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Antonio Socci - Amor perduto. L’Inferno di Dante per contemporanei Audio e Video

Il libro giusto al momento giusto. Direi questo, innanzitutto, dell’ultima opera di Antonio Socci, Amor perduto. L’Inferno di Dante per contemporanei (Piemme). Scelta coraggiosa, la sua: un capitolo introduttivo per fornire la chiave di lettura (perduta, spiegherò dopo brevemente perché) e poi 34 capitoli, uno per canto, in cui le terzine dell’Inferno dantesco diventano prosa.
Sacrilegio, dirà qualcuno. Dirà, anzi, ha già detto. In effetti è questione dibattuta, se sia corretto, se abbia un senso trasformare la poesia in prosa. Annose questioni, pure, le corrette modalità di traduzione da una lingua all’altra, o dal volgare all’italiano corrente. Ognuno dice la sua, e non se ne viene a capo. Nelle traduzioni e nelle parafrasi, ovvio, si perde un sacco; se poi si ha a che fare con una impalcatura rigorosa come la Commedia e le sue terzine dantesche, il rischio in effetti è enorme. Però, c’è un però. La Disney, anni fa, ha pubblicato una collana di classici in fumetto (Odissea, Divina Commedia, Orlando Furioso, Gerusalemme liberata, Promessi Sposi… per citarne solo alcuni), nata come parodia, ma che si proponeva di offrire «una chiave divertente per rileggere, riscoprire o, perché no, avvicinare per la prima volta i principali scrittori di tutti i tempi». Senza scomodare altri, credo che, fosse ancora vivo Umberto Eco, autore del Superuomo di massa e di Apocalittici o integrati, non avrebbe problemi a difendere quella scelta editoriale. Per qualcuno, quei fumetti sono stati il primo passo, curioso e avvincente, per accostarsi all’opera nella sua integralità.

Ma torniamo a noi.
Arrivati a pagina 225 del libro di Socci, quando la visione dell’Inferno dantesco è stata colta nella sua completezza, accostarsi alle terzine nel volgare del Trecento sarà impresa meno ostica. Ma il pregio dell’opera non è solo questo.
Da leggere e rileggere il primo capitolo che, come dicevo, fornisce la chiave di lettura dell’opera, che nel tempo è andata perduta. L’Inferno dantesco oggi piace per la presenza delle sue stravaganti figure mitologiche, per gli scenari di fuoco, per il gergo talvolta scurrile, perché, del viaggio, Dante racconta ciò che vede e ciò che sente, ed è il peggio del peggio. Roba da fare accapponare la pelle. E poi lo dicono le statistiche: piace più l’Inferno del Purgatorio e del Paradiso, considerati troppo complessi. L’Inferno attizza di più. E scusate il gioco di parole.
L’Inferno, però, è spesso raccontato, nelle aule e fuori, come resa dei conti, come la vendetta dell’esule che se la prende con i suoi “nemici”. Oggi – Benigni docet – viene letto sempre più in chiave allegorica, spesso edulcorato. Sapete il gioco «facciamo che io ero…?» Tutto finto, insomma. Una bella storia.
Invece no. In Amor perduto, Socci ricorda che la Commedia si può comprendere solo calandosi nella cultura, nella mentalità da cui è sgorgata, il Cristianesimo. Recuperando dunque il senso del peccato, del giudizio e della misericordia di Dio, della libertà dell’uomo, e soprattutto del viaggio, che è percorso di conversione.
Non voglio anticipare troppo, ma troverete, in questo libro, pagine splendide che aiutano a capire il senso della traversata dell’Inferno, o ad andare a fondo del legame tra Dante e Virgilio e tra Dante e Beatrice («come è possibile», si legge a pagina 9, «che un incontro apparentemente fortuito tra due fanciulli nella Firenze del Duecento in un giorno determinato possa contenere in sé il modello della salvazione universale, senza per questo perdere nulla della sua concreta storicità?»)


Ma, scrive l’autore, «l’Inferno dantesco è certamente un pugno nello stomaco per l’attuale mentalità politically correct. I peccati e i peccatori che vi si trovano sono sottoposti a una condanna che oggi l’ideologia dominante rifiuta e addirittura trasforma nel suo contrario». In un’epoca, dunque, in cui bene e male per noi pari son, e nascono come funghi alibi e attenuanti, tanto che si tende a credere che un tapis roulant ci porterà in automatico tra le braccia di Dio (ad indiarci, direbbe Dante), è bene che qualcuno ci ricordi che non è così: l’Inferno esiste (e se non credete a Dante pensate alle Scritture, ai Padri della Chiesa, ai mistici, alle esperienze di pre-morte…) ed è, scrive Socci, «la garanzia che siamo davvero liberi e che siamo davvero amati infinitamente perché i nostri atti, ogni nostro atto, ogni nostra scelta, decisione o pensiero, ha un valore infinito agli occhi del Padre: infatti ogni nostra scelta decide il nostro destino eterno».
Anche il riconoscimento dei peccati, certo, e il pentimento, e la confessione delle colpe, e il proposito di non commetterle più, e la consapevolezza di essere stati amati e soccorsi nella nostra selva oscura, e salvati. Tutto. Perché la misericordia divina non fa a meno della nostra libertà e del nostro sì.
Mi accorgo che sto procedendo un po’ a zig-zag, ma è quello che ho sperimentato per tutta la lettura: salti del pensiero tra terra e Cielo, tra l’orrore dell’Inferno e il desiderio di Paradiso, tra il pantano della colpa e il proposito di espiarla. In questo pellegrinaggio, anche mio, dentro e fuori l’opera di Dante, dentro e fuori il testo di Socci, mentre ripenso all’ultimo verso dell’Inferno: «E quindi uscimmo a riveder le stelle», guardo la copertina di Socci, con quelle mani tese, e rileggo il titolo. Cos’è, in fondo, l’Inferno (di Dante e nostro, e di tutti gli uomini di tutti i tempi) se non questo: dire deliberatamente no e, dunque, perdere per sempre l’Amore che bussa alla nostra porta senza stancarsi mai?

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