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Il declino della politica estera del Pontefice con la Ue - Corrispondenza romana

(di Luca Della Torre)
Perché Papa Francesco insiste nel voler dimostrare l’esistenza di un fruttuoso dialogo e collaborazione con la Cina mentre in realtà l’Unione europea denunzia a livello diplomatico l’espansionismo politico militare economico del regime di Pechino? Perché Papa Bergoglio insiste nel sostenere politiche di apertura indiscriminata ai fenomeni migratori in Europa mentre la Ue si irrigidisce a livello diplomatico nel confermare che questo problema rientra nelle competenze sovrane degli Stati nazionali, rigettando de facto le insistenti proposte del Pontefice? La questione è di rilevante importanza: la situazione ancora critica nelle relazioni internazionali, determinata dalla pandemia da Covid-19, non ha impedito all’Unione europea di affrontare nelle ultime settimane alcuni temi strategici della sua politica estera, assumendo posizioni che sono inequivocabilmente in linea di collisione con la road-map di Papa Francesco sulle relazioni internazionali. Ci si potrebbe stupire del fatto che la mite Europa, da sempre accusata dagli USA, dai propri stessi Paesi membri, da analisti, studiosi accademici e diplomatici di non saper sviluppare una autonoma energica politica estera, degna del ruolo di global player che le spetta nella relazioni internazionali –si rammenti sempre che la Ue è comunque il secondo gigante economico mondiale quanto a PIL dopo gli USA e ben prima della Repubblica comunista cinese – in quest’ultimo periodo post-Coronavirus manifesti tanto decisionismo politico a livello internazionale. In verità, al di là delle dichiarazioni di facciata della stampa e dei massmedia politically correct, di sinistra liberal o radicale, l’Europa di Bruxelles, mostrando concreta, ragionevole real-politik non condivide un rigo delle linee guida della politica estera della diplomazia vaticana dettate dal Pontefice Bergoglio nei confronti di Bruxelles. Il recentissimo vertice Ue-Cina sullo stato delle reciproche relazioni internazionali, svoltosi a Bruxelles in videoconferenza a causa dei limiti dettati dall’emergenza Covid-19, ha fatto emergere un quadro assai pessimistico sull’affidabilità politica del regime comunista cinese, reo di violare con arroganza i pilastri giuridici dei principali trattati e accordi internazionali di cooperazione.

Le dichiarazioni ufficiali dei vertici europei, dalla Presidente della Commissione Ue Ursula von der Layen alla Cancelliera Angela Merkel, che detiene il turno di Presidenza del Consiglio Ue, vanno tutte nel senso di denunziare le criticità di un rapporto politico diplomatico gravemente sbilanciato a favore dell’aggressività espansionistica cinese: il regime totalitario comunista considera, parole testuali dei vertici di Bruxelles, l’Europa un “campo di gioco”, in quanto la Cina non rispetta i criteri di reciprocità, equità, responsabilità nelle relazioni bilaterali, sostenendo un esasperante protezionismo economico nazionalista, ostacolando i diritti del WTO delle imprese europee presenti in Cina, facendo ricorso ad una permanente politica di contraffazione e falsificazione della tecnologia europea, infine, ignorando del tutto i richiami alla promozione e rispetto dei diritti di libertà, civili e politici e religiosi nel proprio territorio.

Insomma, un quadro devastante e assolutamente preoccupante, al punto che la Cancelliera Merkel ha affermato testualmente che sul regime comunista cinese “non possiamo farci illusioni”. Ha aggravato ulteriormente il carico la dichiarazione dell’Alto Rappresentante degli Affari Esteri Ue, Joseph Borrell, che davanti all’Europarlamento ha affermato che i rapporti nelle relazioni internazionali con la Cina peggiorano e l’Europa deve trovare il modo di proteggere la propria posizione.

