Clicks1K

E dopo Gesù ebreo, poteva mancare san Paolo ebreo?

La camaleontica trasformazione dell’ebreo Paolo: un’operazione ideologica per "giudaizzare" il cristianesimo? Dopo il Concilio Vaticano II non c’è più da meravigliarsi di nulla: col Concilio finisce il cattolicesimo e inizia una nuova religione di Francesco Lamendola

E dopo Gesù ebreo, poteva mancare san Paolo ebreo?

di

Francesco Lamendola

Queste cose, fino al Concilio Vaticano II, sarebbero state semplicemente impensabili: per questo affermiamo che col Concilio finisce il cattolicesimo e inizia una nuova religione, che parassita la vera Chiesa per forgiare una nuova “chiesa”, che di cattolico ha solo il nome, mentre il suo cuore è filo-giudaico, massonico e, da ultimo, globalista e pure filo-islamico, così da stabilire una par condicio fra le altre due “religioni del Libro” o, come si dice, religioni abramitiche. Peccato solo che la terza, cioè la nostra, sia stata completamente sacrificata sull’altare di un “dialogo”che non è dialogo, né potrebbe esserlo (avete mai provato a dialogare con un ebreo, o con un islamico, sulle loro rispettive fedi e dottrine?), ma una resa senza condizioni, con tanto di bandiera bianca, come si evince, oltre che dall’eretica dichiarazione di Abu Dhabi, dalla scandalosa e falsa enciclica Fratelli tutti, dove al § 3 si addita san Francesco quale supposto campione di una “dolce” sottomissione all’islam, nel segno della pace e dell’amore fraterno fra tutti gli uomini. Fratelli nella Libera Muratoria, sia ben chiaro, e non certo nella Verità di Cristo e nella Redenzione operata da Lui, del quale, nella cosiddetta enciclica, non vi è neppure l’ombra. Questa gente, infatti, non si fa alcuno scrupolo di falsificare anche il linguaggio, dando a intendere che la “fratellanza” auspicata da Bergoglio sia la stessa cosa di quella di cui parla Gesù, mentre non è affatto così. Allo stesso modo, parlando delle “religioni del Libro” si sottintende che le tre religioni monoteiste si richiamino allo stesso libro, e anche questo non è affatto vero: perché l’ebraismo post-esilico si richiama al Talmud, nel quale si bestemmia contro Cristo e la Madonna e si maledicono i cristiani, più che alla Torah, che fa parte dell’Antico Testamento; e quanto all’islamismo, il Corano non ha proprio nulla a che vedere con la Bibbia e i Vangeli, dato che afferma esplicitamente che Gesù è un semplice profeta e che considerarlo Dio è, proprio come per gli ebrei, uno scandalo e una bestemmia intollerabile, meritevole delle più gravi sanzioni. E infine, parlare delle “religioni di Abramo” lascia credere che vi sia una unità originaria, poi lacerata dalle contese tra i discendenti del patriarca; mentre Abramo per i musulmani è un precursore di Maometto, e per gli ebrei è un altro Abramo rispetto all’Abramo dei cristiani: non quello che annuncia il Messia venturo, cioè il Cristo, ma quello che stabilisce la Legge irrevocabile, con la quale, secondo le parole di san Paolo, nessuno si può salvare, nemmeno gli ebrei, perché davanti a Dio nessuno è irreprensibile a termini di Legge e perciò nessuno è libero dal peccato e così giustificato.

