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LA NEGAZIONE DEL "CONFLITTO"

Cosa c’è di peggio del conflitto? La sua negazione! Dogmi buonisti e misericordisti: perchè l’odierna "cultura buonista" inorridisce davanti alla parola “conflitto” e lo considera sinonimo di calamità da evitare ad ogni costo?

di

Francesco Lamendola

In natura il conflitto esiste; è necessario; è utile all’economia complessiva del sistema. Anche nelle società umane esistono i conflitti: sono inevitabili e possono essere sia necessari che utili; oppure possono essere futili e inutili. Ciò dipende dal libero arbitrio, che distingue la specie umana dagli altri esseri viventi e senzienti. Nel modo vegetale, il conflitto si chiama competizione: due pianticelle si contendono lo spazio e la luce di un bosco, dopo la caduta del vecchio albero secolare: una sola riuscirà a prevalere, a svilupparsi e ad occupare lo spazio che le è necessario per vivere. Anche nel mondo animale il conflitto ha origine dalla necessità di spazio e di cibo: di uno spazio sufficiente per procurarsi il cibo. Ecco perché due predatori non possono coesistere nello stesso territorio, e nemmeno due capibranco: la regola è che il vecchio prima o poi dovrà soccombere e andarsene, e il giovane lo rimpiazzerà, fino a quando a sua volta anch’esso invecchierà e sarà affrontato da un individuo più giovane e forte, e costretto a sloggiare. Nel paesaggio urbano, se osservato in un sufficiente arco di tempo, si osserva un fenomeno analogo: le vecchie abitazioni, i vecchi cinema, le vecchie osterie, poco alla volta chiudono, vengono abbattuti o ristrutturati e trasformati; scompaiono i vecchi borghi, i vecchi quartieri, interi isolati cadono sotto le ruspe e al loro posto sorgono moderni edifici, teatri, palazzetti dello sport, sale multiuso, palazzi d’affari e centri direzionali o commerciali. È triste, dal punto di vista di chi ha un animo sensibile e non si rassegna alla caducità di tutte le cose, ma è così: nel giro di alcuni decenni le città cambiano volto, non sono più quelle, e colui che vi torna da vecchio, dopo averle lasciate nell’infanzia, stenta a riconoscerle.

Ci sono poi i conflitti interiori: vi sono delle situazioni esistenziali nelle quali una persona si trova in contrasto con se stessa: le due parti si affrontano e una sola, alla fine, risulterà vittoriosa, mentre l’altra dovrà soccombere e rassegnarsi alla sconfitta. Potrà considerala una sconfitta temporanea, e allora cercherà la rivincita, e il conflitto tenderà a cronicizzarsi; raramente si adatterà a una sconfitta definitiva, cioè a sparire per sempre. Quando la ragione del conflitto è di natura etica, la lotta assumerà l’aspetto di uno scontro fra il bene e il male: malignità e benevolenza, egoismo e altruismo, avarizia e generosità, superbia e modestia, lussuria e continenza si affrontano in una battaglia la cui posta in gioco è la signoria sull’anima di quella persona. A volte le ragioni del bene e del male non sono perfettamente distinte e contrapposte, ma parzialmente intrecciate e confuse, e in tal caso si hanno i conflitti interiori più sfibranti, tormentosi e sofferti. Ci sono perfino delle nature talmente irresolute da non riuscire a risolvere i propri conflitti, le quali restano perennemente paralizzate dall’urto contrastante e perfettamente equilibrato delle due spinte, delle due tendenze che si affrontano, con un enorme dispendio di energie che, però, non conduce ad alcuna conclusione.

