IL VANGELO DI KELLS

Il Vangelo di Kells, un gioiello del medioevo celtico. E' un’opera miniata straordinaria, dall’inestimabile valore economico e "spirituale" realizzata da un "autore ignoto" pare, verso l’800 dopo Cristo e che si trova a Dublino.

di

Francesco Lamendola

Si stima che ogni anno un quarto di milione di persone si rechino a visitare la biblioteca del Trinity College, a Dublino, situata in una vasta stanza lunga oltre sessanta metri e contenente qualcosa come centomila volumi, per vedere soprattutto un libro, il cosiddetto Vangelo di Kells, un’opera miniata straordinaria, dall’inestimabile valore economico e soprattutto spirituale. Realizzata, pare, verso l’800 dopo Cristo (sebbene ciò sia tutt’altro che pacifico e abbia dato luogo a infinite discussioni, poiché la datazione tradizionale la colloca ai tempi di san Colomba, l’evangelizzatore dell’Irlanda, alla fine del sesto secolo), da milleduecento anni quest’opera meravigliosa sfida il tempo e le avversità di ogni genere e testimonia l’epoca lontana in cui, nell’alto medioevo, un pugno di monaci insediati sull’isola di Iona, nelle Ebridi Interne, si lanciava ad evangelizzare le terre dell’estremo nord-ovest dell’Europa, particolarmente la Scozia, là dove le aquile di Roma non erano mai arrivate e la civiltà greco-romana aveva dovuto arrestarsi all’altezza del Vallo di Adriano e poi di quello di Antonino Pio.

In quei secoli oscuri, quando le province che avevano fatto parte dell’Impero di Roma erano sommerse dalle invasioni barbariche, e la stessa Roma toccava il punto più basso della sua storia, con la popolazione decimata dalle malattie e l’erbaccia che cresceva nei fori ove si portavano al pascolo le vacche, i monaci di san Colomba organizzavano uno dei più vivi focolai del cristianesimo e si spargevano in ogni direzione, anche la più remota e rischiosa (come nel caso dei viaggi di San Brandano, che condussero quei monaci avventurosi attraverso l’Atlantico, fino all’Islanda e, forse, al Nord America), portando la croce di Cristo nei luoghi più inospitali e selezionando un clero intrepido, capace di affrontare sacrifici inimmaginabili e pericoli senza fine, con una determinazione a tutta prova.

Il Vangelo di Kells, così chiamato dal nome dell’antico convento irlandese nel quale fu custodito per alcuni secoli, è un’opera che sconvolge tutti i parametri di giudizio dell’uomo moderno: non solo artistici, ma culturali ed economici. Chi lo ha realizzato e soprattutto chi ne ha miniato le pagine con pazienza certosina, di certo non pensava come noi e non aveva la nostra concezione di ciò che è essenziale e di ciò che, nella vita, è invece secondario. Perciò ammirare il suo sfarzo decorativo e riflettere alle vicende storiche che ne furono il contesto rappresenta una vera e propria sfida, specie per il cristiano dei nostri giorni.

Così lo descrive George Pollock (Il Vangelo miniato di Kells (su Selezione dal Reader’s Digest, gennaio 1974, pp. 30-35):

Il conservatore dei manoscritti alla biblioteca del Trinity College, William O’Sullivan, chiese una volta a un artigiano quanto tempo ci sarebbe voluto per copiare un tratto del bordo miniato di una pagina che occupava uno spazio di poco superiore ai sei centimetri quadrati: 15 giorni, preventivò l’artigiano. O’Sullivan ritiene che uno degli artisti maggiori potrebbe avere impiegato 30 anni per compiere la sua parte di lavoro sul libro quasi tutta la sua vita lavorativa.

L’artista, che una studiosa dell’arte francese, Françoise Henry, ha chiamato “l’Illustratore”, forse morì prima di avere compiuto la sua opera perle scene della vita di Gesù: la Madonna col Bambino, la Tentazione, l’Arresto. Intorno alle parole di San Matteo, «allora furono crocifissi con lui due ladroni», tre gruppi di figure “picassiane” guardano impietrite, gli occhi sbarrati, la pagina a fianco che è bianca. Non c’è alcuna scena della crocifissione ad opera dell’”Illustratore”.

Nell’806 i Vichinghi invasero Iona e trucidarono 68 monaci nella Baia dei Martiri. I superstiti portarono il manoscritto in Irlanda dove trovarono rifugio a Kells, nella contea di Meath, e ripresero il loro lavoro. È possibile che “l’Illustratore” fosse tra i martiri trucidati.

Il superbo artista, che Françoise Henry identificò come l’”Orafo”, crea opere che si direbbero foggiate cin metalli preziosi. Ritenuto molto miope, riesce a fare un pregio di questo suo difetto creando mondi in miniatura così complessi d trascendere le facoltà di qualsiasi persona dalla vista normale.

