Fatima.
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«Già era stato detto sino dai tempi antichi: “Se Dio dà pace, chi potrà condannare?”(Gb 34,29).

Quaderni del 1944

May 06, 2022
Dal capo 34° di Giobbe, v. 29.
Dice Gesù:
«Già era stato detto sino dai tempi antichi: “Se Dio dà pace, chi potrà condannare?”(Gb 34,29).
Eppure quei dottori che sempre mi accusavano, e che sapevano alla perfezione le parole del Libro, giudicavano in modo diverso. Perché? Perché sapevano alla lettera, ma non comprendevano lo spirito della lettera. Simili in tutto ai dottori di ora, i quali giudicano e condannano con appigli ridicoli e crudeli i miei prediletti e Me con loro.
Anche per Zaccheo hanno usato condanna. Dio aveva dato pace al suo servo pentito che tornava alla casa del Padre, più che del Padrone. Essi condannano Lui e il suo servo perché, secondo loro, non era sufficiente la forma del pentimento di Zaccheo. È naturale! Non aveva quelle ipocrite forme, tutte esterne, che essi, farisei e scribi, amavano; forme usate per ingannare il mondo su una pretesa santità che era unicamente finzione, perché l’interno era e restava appestato dai loro vizi. Era un pentimento vero, del suo cuore.
Io ho detto (Mt 15,10-11; Mc 7,14-15): “È dal cuore che escono le cose che contaminano l’uomo”. Ma vi escono anche le cose che lo santificano. Da questo tabernacolo che contiene come in pisside aurea lo spirito vostro, in cui per una spirituale transustanziazione si incarna e risiede Dio, escono i buoni pensieri, le rette intenzioni, le ferme volontà d’esser santi, gli eroismi che vi dànno il Cielo, i pentimenti sinceri che cancellano anche il ricordo delle vostre colpe dalla mente di Dio e vi portano a Lui, e Lui a voi, per il suo bacio di Padre.
Anche per i miei prediletti il mondo farisaico, sempre esistente e operante, giudica e condanna. Costui è una “voce”? Non può essere. Che ha fatto per meritarlo?
Nulla e tutto, rispondo. Nulla se si considera la sua miseria rispetto alla potenza di Dio e alla sua perfezione. Tutto se si considera la sua generosità che è tutta donata a Dio, e a Dio solo, operante sotto l’umiltà di una vita comune, amante sino a consumare le forze fisiche, ubbidiente nelle grandi e nelle piccole cose, sin nelle inezie che Io chiedo per tenerlo sempre docile al mio desiderio e provarlo continuamente nella sua mansuetudine. Credete che solo chi ama “con tutto se stesso” può dare con un sorriso, al Dio che glielo chiede, il vivere come il frutto che porta alle labbra, il sacrificio di un genitore o di altro affetto santo come la parola che gli dico di tacere, la casa e il pane come il riposo che gli dico di annullare in ore di stanchezza profonda per continuare a servire Me.
Se Io gli do pace, chi potrà condannare? Cosa condannare? Quello che Dio giudica meritevole di benedizioni e carezze ora, di beatitudine poi? Condannare il bene che fa a sé e agli altri? Imitatelo e non condannatelo, e vergognatevi, o servi disutili, o satana blasfemi, di non sapere più servire il Signore Iddio vostro, di non sapere più ricevere, comprendere e dire le parole dello Spirito eterno, di non sapere più farvi pane per le anime dei vostri simili, ma gelo, ma veleno, ma catena.
Condannare cosa? Il modo come parla o scrive? Oh! osservate, o angelici spiriti, o beati possessori del Paradiso, i piccoli uomini, dall’animo con l’ali spezzate o mancanti, che non potendo più alzarsi in volo giudicano che altri non lo possa fare! Osservate le talpe cieche che non potendo vedere il sole negano che esso sia e che altri lo veda! Osservate i corvi senza canto che non potendo ripetere le armonie che altri hanno appreso dai Cieli negano che sia la voce!
Là dove non bastano l’ali del piccolo uccello innamorato di Dio, accorrono le ali angeliche e lo sollevano a quell’altezza che Io voglio. Io, Io stesso, Aquila d’amore, piombo e lo rapisco in alto, sino al mio Paradiso, e gli mostro questa bellezza che voi quasi non sapete più immaginare, parendovi fola, e nascondete la vostra incapacità sotto una valanga di parole il cui costrutto è questo: “Il Paradiso non ha descrizione perché è Pensiero”.
