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IL RABBINO CAPO EUGENIO ZOLLI SI POTREBBE OGGI CONVERTIRE?

Il rabbino capo Eugenio Zolli si potrebbe oggi convertire: ha forse sbagliato a convertirsi al cristianesimo, come fecero Alfonso Ratisbonne o Edith Stein; che cosa gli direbbero oggi i misericordiosi vescovi e preti bergogliani?

di

Francesco Lamendola

Molto scalpore fece, il 13 settembre 1945, la conversione al cattolicesimo del rabbino capo di Roma, Eugenio Zolli, insieme alla moglie e alla figlia, assumendo il nome di battesimo Eugenio Pio, in onore di quel Pio XII che egli venerò sempre come un santo e come il principale agente della sua conversione, mentre qualche anno dopo i maligni misero in circolazione l’abietta e sfrontata maldicenza del “silenzio” del papa sul dramma degli ebrei, che ne ha dapprima infangato, indi oscurato la memoria agli occhi di molti sprovveduti.

Zolli è sempre stato molto discreto sulle circostanze precise della sua conversione, che comunque non fu il frutto di un’illuminazione improvvisa, ma il punto d’arrivo di un lungo e graduale processo interiore, maturato nel silenzio, nella meditazione e nella preghiera. Così scrive nella sua autobiografia Prima dell’alba (Edizioni San Paolo, 2004, pp.255-256):

Cinque anni sono passati dalla mia conversione non credo di aver invocato dal Signore che pochissime volte una grazia per gli altri e per me meno che meno. Una volta invocai da Gesù e Maria la guarigione di mia moglie, gravemente malata. Dinanzi alla Pietà: «Tu sei madre, madre tutta santa, tutta santa nel dolore e nell’amore. La donna malata è madre…». E tacqui. E rivolto a Gesù crocefisso: «Signore, Tu tutto sai. Mi aiuterai?» «Sì» e mi sentii spinto a correre a casa per assistere l’ammalata. Tornai, un po’ affannato. Si era soli in casa. Ebbi da fare e dimenticai di aver pregato. Dimenticai perfino il SÌ del Signore, La febbre e il delirio raggiunsero il grado massimo e in me l’uomo era tutto spento. Io non ero più che… infermiere. Non sentivo più nulla.

A mezzanotte in punto, da un momento all’altro… all’improvviso… tutto il quadro clinico si era dileguato. Dove sono andati il delirio, l’alta febbre, l’eruzione invano curati da un professore dell’università e da un medico anziano ed esperto, suo primo assistente nella clinica? Io, che ne so?

Non volli credere a me stesso. Tocco la mano dell’ammalata. Ma è una… ex malata. Cominciamo a parlare. Ancora un istante prima batteva pugni sui materassi e si adirava per parole poco prudenti pronunziate al tempo della censura telefonico, sopra il fascismo. Ora, dopo un istante solo, ecco che mi sta facendo della… critica letteraria. «Sai, il tuo ultimo lavoretto».

L’ascolto un po’ distrattamente. Ragiona a perfezione, dice cose giuste… ma…

Sono irrequieto. Sento la mancanza di qualche cosa che in me si era smarrito… Ma eccolo, eccolo: è il SÌ di Gesù Cristo!

«Io – mi racconta ancora Emma – fui assistita da Gesù e dal nostro compianto amico, padre Birolo…».

Ogni qualvolta, a eccezione de caso sporadico di cui sin ora, entro in Chiesa con intenzione di domandare al Signore qualche cosa, mi dimentico di farlo. Mio dimentico di me è, il guaio è, anche di altri… Anche se avessi fatto una promessa… Mi vergogno. Ma è proprio una colpa? Io non lo so… Io né ricordo, né dimentico. Io son il nulla di fronte al Signore che è il Tutto. Vorrei rimproverarmi, ma come si fa a rimproverare il… nulla?


In queste parole sobrie, quasi riluttanti, si intravede il mistero di un’anima che è stata toccata dalla grazia ma non vuol sollevare clamore, non vuole che la sua vicenda sia trasformata in un “caso”, e che perfino nel raccoglimento della preghiera esita a domandare qualcosa a Dio, nonostante l’esortazione evangelica (chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto): tale è il suo pudore di fronte al Creatore che sa operare cose tanto grandi nel silenzio dei cuori e che sa ciò di cui hanno bisogno coloro che lo invocano. Il miracolo della guarigione improvvisa, subitanea della moglie gravemente malata, sembra perciò una conferma della bontà di questo “profilo basso” da parte dell’orante, di questa – come dire? – estrema discrezione del neoconvertito, timoroso di stancare il Signore con richieste e suppliche personali. E un’altra cosa, oltre alla fede pura e totale, traspare dalla testimonianza di cui abbiamo potuto qui riportare solo un piccolissimo frammento: il sentimento della gratitudine che gonfia il cuore di Zolli. Gratitudine nei confronti di Dio, della Chiesa, dei sacerdoti, e soprattutto per la venerata figura del papa Pio XII, il quale tanto ha contribuito al suo percorso di ricerca e d’incontro con Gesù Cristo, riconosciuto come il Messia da tanto tempo atteso dal popolo ebreo e come il divino Redentore che le Scritture e i Profeti avevano annunciato nel corso dei secoli.