A proposito di san Paolo. San Paolo, come Gesù stesso e come tutti gli altri Apostoli, era ebreo: su questo non c’è dubbio. Materialmente parlando, era perfino più ebreo di Gesù, perché era un fariseo osservante e addirittura fanatico, visto l’accanimento con il quale aveva perseguitato, da giovane, i primi seguaci di Cristo, per cui la sua conversione fu, alla lettera, un miracolo operato da Gesù stesso, il quale gli apparve, facendolo cadere da cavallo e lasciandolo in stato di cecità per alcuni giorni, durante i quali si operò la sua radicale trasformazione. Gesù invece non fu mai fariseo e anzi tutta la sua predicazione ebbe, dal principio alla fine, una forte connotazione anti-farisaica, poiché Egli identificava nel fariseismo il vizio massimo dell’ipocrisia e la distorsione sistematica e legalistica dell’autentica fede in Dio. Insistere però sulla ebraicità di Paolo anche dopo la sua conversione, così come insistere sulla ebraicità di Gesù anche dopo la sua manifestazione nella vita pubblica, la sua predicazione e la sua Passione, Morte e Resurrezione, equivale a ingenerare la falsa idea che il cristianesimo, in fondo, non sia mai uscito dai limiti di uno scisma tutto interno al giudaismo; e che l’Alleanza – questo poi viene detto apertamente, appunto dopo il Concilio, ma non prima - sia tuttora valida per i circoncisi, quasi che la venuta di Gesù, il suo violento rifiuto da parte degli ebrei, la sua Passione, Morte e Resurrezione non abbiano apportato alcuna sostanziale novità nel piano della Salvezza divina. Con Gesù o contro Gesù, insomma, si sarebbero tutti salvati: gli uni perché hanno creduto in Lui, gli altri perché sono comunque gli eredi dell’Alleanza e Dio, dicono i teologi postconciliari, stravolgendo con raffinata malizia un pensiero di san Paolo, non si rimangia le Sue promesse. Avevamo già trattato a suo tempo questo tema, evidenziando quanto c’è di sottilmente tendenzioso in un libro come Gesù ebreo di Riccardo Calimani, apparso nel 1990 da Rusconi e ristampato nel 1998 da Mondadori (cfr. il nostro articolo: Gesù ebreo? No grazie, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 20/09/10 e ripubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 29/02/18). Più tardi ci è venuto per le mani un altro libro di quell’Autore, Paolo, storia di un santo. Conversione, viaggi e lettere, edito nel 2010 come ventunesimo volume della collana Grandi libri della fede cristiana, stampato in realtà da Mondadori, ma con la dicitura in copertina Grandi libri della fede cristiana, come se questa fosse la casa editrice; e, all’interno, specificando che la pubblicazione è stata realizzata in collaborazione con la Electa (che fa sempre parte del gruppo Mondadori). Poi però, sfogliandolo, ci si accorge che è semplicemente la riedizione di un libro di Calimani di undici anni prima, dal titolo ben diverso e assai più significativo: Paolo, l’ebreo che fondò il cristianesimo, pubblicato sempre da Mondadori nel 1999, nella collana Le Scie. Si tratta pertanto di un’operazione commerciale, e forse ideologica, alquanto spregiudicata: si presenta ad un pubblico sicuramente cattolico, nel contesto di una collana di libri dedicati alle figure chiave della fede cristiana, una biografia di san Paolo che viene ora presentato come “un santo”, mentre undici anni prima veniva presentato come un ebreo che ha fondato il cristianesimo.

Strano, perché ai cristiani risulta che il fondatore del cristianesimo è stato Gesù Cristo e nessun altri che Lui: a sostenere che il cristianesimo venne fondato da Paolo sono stati alcuni autori non cattolici e anticattolici, ma nessun autore e nessun lettore cattolico degno di questo nome potrebbe mai accettare una simile interpretazione della nascita del cristianesimo, perciò è evidente che c’è una sottile malizia in questa camaleontica trasformazione dell’ebreo Paolo, fondatore del cristianesimo, nel santo Paolo, convertito viaggiatore apostolico e scrittore. La contraddizione fra le due interpretazioni di Paolo emerge dal titolo stesso della seconda edizione, quella fatta e studiata per piacere al(l’ignaro) pubblico cattolico: se alla base della santità di Paolo c’è la sua conversione, evidentemente si tratta della conversione a Cristo; e dunque che senso ha sottolineare il fatto che era ebreo? Nessuno sottolinea il fatto che sant’Agostino era nordafricano, o che san Tommaso d’Aquino era italiano, o sant’Antonio da Padova era, in realtà, portoghese. E che senso ha dire, nel titolo della prima edizione, che Paolo (senza il santo) e non Gesù Cristo ha fondato il cristianesimo, se poi, nel titolo della nuova edizione, si dice che si è convertito, e dunque ha lasciato l‘ebraismo per aderire alla nuova religione di Gesù Cristo? E come avrebbe potuto convertirsi a una religione che non esisteva ancora? Non avrebbe potuto farlo, se davvero l’avesse fondata lui, per la contradizion che no’l consente: ciò che viene prima non può essere posteriore a ciò che viene dopo, come il fondatore non può venire dopo ciò che è stato da lui fondato. Nessun sofisma, nessuna contorsione intellettuale: questa è logica.

