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Francesco I

Dal mostro globale al covid 1990-2020: i peggiori anni della nostra vita

di Roberto Bonuglia

1990-2020: abbiamo vissuto gli ultimi trent’anni in un contesto profondamente segnato, nostro malgrado, dalla trasformazione del pianeta in un «villaggio globale» [1].

Esso ha definitivamente sostituito lo Stato-Nazione uscito sconfitto dal Secondo conflitto mondiale comportando una serie di conseguenze politiche, economiche e sociali alle quali nessuno si è potuto sottrarre: «lo sviluppo di un diritto internazionale che ha svuotato quelli costituzionali dei singoli Stati; la demonizzazione dell’identità nazionale; la destoricizzazione della cultura correlata allo Stato-Nazione, liquidata dalla globalizzazione e dal connesso neoliberismo; l’allontanamento della tecnica economica dai postulati classici dell’economia pubblica; la nascita e la crescita anabolizzante di una particolare forma di ordine mondiale a carattere classico basato sulla divisione e sulla contrapposizione tra due blocchi principali attraverso la Guerra Fredda» [2] e, infine, una volta superata questa, la sostituzione «nella comunicazione politica, nel linguaggio dei media, fino al recepimento subliminale di massa» del termine liberalismo con quello liberal: «acritica moda semantica, emblema di fuorvianza culturale e confusione delle lingue» [3].

L’utopica ubriacatura globalista e neoliberista è stata ben congeniata: pianificata al dettaglio e alimentata ad hoc da un vortice di sviluppi scientifici e tecnologici volti a dimostrare il “lato positivo” del progresso, infondendo nell’uomo contemporaneo l’illusorio ottimismo derivante dalla potenzialità “del fare”. Tutto era possibile: scavare il sottosuolo, coltivarne la superficie, assoggettare la materia a bisogni illimitati e, infine, «superare ogni giorno i confini raggiunti in quello precedente» [4]. Peccato che lo fosse solo per un’élite che raggiungeva i propri scopi – impadronendosi dei tre quarti della ricchezza mondiale schiavizzando sette miliardi e mezzo di persone [5] – a danno del “resto del mondo” lasciato in pasto all’illusione di poterlo fare.

Ciò era coerentemente in linea col ciclo iniziato con la demonizzazione del Medioevo nel Rinascimento quando la nuova filosofia proclamò l’uomo “centro del mondo”, proseguendo nel Seicento con la rivoluzione scientifica, nel Sette-Ottocento con quella industriale, nel Novecento con i più strabilianti successi dalla scienza e della tecnica: dalla Radio alla Tv, dalla lavatrice allo “sbarco sulla Luna” nascondendo, però, il lato oscuro di tutto ciò emerso a Hiroshima e Nagasaki, a Chernobyl, alla Great Pacific Garbage Patch, alla Mississippi Dead Zone, a Seveso nel 1976 o nell’impiego dei proiettili all’uranio impoverito durante la guerra in Kosovo.

La “Globalizzazione”: solo un “Cavallo di Troia”? Dall’utopica ubriacatura globalista, pianificata da un’élite per impadronirsi dei 3 quarti della ricchezza mondiale al Covid-19, missione compiuta: schiavizzati 7 miliardi di consumatori!

La dimensione individuale dello “scientismo” e delle sue conseguenze sociali [6] avrebbe dovuto generare sicurezza e potenza. Il sottile filo rosso che legava questo processo era l’idea di eguaglianza della quale Rousseau aveva fatto il cardine del suo pensiero. Ci si è illusi di poterla mettere in pratica in un mondo finalmente “collegato” e “globalizzato” ma, in realtà, “uniformato” e “unipolare” nel quale ognuno potesse essere libero di muoversi, realizzarsi, emanciparsi dalle disuguaglianze. Un’illusione, appunto.

