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IL VERO VOLTO DI PIETRO SILVA

Pietro Silva uno storico per tutte le stagioni. Il caso di Pietro Silva è tipico di un’intellighenzia che pur di tutelarsi non esita a cambiare casacca: storia vecchia, non solo italiana e tuttavia molto frequente a casa nostra.

di

Francesco Lamendola

È probabile che a un giovane d’oggi il nome di Pietro Silva non dica nulla. Invece Pietro Silva (Parma, 1887-Bologna, 1954), storico e accademico, è stato una figura conosciutissima, almeno di nome, da un’intera generazione di giovani, a cavallo del Ventennio fascista, per i suoi manuali di storia per le scuole medie superiori. Avendo letto personalmente quei volumi, possiamo affermare che in essi è più che evidente l’adesione dell’Autore all’ideologia nazionalista e fascista. Ma poi c’è stata la sconfitta, la cosiddetta Liberazione, è tornata (per breve tempo) la sciagurata monarchia sabauda, e il Nostro si è affrettato a cambiare casacca e sfornare libri nei quali si gettava un totale discredito sul caduto Regime e il defunto Duce, e si esaltavano le preclare virtù di Casa Savoia e su quanto di bello e buono aveva fatto per l’Italia. Può darsi che queste parole suonino inattese a chi si affida, per tutta informazione, alla voce di Wikipedia dedicata al Pietro Silva, nella quale si dice:

Fu seguace del principio di nazionalità, come lo intendeva Giuseppe Mazzini, prese parte al patto di Roma per il risveglio delle nazionalità oppresse nell’aprile del 1918, e non aderì mai al fascismo, che lo ignorò completamente durante il ventennio, essendo stato egli tra i firmatari del manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce ed essendosi rifiutato di collaborare all’Enciclopedia Italiana.

A conferma dell’ultima asserzione si cita la biografia a lui dedicata dal SIUSA, Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche, ove invece si può leggere l’esatto contrario (beniculturali.it/cgibin/pagina.pl?TipoPag=prodpersona&Chiave=190&Ri), e cioè che in effetti firmò il Manifesto crociano rendendosi sgradito al Regime, il quale peraltro non pose il veto alla diffusione del suo fortunato manuale di storia; ma non disdegnò di collaborare all’Enciclopedia Italiana di Giovanni Gentile, sia pure dopo un ripensamento, scrivendone alcune voci importanti:

Firmatario del manifesto Croce, nel 1925 rifiuta, solo, assieme a Croce, di collaborare al progetto per l’Enciclopedia Italiana. Alla fine dello stesso anno si vede sospendere d’autorità la collaborazione al “Corriere della Sera”. Nel 1927 esce da Mondadori una delle sue opere migliori e più conosciute, “Il Mediterraneo dall’unità di Roma all’unità d’Italia”, che vedrà numerose ristampe. Tre volte primo nei concorsi di Storia rispettivamente nel per l’Università di Cagliari, di Bologna e di Napoli degli anni 1923, 1928, 1932, Pietro Silva è scartato perché non gradito al regime fascista.

Nel 1932 viene chiamato alla facoltà di Lettere di Roma per ricoprire la cattedra di Storia moderna di nuova istituzione, ma la delibera, nonostante il sostegno di Gioacchino Volpe, sarà annullata.

La sua attività didattica resta così ancorata al Magistero, nel frattempo divenuto facoltà universitaria, dove gli sono colleghi Guido De Ruggiero e Giuseppe Lombardo Radice.

Prosegue intanto fecondamente l’attività scientifica. Nel 1930 decide infine di accettare la collaborazione con l’Enciclopedia Italiana, per la quale redige numerose voci minori e le ampie “Storia della Francia” e “Storia dell’Inghilterra”, Nel 1935 esce il suo fortunato “Corso di storia per i Licei” sul quale si formeranno più generazioni di giovani.

Nel 1939 pubblica per l’ISPI le raccolte di saggi “Genesi e caratteri dell’Inghilterra moderna” e “Momenti e figure di storia italiana”, cui segue “Fasi di storia europea” nel 1940.