Ma poi ecco che arriva la dichiarazione conciliare Nostra aetate del 28 ottobre 1965, nella quale l’ebraismo viene pienamente rivalutato, gettando un seme che darà i suoi frutti nel corso dei decenni successivi: fino al documento intitolato Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili, redatto dalla Commissione per i rapporti con l’ebraismo e firmato dal cardinale Kurt Koch, nel cinquantenario della Nostra aetate, e reso di più ampia diffusione con un comunicato stampa del 12 dicembre 2015, nel quale fra l’altro testualmente si afferma:

Nella quinta sezione viene menzionata la spinosa questione di come comprendere il fatto che gli ebrei sono salvati senza che essi credano esplicitamente in Gesù Cristo quale Messia di Israele e Figlio di Dio. “Poiché Dio non ha mai revocato la sua alleanza con il suo popolo Israele, non possono esserci vie o approcci diversi alla salvezza di Dio… Confessare la mediazione salvifica universale e dunque anche esclusiva di Gesù Cristo fa parte del fulcro della fede cristiana tanto quanto confessare il Dio uno e unico, il Dio di Israele che, rivelandosi in Gesù Cristo” (n. 35). “Dalla confessione cristiana di un’unica via di salvezza non consegue, però, che gli ebrei sono esclusi dalla salvezza di Dio perché non credono in Gesù Cristo quale Messia di Israele e Figlio di Dio… Dio ha affidato a Israele una missione unica e non porterà a compimento il suo misterioso piano di salvezza rivolto a tutti i popoli (cfr. 1 Tm 2,4) senza coinvolgere il suo ‘figlio primogenito’ (Es 4,22)… Il fatto che gli ebrei abbiano parte alla salvezza di Dio è teologicamente fuori discussione, ma come questo sia possibile senza una confessione esplicita di Cristo è e rimane un mistero divino insondabile” (n. 36).

Ad un’altra tematica spinosa si riferisce la sesta sezione: quale deve essere l’atteggiamento dei cristiani sulla questione dell’evangelizzazione in relazione agli ebrei? Al riguardo, troviamo nel documento le seguenti affermazioni: “La Chiesa deve dunque comprendere l’evangelizzazione rivolta agli ebrei, che credono nell’unico Dio, in maniera diversa rispetto a quella diretta a coloro che appartengono ad altre religioni o hanno altre visioni del mondo. Ciò significa concretamente che la Chiesa cattolica non conduce né incoraggia alcuna missione istituzionale rivolta specificamente agli ebrei. Fermo restando questo rifiuto - per principio- di una missione istituzionale diretta agli ebrei, i cristiani sono chiamati a rendere testimonianza della loro fede in Gesù Cristo anche davanti agli ebrei; devono farlo però con umiltà e sensibilità, riconoscendo che gli ebrei sono portatori della Parola di Dio e tenendo presente la grande tragedia della Shoah” (n. 40).


Due cose soprattutto colpiscono dolorosamente in queste affermazioni: primo, che gli ebrei non hanno bisogno di convertirsi a Gesù Cristo per meritare la salvezza eterna; secondo, che la Chiesa s’impegna ad astenersi da qualsiasi tentativo di conversione nei loro confronti. E pur di sostenere questa tesi, assolutamente nuova e contrastante con due millenni di magistero, si arriva ad arzigogolare sul fatto che i cristiani stessi, accogliendo Gesù Cristo, il Messia atteso da Israele (ma rifiutato da Israele, e questo non viene neppure accennato), in qualche modo vengono a confessare anche il Dio d’Israele. In altre parole, non potendo fare degli ebrei dei cristiani, e dopo aver dichiarato solennemente che Dio ha una Parola sola e quindi non fa promesse vane, non rimane altra strada da imboccare che quella di suggerire che i cristiani sono, in fondo, degli ebrei senza saperlo, visto che adorano lo stesso Dio. Fino a un tale punto di stravolgimento è arrivata la teologia post-conciliare, una volta gettato il mal seme della Dignitatis humanae e della Nostra aetate: ed era una manovra prestabilita. Prima si doveva aprire il forellino nella diga e poi, con tutta calma, si sarebbe rimasti ad attendere che il forellino si allargasse fino a diventare una voragine, e l’acqua irrompesse e spazzasse via la diga stessa. Altro che ermeneutica della continuità: questa, se ce ne fosse stato bisogno, è la prova del nove che la dottrina uscita dal Concilio è altra cosa dalla dottrina cattolica di sempre: dunque, non è più una dottrina cattolica, ma una dottrina modernista, che usurpa il nome di cattolica per meglio ingannare i fedeli. È il delitto perfetto: ogni traccia è scomparsa, resta solo il presente, due millenni d’insegnamento sono state cancellati. E sono state cancellate anche le Parole del divino Maestro (Mc 16,15-16): Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato.