Il buonismo radical chic ha trionfato assurgendosi esso stesso a ideologia della globalizzazione. Un “altro mondo è possibile”, dicevano. Ma, qualcosa è andato storto. Almeno a giudicare dalle inquietudini pre-esistenti e progressivamente cronicizzate dalle persone, nel frattempo diluite in una società massificata nella quale è venuta meno «la consapevolezza dell’individuo» [7] a favore di una ristretta cerchia di persone che, invece, più che consapevolmente hanno diretto tale processo.

E così, le inquietudini si sono incarnate in qualcosa di invisibile, ma tangibile nelle sue conseguenze: un virus, il Covid-19 che ha segnato de facto il cambiamento, la cesura, l’interregno – gramscianamente inteso come «una fase solo apparentemente di caos a cavallo tra un mondo che muore ed un mondo nuovo che nasce» [8] – mettendo a nudo tutte le contraddizioni che nessuno voleva vedere, alienato com’era, proprio da quelle scoperte tecno-scientifiche che hanno connesso ognuno di noi al “simbolo della libertà 2.0”: il web. Che non a caso, a dispetto di quanto massicciamente veicolato dalle pubblicità, rimane essenzialmente la traduzione inglese di una parola inquietante: ragnatela.

Quella, cioè, in cui la massa è caduta nell’ultimo trentennio distratta dalla “libertà” di fare chiamate e mandare messaggi illimitatamente, di scaricare gratuitamente tutte le app che si ritenevano indispensabili per affrontare le sfide quotidiane, per organizzare il nostro ménage. “Life is now”, insomma, pericoloso acronimo, però, di New Order World.

Ma «l’essenziale è invisibile agli occhi» [9]. E lo è tal punto che nessuno o quasi ha capito ciò che stesse avvenendo: gli ordinamenti politici e giuridici sono stati bypassati dalla rivoluzione neoliberista che inesorabilmente ha creato un Moloch graniticamente difeso da élite mondialiste che ormai nemmeno si nascondono più: George Soros, Bill Gates e soci ormai rilasciano interviste, pubblicano libri, finanziano progetti di ricerca e di strategia, fanno simulazioni di ciò che faranno accedere quando riterranno propizio il momento.
Pochissime e isolate le voci di chi andava in controtendenza, messe all’angolo dall’astuta “guerra culturale” neoliberista sapientemente organizzata in tre fasi: l’iniziale «silenzio tombale» che circonda le iniziative dei “non allineati”; la successiva «demonizzazione o ridicolizzazione» degli stessi e, infine, la «sottrazione» del pensiero forte al legittimo proprietario decentrando e banalizzando il primo privando, così, il secondo dello stesso [10].

L’umanità di illusi “consumatori” pensa di poter aver un ruolo attivo nei processi decisionali ma, invece, ad essa è riservato solo un susseguirsi scenografico di metodi di rappresentazione che le danno l’idea di scegliere (dalle elezioni tradizionali ai televoti) senza, in realtà, farlo mai!

Si è consumato, dunque, un processo irreversibile: il passaggio dalla democrazia al democratismo ed il regime democratico che ha trasformato «la sua costellazione di ideali, per definizione democratici, in un rigido sistema di coercizione» [11]. Arginata ogni “alternativa” ad esso, «ogni impulso, ogni fremito sociale» ha finito per trovare una «naturale composizione nella straordinaria capacità di assorbimento del “tutto”», una sorta di blob che ha risposto «alla forza di una legge ineluttabile, nella quale l’individuo non ha voce» [12].

Inevitabile, in tal senso, il richiamo all’assunto centrale della tematica di Eric Voegelin secondo il quale non solo la concezione politica hegeliana, ma anche quella marxista, abbiano da sempre in dispregio la «realtà concreta dell’individuo», cosicché le forme storiche in cui si sono attuate siano state, in realtà, varianti di un’unica sostanza totalitaria, poi espressa molto bene dal neoliberismo sviluppatosi prima, durante e dopo la loro affermazione come sistema “unipolare” che non ammette critiche.