Per chi non lo sapesse, l’ISPI era, ed è - perché esiste ancora - l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale fondato dal regime nel 1934 e non certo per fiancheggiare la Società delle Nazioni o per fare i sorrisi alla Francia e alla Gran Bretagna, ma per preparare il terreno all’espansione imperiale italiana, che vedrà, l’anno dopo, l’inizio della guerra d’Etiopia e della politica di avvicinamento alla Germania nazista. Perciò un regime che promuove, o che tollera, la presenza di un noto professore antifascista, in quel momento, cioè allo scoppio della Seconda guerra mondiale, non lo fa se non perché lo ritiene perfettamente acquisito alla propria linea politica: e infatti gli scritti di Pietro Silva, specialmente nel periodo 1939-40, tutto sembrano fuorché antifascisti o in qualsiasi modo simpatizzanti con le democrazie occidentali.

Ma tant’è. Il vero volto di Pietro Silva, prima e dopo la sconfitta dell’Italia e la caduta del regime fascista, lo si può cogliere dal confronto, per lui impietoso e oltremodo imbarazzante, fra ciò che scrive nel testo Il Mediterraneo dall’unità di Roma all’unità d’Italia, edizione del 1942 a cura dell’ISPI, e ciò che scrive appena quattro anni dopo, nel 1946, nel saggio Io difendo la monarchia, (De Fonseca editore), quando l’inchiostro del primo, per così dire, non si è ancora asciugato del tutto. A far notare lo stridente contrasto, tale da far pensare a due penne diverse, è stato l’ottimo Bruno Spampanato (Salerno, 1902-Roma,1960) nel suo non abbastanza letto e meditato, e tuttavia meritorio e preziosissimo Contromemoriale in sei volumi (Roma, Centro Editoriale Nazionale, 1974, vol. 1, pp. 239-240), che qui ora citiamo. Per comodità del lettore e per chiarezza grafica, indicheremo con la sigla SILVA 1 i brani riportati dal primo testo, e con SILVA 2 quelli del secondo:

SILVA 1: La voce del Duce si levò a pronunziare parole e affermazioni destinate ad avere eco vasta e duratura nel mondo.

SILVA 2: Mussolini ha fatto tanto male all’Italia; più di qualsiasi uomo della nostra lunga e dolorosa storia.

SILVA 1: L’anschluss e l’occupazione germanica di Praga costituirono il colpo decisivo a quel sistema danubiano orientato in senso antitedesco e antitaliano che la Francia aveva eretto con la Piccola Intesa… Dopo il crollo della Cecoslovacchia di Benes, la vecchia Piccola Intesa ha virtualmente cessato di esistere; e nell’Europa danubiana e balcanica le potenze dell’Asse sono venute a trovarsi in una situazione nuova… La nuova situazione in tal modo conseguita dall’Asse nell’Europa medio-danubiana ebbe la sua rispondenza in Mediterraneo, in eventi che costituirono nuove sintomatiche affermazioni della potenza e della capacità espansiva dell’Italia.

SILVA 2: Si entra così nell’anno fatale della seconda guerra mondiale. Il moto tedesco di revisione dei trattati precipita inevitabilmente verso la nuova guerra. A marzo le Potenze europee si trovano poste dinanzi alla stessa situazione del settembre, a Monaco… Ma la Germania questa volta non lascia alle Cancellerie il tempo di riflettere. Dopo Praga è la volta di Memel, e intanto comincia l’agitazione per Danzica e il Corridoio polacco. Francia, Inghilterra, Russia, Stati Uniti, dichiarano di non riconoscere il nuovo stato di cose. Siamo alle porte della guerra. Nessun accordo onorevole è possibile con la Germania…

SILVA 1: Quando ogni indugio sarebbe stato pericoloso, le nostre truppe sbarcarono in Albania. Era una nuova tappa verso la piena sicurezza dei mari e delle coste d’Italia.

SILVA 2: Il Governo italiano, irritato e geloso per l’acquisto tedesco di Praga, compie a sua volta la deplorevole aggressione di Albania.

SILVA 1: Imperialismi in declino erano posti di fronte a forze dinamiche in ascesa, a Stati di massa, animati dalla precisa volontà di abbattere un “vecchio sistema” per creare un “mondo nuovo” in cui i problemi della convivenza europea nel settore politico, coloniale, economico e finanziario, fossero concepiti organicamente, secondo direttive nuove e rivoluzionarie.

