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A Lydia e a quella suonata di Bach - Danilo Quinto - 6 gennaio 2020

Senza Lydia, non avrei potuto fare nulla. Nè scrivere, nè battermi ogni giorno della mia povera vita, considerando che quel giorno può essere l’ultimo giorno. Con lei e grazie a lei ho riscoperto la fede. Sin dal primo momento in cui l’ho conosciuta. Ci siamo incamminati nel percorso della vita tenendoci per mano. Affrontando tutto. Gli odi, le vendette, le invidie, gli assalti del “nemico”, ma anche conoscendo tante persone che ci hanno voluto e ci vogliono bene.

Abbiamo sempre cercato di difendere e coltivare le uniche cose che veramente ci interessano: la nostra dignità di persone e la nostra libertà, nella ricerca costante della Verità: Dio, la Persona-Dogma che si è incarnata nel mondo per salvare le nostre anime e condurle sulla strada del bene. Abbiamo avuto coraggio - ce l'ha donato Dio - rinunciando a tutte le cose terrene.

Siamo stati sempre caritatevoli vicendevolmente, anche discutendo e confrontando le nostre opinioni, a volte diverse, rispettandoci sempre. Ogni volta che Dio ci ha sottoposti ad una prova – e sono state tante – l’abbiamo affrontata abbandonandoci alla Sua volontà. Non siamo dei santi. Siamo persone normali, che hanno sofferto ed hanno voluto testimoniare che in questa vita terrena – così caduca e piena di angosce e di difficoltà – l’unica cosa che conta è abbassare le ginocchia davanti alla Croce di Cristo, rimettere nelle Sue mani i nostri peccati e amare i nostri nemici, come Egli ha fatto e chiede di fare a ciascuno di noi.

Amo Lydia. Le chiedo perdono per tutti i miei errori e le mie manchevolezze e chiedo perdono a Dio di tutte le occasioni in cui non sono stato all’altezza di quell’amore che lei ha sempre avuto per me. La amo per essere stata lo strumento che Dio ha scelto per farmi ri-scoprire la fede, sommersa per troppi anni dalla coltre di quell’ideologia mortifera a cui avevo consegnato la mia anima e la mia identità. La amo per aver nutrito la mia esistenza con la conoscenza di persone sante.

Tra queste, la prima fu don Luigi. Il suo don Luigi. Il vecchione della montagna, pauper et monacus, come firmava le sue lettere. Al secolo, Benedetto De Sario. Entrato nel Monastero a 16 anni, nel 1929, don Luigi fu protagonista della ricostruzione di Montecassino, dopo la distruzione provocata dagli scellerati e criminali bombardamenti degli alleati del 1943.

Verso i primi giorni di luglio del 1944, ottenuto il permesso dell’Abate, tornò da solo da Roma a Montecassino. Raccontava che giunto nel Monastero, gli si presentò uno spettacolo orribile: tutto era distrutto e ridotto in macerie. La stessa tomba di san Benedetto era coperta dalle rovine. Subito don Luigi iniziò da solo, a mani nude, a togliere le macerie. Poi si fece aiutare da un comando italiano e riuscirono a spostare i pilastri della cupola della Basilica che erano rovinati sulla tomba. Fu poi raggiunto da due monaci e con loro celebrò la Santa Messa sulla tomba del santo. La notte, riposava nei locali distrutti che accoglievano le scuole. Di giorno, vigilava e sorvegliava le macerie dagli sciacalli. Prima con l’Abate Diamare e poi con il successore, l’Abate Ildefonso Rea, si dedicò anima e corpo alla rinascita di Montecassino, non tralasciando il suo compito di primo organista della Basilica e di compositore di musica sacra.

Lydia lo conobbe da bambina. Aveva sette anni. Suonava l’organo al Monastero di Santa Scolastica di Cassino durante una funzione pasquale. Insieme a lui, conobbe le suore di quel Monastero, molte delle quali sono ancora in vita. Anche loro hanno accompagnato e seguito la sua vita, come don Luigi, che rivide cinque anni dopo a Montecassino: faceva parte di un coro, che cantava brani di musica sacra e lui accompagnava i cantanti all’organo.