Il capolavoro dell’”Orafo” è la pagina dedicata alla “Nascita di Gesù nel Vangelo secondo Matteo, 1,18, nella quale combina il monogramma greco del nome di Cristo con quasi tutti i disegni propri dell’arte celtica, ottenendo risultati eccezionali.

Gli storici dell’arte sono concordi nel dire che è forse l’esemplare grafico più elaborato che sia mai stato eseguito: insuperato, come arte decorativa, da ogni altro libro manoscritto.

In questa pagina dalle decorazioni quanto mai astratte c’è un delizioso poscritto. In calce al disegno, un altro monaco ha aggiunto una piccola scena, tratta forse dalla vita quotidiana del monastero, in cui dei gatti osservano due topolini che rosicchiano il pane sacro nel santuario.

L’attenzione che questo artista dedica ad ogni creatura vivente – cani, gatti, galline, pesci, lontre, cavalli – rende le pagine del testo estremamente moderne: i suoi tritoni, ad esempio, sembrano usciti da un film di Walt Disney. In una illustrazione allegri omini fanno la lotta, si prendono per i capelli, tirano fiori la lingua, mentre uno mette un piede sotto il naso di un altro,

L’atmosfera di spensieratezza rispecchiata da queste illustrazioni fa pensare che a Kells i monaci avessero finalmente trovato la pace: ma quella pace non durò a lungo. Nell’899 il monastero fu saccheggiato e per oltre 100 anni Kells venne a trovarsi sotto una minaccia quasi continua: danesi e irlandesi della provincia di Leinster saccheggiavano, razziavano, depredavano, distruggevano tutto.

Il libro di Kells fu miracolosamente preservato fino al 1066, quando, informano gli annali dell’Ulster, «la maggior reliquia del mondo occidentale fu perfidamente trafugata durante la notte». Per fortuna, ai ladri interessava solo la copertina d’oro incrostata di gemme: il resto del libro fu sotterrato in una palude e passarono quasi tre mesi prima che venisse ricuperato. Alcuni fogli frattanto si erano rovinati, ma per la maggior parte risultarono intatti.

Con la scomparsa del monastero di Kells, nel XII secolo, il libro restò affidato al vescovo di Meath. Rimase nella chiesa parrocchiale di Kells per 500 anni, venerato come «il grande libro dei Vangeli di San Colomba». Infine Henry Jones, capo dei servizi segreti dell’epoca di Cromwell, che divenne vescovo di Meath nel 1661, provvide alla futura sicurezza del più prezioso tesoro d’Irlanda, facendone dono alla biblioteca del Trinty College di Dublino.


Trent’anni di lavoro per miniare un singolo libro: evidentemente, chi ha dedicato la sua vita a comporre una simile opera, senza nemmeno preoccuparsi di firmarla, doveva avere un’altra concezione del tempo rispetto alla nostra, un’altra concezione della vita e un’altra concezione di ciò che è dovuto alla gloria e all’onore di Dio. Per fare un confronto, Giotto impiegò meno di due anni per affrescare la Cappella degli Scrovegni a Padova; Dante compose la Divina Commedia in una quindicina d’anni; trentadue anni ci vollero a Simone da Orsenigo per innalzare il Duomo di Milano (1386-1418). Forse l’ignoto miniaturista che abbellì con tanta pazienza e inventiva le pagine del Vangelo di Kells non vide neppure il termine della propria fatica; forse fu ucciso, insieme agli altri monaci, nel corso di un’incursione piratesca dei terribili Vichinghi; oppure sopravvisse e si trasferì dalle Ebridi a Kells, in Irlanda, per riprendere imperturbabile la sua quotidiana fatica, profondendo nel lavoro i tesori della sua sensibilità estetica. Quale artista contemporaneo sarebbe capace di una simile umiltà, di una tale abnegazione? I moderni ci tengono a firmare qualunque “opera” esca dalle loro mai, anche la “merda d’artista” di Piero Manzoni; e quanto al tempo, non ne hanno certo da perdere, ed è già tanto se dedicano a una singola composizione qualche giorno o al massimo qualche settimana. L’ignoto autore del Vangelo di Kells ha anche mostrato una straordinaria capacità di fondere il nuovo e l’antico: ha raffigurato le scene della vita di Cristo nel consueto stile dell’iconografia cristiana tradizionale, ma ha arricchito le parole iniziali dei capitoli con una stupefacente profusione di disegni geometrici e di natura astratta, tipici dell’arte celtica e talmente piccoli che per apprezzarli in tutta la loro complessità bisogna aguzzare la vista o magari servirsi di una lente d’ingrandimento. Se si confronta questa felice sapienza stilistica con i goffi e penosi tentativi di certi artisti contemporanei, come il gesuita Ivan Rupnik, di far rivivere lo spirito dello stile sacro medievale, si resta impressionati dall’enorme divario esistente (vedi ad es. il nostro articolo Ma è proprio questo il volto del nostro Redentore?, pubblicato suo sito dell’Accademia Nuova Italia l’08/12/2017).

