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Simona Serafini

L'arcangelo Raffaele e Tobia

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Scrive Maria Valtorta:
L'arcangelo Raffaele, da solo, mi appare nella sua dolce bellezza nel momento della Comunione, e subito mi prende la gioia serena che comunica il "buon compagno". Mi resta presente fino alle 14,30, senza fare altro cenno che un sorriso continuo e un approvare del capo, come mutamente volesse dirmi che qualche cosa che faccio va bene. Non saprei che [cosa], perché sto scrivendo ai Belfanti una comune lettera famigliare.
Infine, alla mia ultima sollecitazione: "Ma dimmi che vuoi, che mi guardi, sorridi e taci", inizia a parlare: "Hai ubbidito prontamente e bene hai fatto. Sempre così. Mi hai aiutato ed ho chiesto al mio Signore di portarti con me, per rifarti fare il viaggio di Tobia, almeno nei punti che più mi sono cari. Tanto ti piace vedere! E tanto ti piace ciò che è bello! Bellissime erano le sponde del Tigri tagliante le campagne assire. Vieni con me".
E vado con lui. Oh! non fa paura. Metto la mia mano febbrile nella sua forte e fresca, e vado, guardando ogni tanto il "buon compagno" che sorride con tanta dolcezza mostrandomi le bellezze della natura che ci circonda. Una pianura verde, fertilissima, si estende intorno a noi a perdita d'occhio. La stagione è buona e direi primaverile dallo stato delle biade, a meno che qui non facciano due semine. Ecco il fiume largo, oh! molto più largo del Giordano e molto più ricco d'acque che vanno solenni verso il mare lontano. Un bellissimo paese che riposa l'occhio e dà pace al cuore. Raffaele mi guarda e sorride dicendo: "Guarda, guarda bene. Non me, ma tutto. Qui sono Azaria, il compagno". Guardo, staccando a fatica gli occhi dal volto radioso dell'arcangelo, e divengo spettatrice…
Ecco l'arcangelo, con aspetto di semplice uomo, andare parlando con Tobia che lo ascolta deferente e ubbidiente ad ogni suo cenno. Azaria consiglia la sosta e Tobia ubbidisce senza replicare. Azaria consiglia il giovanotto di bagnarsi al fiume per avere ristoro. E Tobia ubbidisce sollecito. E mentre è nel fiume le acque calme si sommuovono e un pesce grosso come giovanetto ne emerge cercando raggiungere il corpo nudo di Tobia e addentarlo, forse portarlo con sé nel fondo e divorarlo. Sembra un enorme luccio, un grosso salmone o storione, con una grande bocca munita di tre file di denti a punta d'ago, il dorso scuro, il ventre bianco che splende sotto il velo delle acque nel guizzare che fa.
Tobia lo vede, così prossimo, messo fra lui e la sponda per chiudere la strada al giovanotto e urla, preso da terrore: "Oh! mio Signore, un mostro mi assale!". Azaria, seduto sulla riva erbosa, si alza di scatto e grida: "Non temere! Prendilo per le branchie standogli alle spalle e tiralo a te. Ecco! Ora che si è voltato!". Infatti la bestiaccia, udendo un'altra voce e il frascare dei salici agitati da Azaria che, scalzatosi, scende in riva al fiume pronto a soccorrere il compagno, si volge rotando gli occhi tondi e freddi, impenetrabili, crudeli di pesce. E Tobia lo afferra per le branchie e lo tira, resistendo ai colpi di coda e agli scossoni con cui il pesce tenta liberarsi. Cammina a ritroso Tobia e tira, tira puntando i piedi nel greto del fiume che è sempre più basso, che già scopre le prime erbe acquatiche, che si muta in melma scivolosa. Che fatica l'ultimo pezzo di percorso!
Il pesce fa sforzi sovrumani per liberarsi, per salvarsi. Il giovane fa sforzi sovrumani per tenerlo. Sta per perdere le forze Tobia! La mano scivola stanca sulla branchia sinistra, il piede scivola nella melma. Il pesce intuisce la stanchezza del suo catturatore e dà un così disperato colpo di coda che Tobia perde l'equilibrio e cade cercando ancora di afferrare il pesce che, benché sia quasi in secco, cerca di fare prodigi per completare la sua vittoria. Ma Azaria lo afferra per la coda forcuta, trattenendolo finché Tobia si rialza e lo riprende e lo trascina, ormai sicuro di sé, sulla rena non più melmosa dove il piede può puntarsi e resistere. Il pesce boccheggia, palpita… muore.
"Prendi il coltello e sventralo. Leva il cuore, il fegato e il fiele e conservali entro quel piccolo otre. Acqua ne troveremo sempre per bere senza portarne con noi. Il cuore, il fegato e il fiele sono utili. Gran medicamenti. Ti dirò come usarli. E ora cuociamo il pesce. Ci sarà viatico nel nostro cammino". Un fuoco di sterpi arrostisce la polpa del pesce tagliato a grosse fette, che i due consumano di buon appetito, riponendo poi nelle bisacce quanto avanza, separando le fette con larghe foglie cosparse di sale.
E riprendono poi l'andare, con buona amicizia, e Azaria insegna e spiega tante cose fra le quali, a domanda di Tobia a che avrebbero servito le interiora del pesce, quella spiegazione portata nella Bibbia.
"Davvero?" chiede stupito Tobia. "Oh! fosse proprio così! Rendere al padre la vista perduta!".
"Così è. Ma prima potresti avere altri doni di ricchezze e d'amori…" stuzzica Azaria per provare lo spirito del compagno.
"Oh no! Oh no! Del padre ho premura! Io… sempre bene sto. Facciamo in fretta ciò che dobbiamo, ché se prima mi pungeva voglia di ritorno or più forte mi punge. Perché non solo gioia di paterno abbraccio, ma gioia di ridare luce agli occhi spenti del padre mio mi attende".
"Tu mi credi sulla parola. E se non fosse vero ciò che dico, o fanciullo?" lo tenta Azaria.
"Oh no! Il tuo volto è limpido e sereno. Tu parli con tanta pace di Dio. Solo un santo può essere come tu sei, e i santi non mentono. Ho fede in te".
Azaria sorride luminosamente.
"Dove alberghiamo?" chiede Tobia.
E l'arcangelo gli parla di Sara di Raguele così come ne parla la Bibbia… con i consigli per sposarla e liberarla, senza timore, da ogni demonio. E vedo l'entrata in casa di Raguele e il riconoscimento e le nozze della vedova-vergine con il buon Tobia. E tanto, tanto dolce è la notte, anzi le notti nuziali, dopo che il demonio è vinto ed è relegato altrove, quando i vergini sposi pregando si uniscono a Dio prima di fare una carne sola…