È pensiero? È realtà. Parla, tu, mio piccolo uccello che vi sei salito (10 gennaio, 6 marzo e 25 aprile) fra le ali dell’Aquila che t’ama e di’ se il Paradiso sia solo pensiero o realtà spirituale, realtà di luce, canto, gioia, bellezza. Di’ a questi che hanno l’ali trascinanti nella mota perché la loro inerzia le ha spezzate e ridotte membra morte cosa meriti il Paradiso e come il dolore, la povertà, la malattia siano da salutarsi con un sorriso pensando a questo Luogo dove li attende la Gioia senza fine.
Il Sole che voi a malapena vedete dietro cortine spesse di nebbie, date dalle vostre sensualità di carne e di pensiero, dai vostri razionalismi che hanno sbriciolato in voi la capacità di credere con la semplicità dei pargoli e la fermezza dei martiri, il Sole che voi non potete più contemplare perché non riuscite più a sollevare il capo dal giogo pesante della vostra umanità che soverchia in voi lo spirito mentre i miei benedetti, spogli di ogni umana costrizione, stanno col capo dell’animo sempre alzato ad adorare MeSole vi è, e spande oceani di luce e fuoco per investire di calore e rivestire di splendore questi miei amici per i quali ho pronto un trono eterno. Vi è, ed è già loro, perché splende sul loro capo come volto di padre sulla culla del suo bambino, e cosa più dolce non vi è di questa amorosa, gelosa tutela d’amore che non li lascia un minuto.
Voi che non sapete più cantare le vostre armonie a Dio, non sapete neppur più dirgli che lo amate, non con la bocca ma col cuore ed è questa l’armonia che Dio vuole udire dall’uomo - non negate che questi miei amatori possano ripetere armonie soprannaturali, apprese da Me e dai miei santi. I miei amatori hanno reso duttile la loro spirituale ugola gorgheggiando 6 senza stancarsi, né per passar di tempo, né per contrarietà di vita, il loro inno d’amore, e di tutte le cose si fanno spunto per dirmi: “T’amo”. Hanno così potuto esser capaci di imparare a ridire i canti dei Cieli.
Oh! benediteli questi che vi scoprono punti e luci, che vi riportano luci e parole che la vostra miseria non conosce, costoro che con una totale schiavitù d’amore stanno confitti su un patibolo che come il mio ha la base fissata nel fango terrestre e il vertice nell’azzurro del cielo, ponti per cui voi potete salire voi che non sapete che strisciare salire a conoscere come sia bello l’azzurro e innamorarvene e aver desiderio di imitarli.
Perché volete negare, perché volete dire a Dio: “Non ti è lecito fare ciò”? L’apostolicità della Chiesa non è finita con gli Apostoli. Continua con gli apostoli minori. Ogni santo ne è uno, ogni “voce” ne è uno. Ed Io, Capo della Chiesa apostolica, posso dovunque scegliere e spargere questi miei piccoli apostoli per il bene vostro.
Sono umili rispetto a voi dotti? E che erano i primi dodici? Pescatori, analfabeti, ignoranti. Ma ho preso loro e non i dotti rabbini perché costoro, perché consci di esser nulla, erano capaci di accettare la Parola mentre i rabbini, saturi d’orgoglio, non avevano capacità di farlo. L’umiltà è quella che Io cerco, e se costoro, pur rimanendo amorosi, puri e generosi, divenissero superbi, li abbandonerei senza fallo.
Due sono le cose che assolutamente richiedo in loro: amore e fedeltà alla Verità e non solo alla VeritàDio, ma anche alla Veritàvirtù e umiltà sincera. Ma più ancora sono inesorabile per questa. La superbia, segno di Satana, primo segno di Satana, mi allontana con disgusto.
Perciò pensate che se Io do loro la mia pace nessuno di voi può condannarli. Essi sono al disopra delle vostre condanne. Fra le mie braccia amano e ascoltano i segreti di Dio e poi ve li offrono secondo che Dio vuole, per gettarvi una collana di perle paradisiache che vi sia guida e scala al Cielo.
Ti do la mia pace, mia “voce”. Riposati in essa come un bambino sul seno del padre suo.»

Maria Valtorta - Quaderni - 20 luglio 1944 ed. Cev