Tuttavia il caso più frequente di conflitto è quello interpersonale, che richiama in sostanza le caratteristiche del conflitto esistente in natura fra le creature extra-umane; ed è proprio per questo che molti guardano ad esso con una sorta di sacro orrore, come se equivalesse, di per sé, ad un abbassamento della natura umana, a una negazione intrinseca della sua dignità. L’odierna cultura buonista, incoraggiata soprattutto dal clero cattolico dopo il Concilio Vaticano II, ma anche dalla cultura laica, specie dopo i disastri delle due guerre mondiali e nella tremenda prospettiva di un’eventuale guerra nucleare, inorridisce davanti alla parola “conflitto” e lo considera sinonimo di calamità da evitare ad ogni costo. Ciò è completamente sbagliato e fuorviante. Come abbiamo detto, il conflitto può essere necessario, utile e liberatorio; guai a reprimerlo, quando esso si pone effettivamente come una necessità vitale. Non tutti i conflitti possono essere evitati e non tutti possono essere composti pacificamente: questo, che una volta era chiarissimo, intuitivamente, ai nostri nonni, oggi per noi è divenuto quasi una bestemmia. Eppure è facile mostrare la verità di una tale affermazione. Si può forse evitare, o comporre pacificamente il conflitto fra le persone oneste e la malavita organizzata? Si può venire a patti con la mafia o con una spietata organizzazione terroristica? Si può chiudere in parità la partita per il controllo della società, tra le forze dell’ordine e gli assassini senza scrupoli, sulla base di una falsificazione bella e buona del precetto cristiano del perdono delle offese? Evidentemente no: eppure questo è quanto il falso clero del signor Bergoglio non si stanca di ripetere alla gente. Il vero atteggiamento cristiano di fronte al male è di ferma opposizione: di qui l’inevitabilità del conflitto. I martiri cristiani non hanno avuto paura del conflitto, e lo hanno affrontato impavidi, fino al sacrificio supremo, ben consapevoli che ogni più piccolo cedimento avrebbe significato una vittoria del male. Stessa cosa per il conflitto interiore: il vero cristiano sa che bene e male non possono coesistere e sa che esistono entrambi nel fondo della propria anima: se volesse esorcizzare il conflitto, dovrebbe ridursi alla totale impotenza e alla più completa inerzia. Entrambe le cose configgono inevitabilmente con la cultura moderna: il conflitto verso l’esterno viene bollato come intolleranza e il conflitto interno viene diagnosticato come nevrosi. La polizia è la risposta al primo, e il ricovero psichiatrico al secondo. Di fatto, oggi un autentico cristiano rischia entrambe le sanzioni: se proclama a voce alta la verità del Vangelo, rischia la prigione non appena citi la Parola di Cristo e affermi apertamente punti salienti della morale cristiana che confliggono col divorzio, l’adulterio, l’aborto, l’eutanasia, la sodomia, eccetera; e se si impegna a reprimere in se stesso le proprie tendenze cattive, qualche solerte psichiatra lo dichiarerà affetto dalla sindrome del masochismo e dell’auto-punizione, e ordinerà per – il suo bene, s’intende - un trattamento sanitario obbligatorio.

Si noti che la società moderna, specialmente la società democratica, non ha affatto rinunciato al conflitto, ma ha sviluppato l’ipocrisia necessaria a dissimularlo, specie quando di tratta di aggredire chi non si sottomette ai suoi dogmi buonisti, permissivi e misericordisti. Essa si sente in diritto e in dovere di attaccare ogni qualvolta s’imbatte in qualcuno o in qualcosa che contrasta copi suoi nobili e astratti principi di solidarietà, tolleranza e inclusione. È logico: figlia dell’illuminismo, ha nel suo DNA l’attitudine a usare sistematicamente due pesi e due misure: la tolleranza con chi accetta i suoi principi e s’inchina alla bontà delle sue politiche, guerre comprese, e la spietatezza più inumana contro chi non li accetta e non si piega. Vi è, nella cultura moderna, una perfetta corrispondenza di pensiero e azione: come David Hume voleva bruciare tutti i libri di metafisica e teologia, così Robespierre voleva tagliare tutte le teste di chi si opponeva alla Virtù repubblicana. E come Stalin, poi, volle eliminare a milioni quanti considerava un ostacolo al trionfo del comunismo, così Churchill e Roosevelt fecero assassinare, bruciandoli vivi coi bombardamento al napalm e, poi, con le bombe atomiche, quanti non volevano piegarsi alla “libertà” e alla democrazia dei grandi banchieri: civili inermi e non militari; proprio come gli inglesi, nel 1700, cercarono di eliminare alcune tribù di pellerossa distribuendo loro coperte infettate coi germi del vaiolo.

