonie» e la «giornata termini con la preghiera di Compieta e non con la televisione, che dovrà essere limitata alle notizie del giorno» (16), inoltre le uscite dei religiosi dovevano essere delimitate… ma queste norme, ormai, erano davvero mal digerite da un gruppo nutrito di Spiritani pretenziosi, capricciosi e invocanti usi lassisti.

Importanti poi le sue considerazioni sulla liturgia che egli compie nella lettera pubblicata sul Bollettino degli Spiritani, nel numero di marzo-aprile 1963, riferendosi esplicitamente alla prima sessione del Concilio. Egli parla del carattere umano e divino della liturgia che viene espresso nella lingua universale della Chiesa cattolica, quella latina. Nella Santa Messa la lex orandi è specchio della lex credendi e «la lingua unica protegge l’espressione della fede, contro gli adattamenti linguistici nel corso dei secoli e, conseguentemente, la fede stessa» (17). Fine ultimo della liturgia è l’unione fra Dio e l’anima in preghiera che si abbevera alla sorgente della vita; importante sarà, per mantenere tale unione e dunque la sacralità del rito il cui fine è proprio quello di aiutare ogni anima a trovarsi di fronte al suo Creatore e Salvatore, l’atmosfera ed il contesto della celebrazione: «D’altra parte l’anima semplice, poco istruita, veramente cristiana troverà la sua unione con Dio tanto attraverso un canto religioso e celestiale, quanto per l’ambiente generale dell’azione liturgica, la pietà e il raccoglimento del luogo, la sua bellezza architettonica, il fervore della comunità cristiana, la nobiltà e la pietà del celebrante, la decorazione simbolica, il profumo dell’incenso, etc.» (18), è pertanto contrario «alla stessa finalità dell’azione liturgica, tendere ad esasperare l’attenzione verso la comprensione dei testi in modo che essa divenga ostacolo all’unione con Dio» (19).
L’autore di Vers Écône, testo che riporta una postfazione di Florian Michel, che afferma: «la testimonianza di padre Béguerie non è neutrale» (20), ha dedicato il libro a padre Louis Ledit e con compiacimento gli dà il merito di aver scalzato l’autorità di Monsignor Lefebvre evitando così che la Congregazione del Santo Spirito diventasse un’«armata di riconquista» (21) distante, quindi «dai grandi nomi della teologia, come de Lubac sj, Chenu op, Congar op, Lyonnet sj» (22), le cui dottrine vennero esplicitamente condannate nell’enciclica di Pio XII Humani generis del 22 agosto 1950. I libri della Nouvelle Théologie vennero rimossi, per volere di Monsignor Lefebvre, dalla biblioteca del Seminario di Chevilly e per quella decisione molti Spiritani reclamarono e insorsero.
A Monsignor Lefebvre si rimprovera di essere stato contrario ai «prêtres-ouvriers», “buoni” perché disponibili al dialogo, alle allettanti moine del mondo contemporaneo e pronti ad ascoltare le ragioni dei “lontani”. Sta di fatto che l’intento di Philippe Béguerie di screditare, con documenti alla mano, la figura di Monsignor Lefebvre si polverizza e, anzi, offre nuove carte vincenti alla figura integerrima e trasparente di un pastore che ha speso tutta la sua vita per la Chiesa, per la protezione e difesa della sua pienezza e della sua integrità.

Cristina Siccardi

NOTE

1 P. Béguerie, Vers Écône. Mgr Lefebvre et les Pères du Saint-Esprit. Chronique des événements 1960-1968, Desclée de Brouwer, Parigi 2010, p. 35.
2 Ibid., p. 53.
3 Ibid., p. 66.
4 Ibid., p. 73.
5 Cfr. R. de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Lindau, Torino 2010, p. 11; cfr. anche J. Ratzinger, Les principes de la théologie catholique. Esquisse et matéraiux, tr. fr. Téqui, Parigi 1985, p. 410.
6 R. de Mattei, op. cit., p. 6.
7 P. Béguerie, Vers Écône. Mgr Lefebvre et les Pères du Saint-Esprit. Chronique des événements 1960-1968, Desclée de Brouwer, Parigi 2010, p. 215.
8 Idem.
9 Monsignor M. Lefebvre, conversazione con A. Cagnon; conversazione con Marziac, in P. J.-J. Marziac, Monseigneur Lefebvre, soleil levant ou couchant?, NEL 1979, I, p. 5
10 P. Béguerie, Vers Écône. Mgr Lefebvre et les Pères du Saint-Esprit. Chronique des événements 1960-1968, Desclée de Brouwer, Parigi 2010, pp. 71-72.
11 Ibid., pp. 110-113.
12 Ibid., p. 113.
13 Ibid., p. 207.
14 Ibid., p. 241.
15 Idem.
16 Idem.
17 Ibid., pp. 291-292.
18 Ibid., p. 292.
19 Idem.
20 Ibid., p. 471.
21 Ibid., p. 9.
22 Ibid., p. 27.
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