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I misteri di Padre Pio: «Che sia Gesù venuto di nuovo su questa terra sotto la veste di frate?»

«Che sia Gesù venuto di nuovo su questa terra sotto la veste di frate?»

E' quanto si domandava esterrefatta Cleonice Morcaldi, una delle più intime confidenti e figlie spirituali di Padre Pio da Pietrelcina dopo il primo incontro con il frate del Gargano.

Tale era lo stupore nel vedere e nel parlare con lui di tutti coloro che lo accostavano. La domanda della Morcaldi riassume bene lo stato interiore e la sorpresa delle centinaia di migliaia di persone che hanno potuto accostare il Padre lungo l'arco della sua vita, senza considerare quelle che l'hanno potuto incontrare per "vie mistiche" (sogni, visioni, bilocazioni, ecc.).

La domanda della Morcaldi ha anche il merito di riassumere la questione fondamentale inerente alla persona, al mistero, alla vocazione di Padre Pio: era davvero un “alter Christus Crucifixus” e da questo fatto fondamentale si comprende tutto il resto: prodigi, miracoli, profezie, ecc.

Un altro Gesù, riedizione attuale del Nazzareno, mandato sulla terra da Dio per salvare l’umanità camminante pericolosamente sull’orlo dell’abisso proprio in quel secolo che, di tutti, è certamente il peggiore e più disastroso. Chi ha visto padre Pio, in pratica ha visto Cristo redivivo e ha sperimentato la potenza vivificante dell’opera redentrice e salvatrice di Cristo Morto e Risorto.

In poche splendide pagine Antonio Socci coglie padre Pio nella dimensione di
segno eclatante ed eloquente della verità della divinità di Cristo, della sua persona, della sua onnipotenza, della sua bontà che arriva fino al sacrificio di se ripresentato oggi.

Nelle piaghe di Padre Pio l’uomo del XX secolo ha rivisto quelle di Cristo e, nel sangue di Padre Pio, è stato lavato "come" da quello di Cristo

Offro alla vostra lettura meditata le splendide riflessioni del saggista toscano nel suo best-seller Il Segreto di Padre Pio, Rizzoli 2007.


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Certo noi oggi non siamo nella Giudea dell’anno 30, quando era possibile incontrare Gesù ed essere sanati dalla sua mano e vederlo prendere su di sé le nostre sofferenze. Ma non e diverso da allora. C’è chi protesta oggi di non aver visto accadere tutte queste cose lontane nel tempo. In effetti — dice sant'Agostino — «la nascita dalia Vergine, i miracoli, la passione, la resurrezione, l'ascensione di Cristo e tutte le cose divine da Lui dette e fatte, tutto questo voi non l’avete visto, perché vi rifiutate di crederlo. Guardate dunque, volgetevi, pensate a ciò che vedete e che non vi è narrato come fatto del passato, ma vi è mostrato come realtà del presente (...). Tutte quelle cose che riguardo a Cristo sono stare già fatte e sono passate, non le avete viste, ma non potete negare di vedere queste che sono presenti nella sua Chiesa».

Infatti «anche oggi comunque accadono miracoli nel suo nome». Il grande santo, padre della Chiesa, afferma in una sua omelia: «Nelle nostre mani abbiamo le Sacre Scritture, nei nostri occhi i fatti». Abbiamo la testimonianza delle Sacre Scritture che descrivono la Passione del Signore e le sue piaghe, grazie alle quali noi siamo stati sanati, ma — per la nostra incredulità, che somiglia a quella di Tommaso — possiamo ancora oggi vedere e mettere le nostre dita in quelle piaghe dei chiodi e della lancia. Per la misericordia di Dio non ci è stato dato, nel seno della Chiesa, di poter vedere un segno come padre Pio? Non è stato dato a milioni di persone di sperimentare — attraverso le sue piaghe, che erano il rinnovarsi della piaghe di Gesù — la grazia della guarigione del corpo e dell'anima?

Sant'Agostino si rivolge a te che non hai visto il Signore risorto e che non hai toccato come Tommaso le sue piaghe e dice: "Audi verba, cerne facta". Ovvero: «Ascolta le parole» (cioè la testimonianza dei suoi, nella tradizione della Chiesa che testimonia quella resurrezione) e «guarda con intelligenza i fatti».