Lungi dal tendere alla perfezione, di conseguenza, la società in cui abbiamo vissuto finora si è rivelata per quello che era: «criminale nel senso che produce crimine e anticrimine in una spirale senza fine dove economia legale e illegale si fondono in un modello unico» [13]. Un modello unico dominato da un pensiero unico impostosi dal 1989 ad oggi. Non a caso, il motto che per tre lunghi secoli fu “Liberté, Egalité, Fraternité” è stato rimpiazzato da “Globalité, Marché, Monnaie”, ossia “Globalità, mercato, moneta”: una «nuova, magica triade che ha marcato […] il dorato trentennio della globalizzazione […] opera prevalente degli “Illuminati” […] tutti impegnati a costruire un mondo nuovo sviluppato fuori dai confini nazionali, sulla rete universale» [14].

E mentre il neoliberismo si globalizzava, la modernità si è imposta «strutturalmente disordinata e degenerativa, perché in essa viene colpito al cuore ogni principio gerarchico e le forze centrifughe, originate dagli egoismi individuali, prendono via via il sopravvento sulle forze centripete, che nascono dalla disponibilità di ogni membro e di ogni classe a farsi docile strumento per il bene di tutti e di ciascuno» [15].

Le scuole politiche del Secolo Breve furono animate, è noto, «da un fanatico spirito millenaristico di matrice politica» rappresentando «i tipi più puri di fiducia estrema nel futuro, in quanto persuasi di poter far nascere i loro millenni direttamente dalla prassi terrena guidate dalle proprie ideologie» [16]. Peccato che siano state, una dopo l’altra, soppiantate proprio dal neoliberismo che, di esse, ha conservato solo la propensione al progresso dell’umanità realizzandola, però, solo entro il vertice della piramide che dirigeva il progetto.

Il buonismo radical chic ha trionfato assurgendosi esso stesso a ideologia della globalizzazione.
Un “altro mondo è possibile” ma, qualcosa evidentemente è andato storto!


Quale? Quello di aumentare nell’individuo massificato il climax di una serie di difficoltà: la possibilità di intravedere gli effetti dei processi in atto, l’incapacità di dominarli, la debolezza di fronte alle prospettive di abbandonare percorsi consolidati dati i costi di vario genere che ciò comporterebbe. Altro che sicurezza e potenza: si è diffusa, invece, una generale incertezza sulle direzioni da seguire e sui mezzi da dispiegare anche quando ormai è chiaro che bisognerebbe voltare pagina.

L’umanità di consumatori di illusioni – creata esercitando su essa la forza della persuasione, non meno violenta di quella coattiva ma «per di più sottile, paralizzante, insidiosa e inattaccabile» [17] – pensa di poter aver un ruolo attivo nei processi decisionali ma, invece, ad essa è riservato solo un susseguirsi scenografico di metodi di rappresentazione che le danno l’idea di scegliere (dalle elezioni tradizionali ai televoti) senza, in realtà, farlo mai.

O facendolo male, divenendo paradossalmente «sostegno e difesa, guardiani e tutori»
[18] dei propri carnefici, come quando «nel giro di 24 ore, la polizia brasiliana, su mandato della magistratura ha arrestato e scarcerato il vice-presidente di Facebook America Latina, l’argentino Diego Jorge Dzodan» [19], dopo il reiterato diniego dell’azienda di Palo Alto di collaborare col governo che aveva richiesto l’«accesso ai dati di alcuni utenti che, secondo quanto aveva riportato la stampa, erano coinvolti in un cartello criminale» [20]: l’oscuramento dei social provocò le proteste di milioni di utenti obbligando il tribunale a tornare sui suoi passi. Esattamente come, qualche mese prima, l’Apple si rifiutò di collaborare con l’FBI nella cattura di Syed Farook [21]: prevalse un’azienda transazionale su uno Stato-Nazionale e l’indissolubilità della dipendenza dai social, nella gente, preponderò sull’esigenza di assicurare alla giustizia dei criminali. Una massa, insomma, che sceglie Barabba piuttosto che spezzare le catene virtuali in cui è avviluppata.