Comunque, basta sfogliare il volume del 2010 per rendersi conto che il sospetto di un’operazione non solo commerciale, ma anche e soprattutto ideologica, volta a giudaizzare il cristianesimo fin dalle sue origini, era purtroppo più che fondato. Di san Paolo, anche dopo la conversione, l’autore parla sempre e immancabilmente come Shaul Paolo, a evidenziare, se per caso qualcuno se ne scordasse, che Paolo era, in origine, l’ebreo Saulo, meglio ancora l’ebreo Shaul: a dispetto del fatto che nessun cristiano si sognerebbe di chiamare san Paolo Shaul, come nessuno si sogna di chiamare Gesù, Yehosua, e per validissime ragioni. Gesù, Paolo, Pietro, sono i nomi che la Tradizione cattolica ha stabilito per indicare il Figlio di Dio e gli Apostoli; chiamarli con i nomi ebrei significa ignorare il passaggio dell’ebraismo al cristianesimo, così come chiamare, poniamo, un frate o una suora, dopo la loro entrata nei rispettivi ordini religiosi, col nome che avevano quando vivevano nel secolo, equivale a ignorare deliberatamente e irrispettosamente, e perciò a disprezzare, la loro scelta di morire alla vita di prima e di rinascere solamente e unicamente in Cristo. Perciò chiamare, per decine e decine di volte, san Paolo col nome di Shaul Paolo è voler porre il cappello dell’ebraismo su un personaggio che appartiene totalmente e indiscutibilmente alla storia del cristianesimo, anzi al maggiore autore del Nuovo Testamento dopo gli evangelisti, e al primo e più profondo teologo della Chiesa nascente. Se non è una deliberata operazione ideologia questa, allora non sappiamo davvero cosa s’intenda allorché si parla d’ideologia. È come se l’autore avesse voluto mettere bene in chiaro che Gesù, san Paolo e gli Apostoli appartengono alla storia dell’ebraismo, e solo in seconda battuta, forse a quella del cristianesimo. Ma come si può aprire una discussione con chi ha scritto una raffica di libri con titoli di questo tenore: Ebrei e pregiudizio. Stella gialla (1994); Non è facile essere ebreo. L’ebraismo spiegato ai non ebrei (2004); Storia del pregiudizio contro gli ebrei. Antigiudaismo, antisemitismo, antisionismo (2007), quest’ultimo particolarmente insidioso perché suggerisce che chi è antigiudeo in senso religioso o antisionista in senso politico, è quasi certamente anche antisemita in senso razziale. Parafrasandolo, si potrebbe obiettare che non è facile non essere ebreo e aver l’aria di criticare tale impostazione: di fronte a un simile fuoco di fila di titoli vittimistici, si rischia apparire indelicati, oltre che politicamente scorretti, se non peggio. Guarda quante cautela ha dovuto adoperare Sergio Romano nella sua lettera a un amico ebreo: ancor prima di cominciare a discutere, ha dovuto dargli ragione su tutto, e naturalmente giurare e spergiurare che i Protocolli sono un falso abominevole e che in essi non c’è la più piccola briciola di verità. Ci domandiamo solo: è saggio, è giusto, è corretto, presentare la biografia di san Paolo, in una collana di classici della fede cristiana, scritta partendo da una prospettiva come questa? Che direbbe un fedele ebreo, o un fedele islamico, se la biografia dei personaggi chiave delle loro rispettive religioni fosse scritta da un autore cristiano il quale volesse presentare le loro origini come qualcosa d’interno al cristianesimo e pretendesse di metterci sopra il relativo cappello? C’è da chiedersi se una sola casa editrice, in Israele o in un qualsiasi Paese islamico, accetterebbe di pubblicare un libro del genere, presentandolo oltretutto come un testo esemplare ai rispettivi credenti. Ma in ambito cattolico, dopo il Concilio Vaticano II, non c’è più da meravigliarsi di nulla: anche perché il tanto decantato dialogo si è rivelato un monologo masochista e auto-accusatorio, nel quale i cattolici, un poco alla volta, hanno ceduto su tutto e si sono inchinati, chiedendo scusa, davanti a tutti; mentre gli altri, gli ebrei, gli islamici, gli stessi protestanti, non hanno ceduto su niente di niente, hanno conservato intatto il loro punto di vista e seguitato a vedere nei cattolici, esattamente come prima, i seguaci di una falsa religione, così poco convinti della loro fede da essere oltremodo arrendevoli. Ciò che essi hanno interpretato come un segno di debolezza e di resa e non certo come desiderio di gettare ponti fraterni.