Veniamo al capitolo costi. Realizzare un’opera come il Vangelo di Kells non richiede solamente dei tempi molto lunghi e il lavoro assiduo dei miniaturisti, monaci che avrebbero potuto impiegare altrimenti il loro tempo, ma anche dei costi vivi non indifferenti. È stato calcolato che, per realizzare il grosso volume (che nel 1953 è stato suddiviso e rilegato in quattro volumi distinti, uno per ciascun Vangelo, per meglio conservarlo contro le ingiurie del tempo) sono stati uccisi 150 agnelli, dai quali venne estratta la pergamena per fabbricare le singole pagine levigate. E se i colori delle miniature sono stati ottenuti con pigmento di sostanze vegetali o minerali facilmente reperibili in natura, la copertina, realizzata in oro e pietre preziose, doveva valere una fortuna, tanto è vero che i ladri che rubarono il volume nel 1066 erano interessati ad essa e ad essa soltanto, disdegnando l’interno del volume. E qui ci sembra già di udire il gracidio insistente dei soliti preti ultraprogressisti e dei soliti teologi ecumenisti, misericordiosi ed inclusivi: «Eh, quante opere di carità si sarebbero potute fare con quel denaro! Quante famiglie povere, quanti bisognosi e senzatetto si sarebbero potuti assistere, invece di sprecare a quel modo una vera fortuna!». Come se a questo tipo di obiezioni non avesse già risposto Gesù in persona, allorché, udendo alcuni che criticavano il gesto della donna che gli ungeva i capelli con del nardo prezioso, sostenendo che si sarebbero potuti ricavare trecento denari dalla sua vendita e quel denaro ai poveri, rispose loro (Marco, 14,6-7): Lasciatela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un'opera buona; i poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avete sempre. E così dovette ragionare anche l’ignoto artista di Kells, il quale, d’accordo con l’abate del convento, ritenne giusto dedicare alla gloria di Dio l’offerta più preziosa, anche in termini economici, sebbene quei frati non dovessero certo sguazzare nel lusso e fossero anzi abituati ad un regime di vita assai duro, quasi ascetico. Né si scandalizzarono i laici, per quanto povero fosse il loro modo di vivere: essi capivano il senso di un tale lavoro.

Succede che noi oggi siamo portati a interpretare opere come il Vangelo di Kells con la nostra sensibilità moderna e con il nostro senso delle priorità, che non coincide affatto con quello degli uomini del IX secolo. Così, ad esempio, affermare che l’attenzione che questo artista dedica ad ogni creatura vivente – cani, gatti, galline, pesci, lontre, cavalli – rende le pagine del testo estremamente moderne, significa stravolgere il senso di quelle miniature e arruolare forzatamente l’ignoto autore di esse in un universo concettuale, il nostro, che solo superficialmente può presentare qualche punto di contatto con il suo. Dire che i suoi tritoni sembrano usciti da un film di Walt Disney significa voler cercare ad ogni costo una lettura in chiave moderna di un’opera che è invece figlia, in tutto e per tutto, della mentalità medievale, e cioè commettere come minimo un peccato di anacronismo. E chissà se gli allegri omini che fanno la lotta, e che si mettono il piede l’uno sotto il naso dell’altro, rappresentano proprio ciò che George Pollock crede di scorgervi, ossia una scenetta di genere quasi umoristica, pervasa da un senso di spensieratezza. Davvero era questa l’intenzione dell’Orafo, come lo chiama Françoise Henry: trasmettere a chi lo sfogliava un senso di spensieratezza? Teniamo presente che l’uso di quel libro era in tutto e per tutto liturgico: serviva per l’ufficio delle sacre funzioni e, quando non era utilizzato nel corso di esse, stava lì, aperto, per essere ammirato dai fedeli e stimolare il loro senso di devozione, la loro intelligenza della storia sacra e specialmente del mistero dell’Incarnazione, Passione, Morte e Resurrezione del Nostro Signore. Altro che spensieratezza! E quanto alla scena tratta forse dalla vita quotidiana del monastero, in cui dei gatti osservano due topolini che rosicchiano il pane sacro nel santuario, sorge inevitabile la domanda: ma chi ha scritto questa frase, si rende conto della sua portata? Se, infatti, quel “pane sacro” è solo il pane destinato a formare le Ostie, non c’è nulla di strano; ma se è già stato consacrato (sennò come sarebbe “sacro”?), allora bisogna pensare che il miniaturista abbia inserito volutamente un elemento sacrilego nel Vangelo da lui illustrato. Ma suvvia, vi pare possibile?

Vedi anche:

Ma è proprio questo il volto del nostro Redentore? - RUPNIK E QUESTIONE ARTE SACRA

Del 17 Gennaio 2022
gumanita
Ho avuto la fortuna di visitare il trinity college e guardare la teca dove è custodito il manoscritto, un librone grande, antico e prezioso
N.S.dellaGuardia
La vera arte è soprannaturale, incommensurabile.
Bellissimo!