Perché sette croci medievali finirono tra i rifiuti della cava? Gli archeologi hanno una spiegazione
Perché sette croci medievali finirono tra gli …Gli archeologi le trovarono quasi per caso in una cava medievale della Norvegia occidentale. Erano state abbandonate tra i rifiuti di lavorazione: oggi raccontano il lavoro degli scalpellini di mille anni fa.
Articolo aggiornato il 6 agosto 2026. Il testo è stato integrato con i più recenti approfondimenti pubblicati da Science Norway, che ripercorrono la scoperta delle sette croci medievali rinvenute nella cava di Hyllestad e anticipano i risultati del nuovo studio dell’archeologa Irene Baug
© Irene Baug / Università di Bergen (University of Bergen)
Che cosa ci fanno sette croci medievali in una discarica?È la domanda che si sono posti gli archeologi quando, scavando nell’antica cava di Hyllestad, sulla costa occidentale della Norvegia, hanno iniziato a veder emergere dalla terra manufatti che nessuno si aspettava di trovare proprio lì. Non in una chiesa. Non in un cimitero. Ma tra gli scarti di lavorazione accumulati dagli scalpellini quasi mille anni fa. La scoperta risale agli scavi del 2008, ma torna oggi al centro dell’attenzione grazie a un nuovo approfondimento dell’archeologa Irene Baug, dell’Università di Bergen, che da anni studia questo straordinario sito medievale.
Il primo ritrovamento avvenne quasi per caso. Baug stava attraversando la cava quando notò una forma insolita affiorare dal terreno. Avvicinandosi, si rese conto che non era una semplice lastra di pietra: era una croce. Continuando gli scavi ne comparvero altre sei, tutte nello stesso deposito di materiale scartato.
La domanda, a quel punto, era inevitabile. Perché erano finite lì? La risposta, probabilmente, è molto meno misteriosa di quanto si possa immaginare. Secondo gli studiosi, quelle croci non furono mai terminate perché la pietra presentava fratture naturali o difetti emersi durante la lavorazione. Alcuni blocchi si ruppero mentre venivano scolpiti, altri mostrarono problemi che li rendevano inutilizzabili. Così gli artigiani fecero ciò che qualunque buon scalpellino avrebbe fatto: li misero da parte e ricominciarono da un nuovo blocco. Paradossalmente è stato proprio questo gesto, apparentemente banale, a conservarle fino ai nostri giorni.
Un cantiere medievale rimasto fermo nel tempo
Normalmente l’archeologia restituisce oggetti finiti: una statua, una colonna, una croce già collocata nel luogo per cui era stata realizzata. Qui è successo l’opposto. Le sette croci raccontano il momento in cui il lavoro si è interrotto. Si vedono ancora le superfici appena sbozzate, i segni degli scalpelli, le fasi della lavorazione rimaste incompiute. È come entrare in un laboratorio medievale e trovare gli artigiani appena usciti.
© Irene Baug / Università di Bergen (University of Bergen)
Le dimensioni erano molto diverse. Alcune croci erano relativamente piccole; altre, invece, dovevano essere monumentali. Il frammento più grande misura oggi circa 1,2 metri, ma gli archeologi stimano che appartenesse a una croce alta fra i due e i tre metri.
© Irene Baug / Università di Bergen (University of Bergen)
Hyllestad non era una cava qualunque. Era uno dei principali centri di lavorazione della pietra della Scandinavia medievale. Gli studiosi hanno censito oltre quattrocento cave, sfruttate dall’età vichinga fino al Medioevo. Da qui partivano migliaia di macine dirette in tutta la Scandinavia e persino verso Hedeby, uno dei grandi empori commerciali del mondo vichingo.
Le croci, invece, erano probabilmente opere realizzate su commissione. Non oggetti prodotti in serie, ma manufatti destinati a chiese, cimiteri o luoghi di particolare importanza. Non a caso quasi la metà delle croci medievali in pietra conservate nella Norvegia occidentale proviene proprio dalle botteghe di Hyllestad.
Didascalia: Un altro dei manufatti rinvenuti a Hyllestad. Gli esemplari incompiuti permettono agli studiosi di ricostruire le tecniche degli scalpellini medievali.
© Irene Baug / Università di Bergen (University of Bergen)
Secondo Irene Baug, il modello di queste opere potrebbe essere arrivato dall’Irlanda e dalle Isole Britanniche, dove la tradizione delle grandi croci in pietra era già ben sviluppata. I contatti tra il mondo nordico e quello insulare erano intensi e non riguardavano soltanto commerci e navigazione, ma anche idee, simboli e tecniche artistiche.
Alla fine, il valore di questa scoperta non sta soltanto nelle sette croci. Sta in ciò che raccontano. Per una volta gli archeologi non osservano il risultato finale, ma il lavoro stesso: gli errori, le fratture della pietra, le decisioni degli artigiani, il momento esatto in cui qualcuno, quasi mille anni fa, decise che quel blocco non sarebbe mai diventato un monumento.