E su questa dolcezza si annulla il vedere e mi trovo di nuovo con Raffaele che dice:
«Tobia ebbe più del desiderato perché fu ubbidiente e fedele. Ma io sono colui che guarisco e insegno a guarire dalle insidie sataniche. Per questo io sono stato proposto a cura di quell'anima che è tormentata più che dir non si possa da un demone che l'odia, e che ha bisogno di tanto aiuto per essere liberata dal nemico che la perseguita. Ma molto duole non trovare in lei perfetta sommissione, simile a quella del giovane Tobia.
Egli vinse perché fu docile e ubbidiente, grato a Dio di cui celebrò le bontà con spirito sincero e umile. Perché buona cosa è tenere nascosto il segreto del re e non pompeggiarsi di esso, ma pubblicare le opere di Dio non con le parole ma con la santità sempre più manifesta e non inquinata da umane miserie è cosa buonissima. La tentazione è prova, non dannazione, se ad essa si sa resistere. Dopo si è accetti al Signore. Ma occorre vegliare e perseverare sino all'ora estrema e con acuta avvedutezza, su tutto.
Riguardo a te non avere paura, perché se sono stato con te, se vi sono, è perché Dio mi manda a portarti la luce e la pace dei cieli. Ora torno dove il mio Signore mi manda, e la pace che ti auguro sia sempre con te.» (...)

Maria Valtorta - Quaderni - 20 febbraio 1946 ed. Cev