Da quel giorno, divenne il punto di riferimento della sua vita. Andava da sola su a Montecassino, all’insaputa di suo padre e di sua madre. Loro temevano che la sua ricerca di spiritualità potesse sfociare nella decisione di farsi monaca. Lydia ha sempre voluto servire Dio, vivendo tra le persone, cercando di portarle a scoprire dentro loro stessi la bellezza della fede, portandoli al confessionale, amando la sua vocazione d’artista, di cantante d’opera lirica e questo era un altro elemento che la univa al suo monaco, grande organista ed anche grande autore di musica, tanto che le sue composizioni gli meritarono l’invito da parte di Giancarlo Menotti al Festival dei Due Mondi di Spoleto.

Scriveva Atanasio di Alessandria, in Vita di Antonio (67, 5-8): «Antonio non si distingueva dagli altri né per la sua altezza né per l’imponenza del suo aspetto, ma per la disposizione del suo carattere e la purezza dell’anima. Infatti, poiché la sua anima era in pace, anche il suo comportamento esterno era tranquillo: la gioia del cuore rendeva lieto il suo volto e i movimenti del corpo lasciavano percepire e intuire lo stato interiore della sua anima, come sta scritto: ‘Quando il cuore è nella gioia, il volto rifiorisce; ma quando il cuore è nella tristezza, il volto si oscura’ (Pr I5, I3)”. Così Giacobbe comprese che a Labano stava meditando qualche insidia, e disse alle donne: “Il volto di vostro padre non è quello di ieri e dell’altro ieri” (Gen 3I, 5); così Samuele riconobbe David (Sam I6, I2): i suoi occhi infatti infondevano gioia e i suoi denti erano bianchi come latte (Gen 49, I”). E così si poteva riconoscere anche Antonio: non era mai turbato, perché la sua anima era in pace; non era mai scuro in volto, perché la sua anima era piena di gioia».

Anche Don Luigi era un’anima piena di gioia. E’ questa l’essenza della vita monacale. Diceva: «Il Monastero è, prima di tutto, il luogo d’incontro con Dio. Nel Monastero, il Signore è al centro di tutto e di tutti in ogni attimo di vita. Infatti, all’aspirante che bussa alla porta per entrare nella comunità, si chiede se ‘cerca veramente Dio’. San Benedetto, più profondamente, dice che questo non avviene se Dio non ci avesse cercati per primo, attraverso il Suo amore gratuito. Quindi, l’atteggiamento del monaco è quello dell’ascolto: la Santa Regola inizia ‘Ascolta, o Figlio…’ e questo richiamo riecheggia in altre forme in tutta la Santa Regola».

Don Luigi si cibava della Parola di Dio, come vuole la regola monastica, che poi ruminava e assimilava interiormente, facendo germogliare la preghiera-colloquio con Dio fino alla vetta più alta della contemplazione. In questo senso, egli era accanto a Dio, in perenne ascolto della Lectio Divina, dell’Opus Dei, che hanno il loro culmine nel Mistero eucaristico. La lunga familiarità acquisita con il pensiero di Dio, forniva a don Luigi la chiave nuova di lettura di tutta la realtà.

Sembrava che Don Luigi leggesse le cose del mondo meglio di chi vive nel mondo. Questo è un dono grandissimo di Dio. La ‘profezia’, quando è autentica, fa evitare da una parte l’eccessiva sacralizzazione, cioè l’incapacità di rispettare la legittima autonomia del mondo creato; dall’altra, preserva dall’erroneo dualismo che contrappone il Sacro e il profano, il Cielo e la terra, la Chiesa e il mondo. Non è senza significato, del resto, il fatto, universalmente riconosciuto, che la cultura benedettina ha stimato, coltivato, salvaguardato i beni di questa terra, dall’economia al lavoro, dalle arti alla cultura, antica e nuova. Gli incontri con don Luigi generavano una pace interiore che facevano pregustare come sarà la Bellezza del Paradiso, dove non ci sarà più bisogno delle due dimensioni dello spazio e del tempo, non ci saranno più questa Terra e questo Cielo, ma ci saranno Nuove Terre e Nuovi Cieli.