Ma ora viene fuori Bergoglio, viene fuori la Commissione per i rapporti con gli ebrei e ci dicono che non è così, che queste parole non vanno prese alla lettera, e che il battesimo nel Nome di Gesù Cristo in fondo è solo una formalità: certo che ci si può salvare anche senza di esso. Eh, queste benedette commissioni: si riuniscono a porte chiuse tre o quattro preti, di solito gesuiti, fanno i loro scarabocchi e da quel giorno un miliardo e trecento milioni di cattolici sono vincolati, quasi sempre senza saperlo, a una nuovissima interpretazione delle Scritture e del Magistero, che fa tabula rasa di secoli e secoli di dottrina, pastorale e liturgia. Non è accaduto qualcosa di simile con la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, datata 31 ottobre 1999 e sottoscritta dalla Federazione Luterana Mondiale e dalla Chiesa cattolica romana, senza che la maggioranza dei fedeli ne sapesse nulla (né lo sappia ancora oggi), là dove sta scritto, nero su bianco, che La presente Dichiarazione congiunta (…) vuole mostrare che, sulla base di questo dialogo, le Chiese luterane e la Chiesa cattolica che lo sottoscrivono sono ormai in grado di enunciare una comprensione comune della nostra giustificazione operata dalla grazia di Dio per mezzo della fede in Cristo. «Per mezzo della fede»; le opere, neanche nominate: dunque, aveva ragione Lutero! E ci volevano cinquecento anni per riconoscerlo? E non sarebbe stato giusto informare adeguatamente tutti i cattolici, dicendo loro: «Cari figlioli, volete sapere una cosa? Ci si salva per mezzo della fede e basta; lo aveva detto splendidamente Lutero cinquecento anni fa, e aveva ragione». Allora il pontefice era Giovanni Paolo II; oggi è il sedicente Francesco. Come si vede, spesso il lavoro più sporco i papi del post-concilio, che differiscono fra loro nella forma ma non nella sostanza, lo lasciano fare alle commissioni e lo affidano alle dichiarazioni congiunte, senza venire allo scoperto in prima persona; si limitano ad approvare e a sottoscrivere. Poi ci penseranno i vescovi, i quali a loro volta trasmetteranno i nuovi indirizzi a tutti i sacerdoti delle loro diocesi: «Contrordine, compagni!»; e se qualcuno non si adegua e non si allinea, se qualcuno ha la “rigidità” e la “durezza” di obiettare: «Quel che credevo ieri, lo credo anche oggi», ebbene costui viene trattato da reprobo, lo si accusa di voler minare l’unità della chiesa, lo si rimprovera, lo si trasferisce Dio sa dove, e alla fine, se persevera nella sua diabolica ostinazione, viene cacciato fuori e scomunicato. Questo fa la misericordiosa chiesa del post-concilio, benevola, mite, dialogante ed inclusiva con tutti (purché non cattolici e anticattolici, a cominciare dai massoni).

Tornando al documento sugli ebrei del 2015, nel cinquantesimo della Nostra aetate, vale la pena di sottolineare che esso venne reso pubblico pochi giorni prima della programmata visita di Bergoglio alla Sinagoga di Roma, e quindi si può bene immaginare che la richiesta di un tale gesto di “buona volontà” sia venuta dai fratelli maggiori quale condizione preliminare perché la vista avesse luogo. Nel corso della quale, poi, Bergoglio non ha fatto altro che enfatizzare gli spropositi dottrinali della dichiarazione stessa, nel suo abituale stile sudamericano. Il riferimento esplicito alla Shoah, che non c’entra nulla con la questione della conversione e della salvezza, viene però messo al centro per sostenere che essa ha sollecitato un ripensamento complessivo della Chiesa nei confronti dei fratelli maggiori. E questo ormai lo abbiamo capito, perché è una musica che ci viene rintronata negli orecchi tutti i santi giorni. Ci domandiamo soltanto: ha sbagliato il rabbino capo di Roma, Eugenio Zolli, a convertirsi al cristianesimo? Ha sbagliato Alfonso Ratisbonne; ha sbagliato Edith Stein, fattasi carmelitana scalza col nome di Teresa Benedetta della Croce? Hanno sbagliato a convertirsi, visto che gli ebrei hanno già in tasca, comunque, la verità e la salvezza, al pari dei cattolici? E se un rabbino volesse oggi convertirsi, che cosa gli direbbero i misericordiosi vescovi e preti bergogliani?

Del 01 Agosto 2021

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Francesco I
Il rabbino, che alla nascita si chiamava Israel Zoller, italianizzò il cognome in "Zolli" e, con il battesimo assunse i nomi di "Eugenio Pio" in onore del grande Papa.
lamprotes
Ci si converte quando non solo l'intelligenza si convince ma, prima ancora, il cuore si riempie di celeste grazia. Che grazia può dare un clero che non crede, una gerarchia dedita agli interessi personali, un papa a cui ogni credo va bene?