Che oggi ci si trovi di fronte a qualcosa di nuovo è evidente. Che ci si trovi all’abbrivio di un’era infinitamente migliore – tanto da dare all’uomo la pace un crescente benessere spirituale e materiale in ossequio a quanto fin qui promesso da tutte le ideologie avvicendatesi –, lo sembra molto meno.

NOTE

1 - M. McLuhan, Understanding Media: The Extensions of Man, New York, Signet Books, 1964.
2 - R. Bonuglia, Chi ha perso, davvero, la seconda guerra mondiale?, in «Quaderni Culturali delle Venezie» dell’Accademia Adriatica di Filosofia “Nuova Italia”, del 22 aprile 2020.
3 - P. Simoncelli, intervento al Convegno Oltre Salerno. Benedetto Croce, Ignazio Silone e la loro attualità politica, del 28 settembre 2014, ora in G. Di Leo, Atti del Convegno di Pescasseroli e Pescina, Roma, Aracne, 2015, pp. 162-163.
4 - M.L. Salvadori, Le inquietudini dell’uomo onnipotente, Roma-Bari, Laterza, 2003, p. 3.
5 - F. Lamendola, La banale semplicità del sistema che ci schiavizza, in «Quaderni Culturali delle Venezie» dell’Accademia Adriatica di Filosofia “Nuova Italia”, del 7 ottobre 2019.
6 - R. Bonuglia, Dall’onnipotenza all’inquietudine: l’inganno della globalizzazione, in «Pensiero Forte», del 29 aprile 2020.
7 - G.F. Lami, La riforma della rivoluzione, in Caratteri gnostici della moderna politica economica e sociale, Roma, Astra, 1980, p. 19.
8 - Cfr., R. Graziani, Orientamenti per essere l’Alternativa, in Canale Youtube «Rainaldo Graziani», [minuto 5:15/5:40].
9 - A. De Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe, Milano, Bompiani, 2013, p. 98.
10 - Cfr., R. Graziani, 7 – Dughin in tour: guerra culturale fuori onda, in Canale Youtube «il reporter indignato», [min. 8:18/ 10:05].
11 - Cfr., J. L. Talmon, The Origins of Totalitarian Democracy, Londra, Secker & Warburg, 1952.
12 - G.F. Lami, «1978 – Anno LVI E.F.». Premessa a una lettura di Eric Voegelin, in Trascendenza e gnosticismo in Eric Voegelin, Roma, Astra, 1979, p. 26.
13 - M. Carlotto, Il noir mediterraneo. Elogio di Jean-Claude Izzo, in J.C. Izzo, Aglio, meta e basilico. Marsiglia, il noir e il Mediterraneo, Roma, edizioni e/o, 2007, p. 13.
14 - G. Tremonti, La strada per uscire dalla crisi, in «Corriere della Sera», del 15 marzo 2020.
15 - F. Lamendola, Stiamo vivendo la fine di un ciclo e forse della storia, in «Quaderni Culturali delle Venezie» dell’Accademia Adriatica di Filosofia “Nuova Italia”, del 24 maggio 2020.
16 - M.L. Salvadori, cit., p. 9.
17 - G.F. Lami, «1978 – Anno LVI E.F.», cit., p. 37.
18 - Cfr., R. Graziani, Orientamenti per essere l’Alternativa, cit., [minuto 32:05/34:36].
19 - L. Simoncelli, Brasile, la guerra tra Narcos si è spostata sui social, in «Wired», del 4 marzo 2016.
20 - T. Toniutti, Facebook: arrestato in Brasile il n.2 per l’America Latina. Il social: “decisione estrema e sproporzionata”, in «Repubblica», del 1 marzo 2016.
21 - F. Cella, Strage San Bernardino, Apple si oppone all’Fbi: «Non vogliamo forzare l’iPhone dell’attentatore», in «Corriere della Sera», del 17 febbraio 2016.

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