Neanche il falso clero postconciliare ha rinunciato al conflitto: non ha esitato a pretendere la scomunica di monsignor Lefebvre; poi si è scagliato con rabbia contro monsignor Williamson; ha preteso e ottenuto la scomunica di don Minutella e ora costringe a vivere nascosto monsignor Viganò: tale è la vendicatività pretesca, quando individua qualcuno che può essere d’ostacolo ai suoi disegni filo-massonici, modernisti e sincretisti. Ma nei confronti dei fratelli maggiori ebrei, dei fratelli separati protestanti, dei fratelli in Abramo islamici, e di tutti gli altri fratelli possibili e immaginabili (non nel senso cattolico del termine ma, appunto, in quello massonico), buddisti, induisti, atei, sciamani e seguaci di Pachamama, insomma verso tutti gli abitanti della nostra casa comune, come ama dire il frammassone Bergoglio parlando del creato, porte aperte ventiquattro ore su ventiquattro. Per non parlare dei cosiddetti migranti, i quali hanno diritto a sbarcare dove e come vogliono, nel numero che vogliono, e con la ferma intenzione di non integrarsi, bensì di sottomettere l’Europa cristiana al Corano. Di quanti annegano in mare, dice il signore argentino, Dio ci chiederà conto, anche se non risulta che qualcuno di noi li abbia mai costretti a salire sui barconi e a farsi trasportare dai mercanti di carne umana, peraltro pagando fior di quattrini – quattrini che non si sa da dove saltino fuori, visto che essi ci vengono sempre presentati, specialmente dal clero buonista e misericordioso, come poveretti del tutto indigenti, anzi disperati, in fuga da guerra e fame: come si vede dai loro muscoli possenti e dalle loro catenine d’argento e dai loro telefonini ultima generazione.

Negare il conflitto, quando esso è inevitabile e necessario; negarlo quando l’altra parte è sul piede di guerra e si prepara ad attaccare, equivale ad esporre se stessi e la propria parte ad un pericolo mortale, senza ragione e senza scopo. Da quando, col Concilio Vaticano II, e specialmente con la Gaudium et Spes, si è dato a credere ai cattolici ignari e in buona fede, che tutte le religioni sono ugualmente desiderose di “dialogare” e di interagire pacificamente e costruttivamente le une con le altre, si è consumato con ciò stesso un terribile inganno ai loro danni. Parimenti da quando la classe politica italiana, completamente acquisita al potere massonico e ai progetti dell’élite finanziaria sul Nuovo Ordine Mondiale, ha attuato la politica dei porti aperti e ha invitato masse crescenti di africani, asiatici e latinoamericani a immigrare illegalmente nel nostro Paese, garantendo loro la massima accoglienza dietro il paravento ridicolo della protezione ai profughi, sebbene il 95% di costoro non siano affatto dei profughi, un altro e ancor più grave tradimento è stato consumato ai danni del popolo italiano. I fanatici islamici che sgozzano i preti cattolici sull’altare, che profanano e incendiano le chiese, non solo in Francia e Italia ma in tutta Europa, e gli spietati criminali della mafia nigeriana che oltre a spacciare droga in tutte le città, perpetrano orribili delitti, come quello di uccidere e tagliare a pezzi le loro vittime, talvolta di cibarsene, sono la prova provata del fatto che il confitto esiste e che se una delle due parti rinuncia a difendersi, sedotta da folli ideologie buoniste che le impediscono di vedere il male e di riconoscere la realtà per quel che essa è, la sua fine è solo questione di tempo. Per la stessa ragione, il fatto che la cultura ufficiale, sia laicista che (pseudo) cattolica, abbia messo sugli altari eroine discutibili come Greta Thunberg e Carola Rackete, in nome dell’ambientalismo ebete e dell’immigrazionismo a mano armata, mostra che nella nostra società vi sono tanti elementi tossici, di auto-disprezzo e auto-distruzione, sufficienti ad avvelenarla nel giro di una o due generazioni al massimo. Stranamente, da noi il male non viene riconosciuto quando viene dall’esterno, semmai viene chiamato male la legittima volontà di difendersi e il sacrosanto diritto/dovere di proteggere la propria religione, la propria patria e i propri valori, gravemente minacciati dall’irruzione di milioni e milioni di persone che non li amano, né li condividono, né li rispettano, ma che vorrebbero imporre a noi, in casa nostra, i loro valori, i loro sistemi di vita e la loro fede religiosa. E un segnale certo del nostro accecamento è dato dal fatto che nelle prime file di quanti predicano l’immigrazione selvaggia e l’accoglienza indiscriminata vi sono le femministe e i militanti dei movimenti LGBT: apparentemente ignari, o inconsapevoli, che quando gli islamici saranno abbastanza forti da imporre la loro legge e la loro morale nel nostro Paese, la donna verrà ricacciata in casa, coperta fino ai piedi con lo chador o con il burqa, ad accudire i figli e a partorirne sempre di nuovi, mentre gli omosessuali verranno non solo discriminati (altro che legge Zan-Scalfarotto), ma perseguitati a morte, imprigionati, lapidati o decapitati, come già avviene nei Paesi dominati dalla Shari’a.