Noi infatti siamo nella stessa situazione degli apostoli e di Tommaso che poté mettere le dita in quelle ferite: anche a noi sono state date le prove visibili e tangibili e anche a noi è chiesta la stessa loro fede verso ciò che ancora non si vede. Perché «apostoli videbant caput, sed futuram Ecclesiam non videbant» (gli apostoli vedevano il capo, ma non vedevano il Corpo mistico, la Chiesa futura), «aliud videbant, aliud credebant» (una cosa la vedevano, un'altra la credevano), «Caput videbant, de corpore credebant» (hanno visto il capo, Gesù Cristo, e hanno creduto alla promessa che la Chiesa si sarebbe diffusa nel mondo e sarebbe stata il suo corpo mistico); «nos videmus corpus, de capite credamus» (noi vediamo il corpo e crediamo al capo). Cioè riassume Giacomo Tantardini: «Noi vediamo la Sua Chiesa, vediamo quello che Lui vivo opera oggi nei suoi. Per questo possiamo credere anche noi nel Capo».

E certamente aver potuto vedere e toccare oggi — dopo duemila anni — quelle piaghe che ci risanano, nella carne di un uomo di Dio, nella carne visibile della Chiesa, è il segno più clamoroso che il capo, Gesù, che attraverso quelle piaghe ci sanò, è vivo e operante oggi.

Ecco la sua risposta divina all’incredulità del nostro tempo: mettete le vostre dita nelle ferite (...). Quelle piaghe infatti nel Vangelo vengono presentate come la prova suprema della resurrezione e della divinità di Gesù. Per questo san Bernardo esclama: «Fortunate le ferite che confermano la fede nella resurrezione e nella divinità di Cristo» (...).

Gesù Cristo non abbandona nessuno di coloro per i quali ha dato se stesso. Non è morto e risorto duemila anni fa lasciandoci poi nella sofferenza di prima. Ma di nuovo irrompe nella storia, in modo prodigioso (il Vangelo sottolinea che il Risorto entra misteriosamente nonostante il cenacolo fosse una «stanza chiusa»). Oggi irrompe altrettanto prodigiosamente nella carne di un uomo tutto suo come padre Pio e mostra le sue piaghe — proprio come allora — e attraverso di esse ancora ai nostri giorni guarisce, consola, salva.

Perché noi tutti sentiamo — come ha detto Benedetto XVI — che «solo un Dio che d ama fino a prendere su di sé le nostre ferite e il nostro dolore, soprattutto quello innocente, è degno di fede» (discorso di Pasqua 8 aprile 2008).

È questa «sostituzione vicaria» che sconvolge, il fatto cioè che una persona possa volontariamente espiare le colpe di molti e prendere su di Sè le loro sofferenze per guarirli. Gesù stesso aveva indicato la «guarigione» degli uomini come segno della sua messianicità. E la missione (e il potere) che affida ai Dodici è quella di «esorcizzare» (cioè distruggere l'origine dei Male) e «guarire ogni sorta di malattie e d’infermità» (Mt 10, 1). Al punto che il cristianesimo è stato definito una «religione terapeutica» ovvero — ha scritto Joseph Ratzinger «una religione del guarire».

Dice profeticamente Isaia che Egli è da noi «disprezzato, eppure lui si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori», «percosso» e «umiliato», «Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità, il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di Lui: per le sue piaghe noi siamo stari guariti» (ls 53,4-5).

Sebbene «di tutto ciò non riusciamo a capacitarci» siamo profondamente attratti da Qualcuno che paga per noi e si prende nella sua carne le nostre sofferenze. È questo che avvince e conquista (sulla croce infatti Cristo è Re). Per questo Gesù profetizzò: «Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me» (Gv 12.32).
Sandrolanteri
Veramente dobbiamo prendere esempio da p pio dobbiamo capire che se segui GESÙ DEVI PORTARE ANCHE TU LA TUA CROCE FINCHÉ SIAMO SU QUESTA TERRA