In verità la Commissione europea, già nel marzo del 2019, lo scorso anno, nella redazione sullo stato dei rapporti con il regime totalitario cinese ha qualificato il brutale sistema politico di Pechino come un “rivale sistemico che promuove modelli di governance alternativi”: tradotto dal gergo giuridico diplomatico internazionale la Cina è, agli occhi europei non un partner con cui collaborare, non un competitor con cui cimentarsi, bensì un autentico nemico, che ha un sistema politico radicalmente agli antipodi dei diritti civili, politici, di libertà dell’Occidente. Un diplomatico della Ue a Bruxelles, ha affermato, in sede riservata, che la posizione della diplomazia vaticana in vista del rinnovo dell’accordo segreto con Pechino sia improntata ad un confuso moralismo ed ideologismo. Parole molto pesanti. Peraltro si noti come uno dei più autorevoli, acuti ed equilibrati intellettuali della Chiesa cattolica missionaria, Padre Bernardo Cervellera, direttore di Asia News, profondo conoscitore della Cina, abbia riconosciuto che il prossimo rinnovo dell’accordo segreto tra Santa Sede e Repubblica popolare cinese sia di scarso aiuto alla Chiesa cattolica cinese, trasformando de facto i sacerdoti cattolici in funzionari agli ordini del Partito Comunista cinese. La condizione dei diritti umani sotto il criminale regime comunista cinese va sempre più peggiorando, secondo unanimi i dati ufficiali acquisiti dalla comunità internazionale, dall’ONU a Human Rights Watch, e le ultime prese di posizione della Ue contribuiscono a minare ancor più l’autorevolezza morale della diplomazia vaticana e di ciò che ha rappresentato da millenni, una sapiente stella polare di saggezza guidata dal diritto naturale contro i guasti della politica di potenza nelle relazioni internazionali. Anche sul versante della gestione strategica della strutturale crisi dei flussi migratori incontrollati da Africa, Medio Oriente ed Asia la Ue ha esplicitamente smentito le aspettative dei diktat della politica culturale immigrazionista di Papa Francesco La riforma del Trattato di Dublino, che disciplina la gestione strategica dei flussi migratori entro l’Unione europea prevede ancora una volta che la decisione di ciascun paese Ue di accogliere migranti che arrivano in Europa rimanga su base esclusivamente volontaria, rimessa cioè alla piena sovranità nazionale di ogni singolo Stato: nel ‘nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo’ il principio resta, ed anzi, la Commissione Ue insiste sulla necessità di potenziare ogni forma di iniziativa a livello di agreements internazionali con i Paesi di provenienza dei migranti per promuovere partenariati che stabilizzino i flussi di emigrazione e ricerchino soluzioni politiche ed economiche in loco onde evitare la crescita ulteriore del fenomeno.

In buona sostanza, uno schiaffo solenne alla teoria di Papa Francesco dell’implicito valore essenzialmente positivo dei fenomeni strutturali di immigrazione in quanto portatori di un “forzoso meticciato” identitario culturale in grado di favorire un nuovo umanesimo universale; ed al contempo un implicito riconoscimento del valore delle riflessioni di Benedetto XVI, che di fronte a questa drammatica problematica, ha sempre rimarcato come bisogna saper coniugare solidarietà e rispetto delle leggi, affinché non venga stravolta la convivenza sociale e si tenga conto dei principi di diritto e della tradizione culturale e anche religiosa da cui trae origine ogni nazione. Spiazzati dunque i corifei dell’azione politica di Papa Francesco – si legga l’entusiastico retorico articolo dello storico Giovagnoli sulle pagine di Avvenire (12 settembre 2020) – sul presunto successo politico dell’accordo tra Vaticano e Cina.

Cinesizzare il cattolicesimo, annullare il cattolicesimo nelle molteplici identità culturali dei flussi migratori. La politica estera della Chiesa in uscita del Pontefice si espone ad un rischio grave e concreto, in nome di una approssimativa attuazione della dottrina della inculturazione: diluire il ricordo, o addirittura smarrirlo, dell’insegnamento evangelico di Gesù Cristo.

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