Nella edizione di Paolo del 2010, l’autore, oltre a inserire un intero capitolo intitolato Gesù ebreo (repetita iuvant), si sforza di dimostrare che Paolo è un abile sofista allorché, nella Lettera ai Romani, cerca di coniugare la nascita della Nuova Alleanza del Nuovo Israele (i gentili) con la permanenza dell’antica; da parte sua suggerisce che è solo un espediente retorico per non esacerbare gli ebrei, mentre chiama il ripudio di Cristo da parte loro lo scisma d’Israele, a ribadire il concetto che Gesù, Pietro, Paolo, la Madonna, tutto è cosa degli ebrei, non dei cristiani (si confronti questa tesi con il Gesù e Maria meticci e profughi del signor Bergoglio). Poi scrive (pp. 274-75):

Lo scisma d’Israele quindi, a detta di Shaul Paolo, non è che un fatto anomalo e non contraddice il piano divino, anche se sono necessarie opportune distinzioni. Non basta la discendenza da Giacobbe per appartenere al vero Israele, come del resto non bastava neppure quella da Abramo. Appare evidente all’apostolo che la vera discendenza non possa essere che spirituale e non carnale, e naturalmente la presunzione dei giudei, il loro desiderio di possedere diritti speciali, tutto questo deve essere rimesso in gioco. Se è vero che il popolo ebraico resta il depositario della promessa, è altrettanto vero che questa promessa ha valore anche per i gentili che possono essere accolti nella comunità santa di Israele.

È chiaro? La condanna a morte di Gesù, voluta dai giudei, diventa un semplice fatto anomalo che non contraddice il piano divino. Perciò Dio aveva fatto male i suoi conti, ma si è affrettato a rimediare al piccolo inconveniente senza bisogno di modificare il suo piano. L’importante è che il popolo ebreo resti il depositario della promessa; i gentili si aggiungono in via subordinata, venendo accolti nella casa d’Israele. Non facciamo commenti. Ci limitiamo a osservare: se Paolo fa ricorso a un’abile retorica (v. pp. 269-70), come si può definire una tale interpretazione della teologia paolina?

Vedi anche:

Gesù ebreo? No grazie - GESU' EBREO ? NO GRAZIE

Del 21 Ottobre 2020

Vai all'articolo: accademianuovaitalia.it/…9584-dopo-gesu-san-paolo-ebreo
Diodoro
Da Romani 4: "13 Infatti non in virtù della Legge fu data ad Abramo, o alla sua discendenza, la promessa di diventare erede del mondo, ma in virtù della giustizia che viene dalla fede. 14 Se dunque diventassero eredi coloro che provengono dalla Legge, sarebbe resa vana la fede e inefficace la promessa. La Legge infatti provoca l'ira; al contrario, dove non c'è Legge, non c'è nemmeno trasgressione…More
Da Romani 4: "13 Infatti non in virtù della Legge fu data ad Abramo, o alla sua discendenza, la promessa di diventare erede del mondo, ma in virtù della giustizia che viene dalla fede. 14 Se dunque diventassero eredi coloro che provengono dalla Legge, sarebbe resa vana la fede e inefficace la promessa. La Legge infatti provoca l'ira; al contrario, dove non c'è Legge, non c'è nemmeno trasgressione. 16 Eredi dunque si diventa in virtù della fede, perché sia secondo la grazia, e in tal modo la promessa sia sicura per tutta la discendenza: non soltanto per quella che deriva dalla Legge, ma anche per quella che deriva dalla fede di Abramo, il quale è padre di tutti noi - come sta scritto: Ti ho costituito padre di molti popoli - davanti al Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all'esistenza le cose che non esistono.

18 Egli credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza. "

Il punto di rottura, al tempo di Cristo in Terrasanta e oggi, è questo: Dio Si rivolge a "molti popoli", offrendo loro la Salvezza (ultramondana) tramite la Santa Fede, o resta vincolato a una stirpe prescelta, a cui donò un tempo il Decalogo e prospettò una libertà intramondana, in un piccolo ritaglio della faccia della Terra?