Per il cristiano, del resto, l’ultima parola spetta sempre e solo a Gesù Cristo, l’unico modello certo al quale affidarsi interamente. E dunque: Gesù negava ed evitava il conflitto, per principio? Niente affatto. Non lo evitava, né lo negava, allorché diceva ai farisei: Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, serpenti, razza di vipere!; o quando cacciava i profanatori dal tempio, pigliandoli a pedate nel sedere, rovesciando i banchi dei cambiavalute e fustigando costoro con un fascio di corde; né quando diceva: Chi ama suo padre e sua madre più di Me, non è degno di Me. Sono forse le parole di Uno che non ammette il conflitto in nome di una “bontà” astratta che finisce per risolversi in una approvazione del male, e quindi in un male essa stessa? No: sono le parole di Chi sa che la vita è conflitto, e che bisogna battersi per la buona causa. E i Suoi discepoli? Ecco san Pietro a Simon Mago: Va’ in perdizione col tuo denaro; e san Paolo (Ef. 6,11-12): Rivestitevi dell'armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Perché il punto è questo: dietro il male commesso dagli uomini vi è un Male più grande, che viene dal diavolo; così come dietro il bene che compiono vi è il Bene proveniente da Dio. La vita è un conflitto, ed è giusto che sia così. Ma nessuno si esalti per il bene che riesce a fare. Come dice Gesù (Gv 15,5): Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chiaro?

Del 03 Settembre 2020

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Diodoro
Gesù Cristo venne "a casa propria" (e non "nella casa comune dell'Umanità"): Gv 1, 11 "In propria venit, et sui eum non receperunt." "Venne fra i suoi, e i suoi non l'hanno accolto".
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Gesù Cristo venne "a casa propria" (e non "nella casa comune dell'Umanità"): Gv 1, 11 "In propria venit, et sui eum non receperunt." "Venne fra i suoi, e i suoi non l'hanno accolto".
L'Abusivo istallato a casa Sua rispose con rabbia: " Luca11, 21 Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. 22 Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino. 23 Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde."
La questione è questa: se il conflitto sia fra due contendenti di pari livello, di cui uno rimanda l'altro (e saremmo nella Dialettica hegeliana, che porta all'infinito la spirale del Progresso del Mondo ), o se esso sia il divampare plurisecolare, ma comunque avente un inizio e una fine, della violenza di un Arrogante contro Dio: contro il Padre Padrone Autentico, il Figlio Incarnato, lo Spirito Santificatore