Spesso parlavamo con don Luigi della morte e lui ci ricordava queste parole di Giovanni Crisostomo (Omelie su Timoteo I4, 5): «Tra i monaci non si sentono mai né grida né gemiti strazianti: la loro casa non è contaminata da queste cose sgradevoli, né turbata da tali rumori. Anche tra di loro, certo, si muore, poiché il loro corpo non è immortale; ma essi non considerano la morte come una morte. Accompagnano chi è morto alla tomba cantando inni, e chiamano quest’atto “processione” e non “funerale”. E quando viene annunciato che il tale è morto, è grande gioia e grande letizia, o meglio nessuno osa dire che quel tale è morto, ma che è giunto a perfezione. Poi seguono ringraziamenti, lunghe preghiere di lode e manifestazioni di gioia, e ciascuno si augura di avere una tal fine e di terminare così la lotta di questa vita, di riposare dalle fatiche e dai tormenti, e di vedere Cristo. E quando qualcuno si ammala, non ci sono né lacrime, né lamenti, ma di nuovo preghiere: spesso a guarire un malato non sono state le mani dei medici, ma soltanto la fede. E se anche c’è bisogno dei medici, è grande anche in questo caso la loro sapienza e la loro moderazione. Qui non c’è né moglie che si sciolga i capelli, né bambini che si lamentino di essere orfani ancor prima di esserlo, né servi che preghino chi sta esalando l’ultimo respiro di metterli al sicuro affidandoli a qualcuno, ma l’anima, libera da tutto ciò, pensa a una cosa sola nell’ultimo respiro: a come può andarsene in modo da piacere a Dio».

La prima volta, Don Luigi mi accolse all’ingresso del Monastero di Montecassino come se mi conoscesse da sempre. Mi descrisse le meraviglie di quel luogo sacro, che era stato nel passato anche luogo di studio per generazioni di giovani.
«Con il tempo, è stato distrutto tutto. Sono rimasti solo i negozi, dove si vendono i souvenir», disse don Luigi, che dopo aver accompagnato me e Lydia nell’area pagana dove furono gettate le prime fondamenta del Monastero, ci fece strada, appoggiandosi al suo bastone, nella Basilica, dove incominciò a fare i suoi indovinelli su questa o quella pietra di alabastro. Gli piaceva scherzare così. Poi si diresse verso l’organo. Cominciò a suonare una fuga di Bach. Lydia ed io ci tenevamo la mano. L’Abbazia era vuota, in quelle prime ore di un pomeriggio di settembre.

Caro Amico Monaco, Dio ti chiamò tanti anni fa in nome di un amore grande e infinito che ti ha fatto figlio Suo, al servizio totale della Chiesa. Essa è piena di contraddizioni e ingiustizie, che Dio stesso permette, in nome di una didattica di cui godremo i frutti e che quindi comprenderemo solo dopo la morte. Quello di cui si può essere certi è che ogni tua lacrima che in vita hai versato per il tuo Monastero, la Madre di Dio l’ha raccolta e l’ha porta a Suo Figlio, ponendola ai Suoi divini piedi.

Così, il tuo dolore si è unito al patimento del Golgota. Allora, il Monte del Cranio e il Monte Casinum, in un abbraccio, si fondono; il tuo e il Suo dolore si avvinghiano in una stretta di Redenzione universale: questa è la Gloria di Dio, di cui tu fai parte! Tu hai amato la volontà dell’Altissimo in ogni avvenimento della tua storia umana: questo è il tuo esempio vivo e il tempo non potrà cancellarlo. Ti vogliamo tanto bene. Sei sempre nei nostri cuori e nelle nostre preghiere.

Don Luigi raggiunse Nostro Signore il 4 febbraio del 2011, all’età di 98 anni. Quando ne avemmo notizia, Lydia ed io non piangemmo. Non potevamo. Egli vive nella nostre vite. Le ultime parole che ci rivolse, furono queste: «Combattete sempre». Noi abbiamo continuato a combattere.

Danilo Quinto

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Grazie Danilo per la tua testimonianza di grande fede. Grazie
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Gaetano2 likes this.
grazie per questo articolo, signor Danilo Quinto, mi ha riscaldato il cuore

SLGC
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Il Signore vi ricolmi sempre delle Sue grazie e benedizioni!
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