SILVA 2: Un mese dopo, senza consultare nessuno, contrariamente a tutte le previsioni, contro il parere del suo ambasciatore a Berlino, Mussolini strinse con Hitler il patto d’’acciaio. .. I due rivali e insieme i due complici, Mussolini e Hitler, credono di giuocarsi reciprocamente: il primo vuole costringere l’altro alla consultazione… il secondo vuole legare l’Italia.

SILVA 1: Il 10 giugno entrava in guerra contro la Francia e la Gran Bretagna. Come nell’ottobre del 1935, la parola del Duce fu accolta da tutti gli italiani in ascolto come auspicio sicuro di vittoria. Guerra d’indipendenza e di sicurezza marittima, da un cerchio che le potenze occidentali avevano stretto interno alla penisola, guerra imperiale per la difesa e per il futuro organico sviluppo dell’Impero africano, guerra rivoluzionaria di una nazione giovane e feconda contro i detentori delle materie prime e del monopolio finanziario.

SILVA 2: Mai un uomo di Governo ha commesso tanti errori in così breve tempo; mai un tradimento più nero contro il proprio paese fu compiuto da un primo ministri per conservare ad ogni costo il potere… Sulla condotta di Mussolini nei nove mesi della neutralità dovrebbe pronunziarsi assai più uno studioso o uno specialista di malattie mentali che un cultore di studi storici e politici… insomma un uomo che ha smarrito il suo equilibrio morale e intellettuale… Sente che la sua ora sta per passare.

SILVA 1: Vinta la Francia sulle frontiere alpine, la lotta impegnata dall’Italia contro l’Inghilterra ebbe modo di spiegarsi in tutta la sua ampiezza, su più fronti, per mare, per terra e per cielo… Lotta decisiva e senza quartiere, che ricorda veramente, per il suo carattere e per le sue conseguenze, le fasi più drammatiche della seconda e della terza punica.

SILVA 2: Gli amici della Francia, della libertà, della democrazia, del pensiero e del genio dell’Occidente soffrirono in quei giorni indicibili pene. Ascoltarono i notiziari inglesi con avvilimento e con impotente furore, ansiosi di apprendere la notizia di un colpo di arresto in una battaglia di incontro; poi furono vinti dall’abbattimento e si abbandonarono ad un cupo fatalismo.

SILVA 1: Il problema mediterraneo, come problema essenziale di vita, è penetrato ormai profondamente nella coscienza politica del popolo italiano. L’Italia sente il diritto di raccogliere, nel Mediterraneo, l’eredità delle nazioni declinanti e il dovere di sostituirsi ad esse.

SILVA 2: I comunicati mussoliniani, vuoti e ampollosi redatti all’inizio – a sentire lui – nell’intento di non nascondere mai la verità al popolo italiano, erano divenuti falsi e retorici, magnificavano un ardimento che non esisteva… Il demagogo non trovava più una sola nota giusta…

Non c’è male per uno che nel 1925 aveva firmato il Manifesto degli intellettuali antifascisti ma poi aveva fatto una discreta carriera accademica all’ombra del regime, scrivendo libri che magnificavano il fascismo e il suo Duce. E ora, dopo la disfatta, non esitava a scaricare ogni colpa, reale o no, sul cadavere di Mussolini e si vantava d’aver desiderato la sconfitta della propria patria, impegnata - sono parole sue - in una lotta per la vita e per la morte, come Roma al tempo delle guerre puniche. Il caso di Pietro Silva è tipico di un’intellighenzia che, pur di tutelarsi, non esita a cambiare casacca: storia vecchia e non solo italiana, e tuttavia molto frequente a casa nostra. Sappiamo che la storia non è una scienza, e tuttavia ci chiediamo quale serietà abbia uno storico che dice oggi tutto l’opposto di quel che scriveva quattro anni prima. Si dirà che sono stati i quattro anni più tremendi nella storia d’Italia, ed è vero. Ma non è proprio nei momenti drammatici che emerge la stoffa di un popolo, una classe, un individuo? Anche oggi stiamo vivendo un’ora altamente drammatica, e di nuovo la categoria dei “chierici”, come li chiamava Julien Benda, sta consumando il più spudorato voltafaccia dinanzi al popolo italiano, incurante del tragico destino che si profila. Politici, medici, amministratori, giornalisti, magistrati, forze dell’ordine, tradiscono il proprio onore e il codice etico…

Del 4 Settembre 2021

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