In Italia è custodito quello che la tradizione considera l’anello con cui San Giuseppe sposò Maria? La storia del Santo Anello e del clamoroso furto che lo portò a Perugia. Sarà visibile al pubblico tra pochi giorni Federico Bernardelli Curuz
Lo sapevi che in Italia è custodito quello che …A prima vista il Santo Anello sorprende proprio perché non ha nulla di regale. Non è un gioiello tempestato di pietre preziose né un raffinato capolavoro di oreficeria. È un piccolo anello in calcedonio, una varietà del quarzo, semplice, sobrio e privo di decorazioni. E, in fondo, perché avrebbe dovuto essere diverso? Se davvero Maria e Giuseppe appartenevano a una modesta famiglia della Galilea del I secolo, come raccontano i Vangeli, è difficile immaginare un anello ricco o impreziosito da gemme.
Proprio questa essenzialità ha contribuito, nel corso dei secoli, ad alimentare la devozione popolare: agli occhi dei fedeli medievali quell’oggetto appariva sorprendentemente coerente con la condizione umile della Sacra Famiglia. Naturalmente non si tratta di una prova della sua autenticità, ma di uno degli elementi che hanno favorito l’identificazione della reliquia con l’anello che, secondo la tradizione, San Giuseppe donò alla Vergine Maria il giorno delle loro nozze.
La Chiesa non afferma che l’autenticità della reliquia sia dimostrata storicamente. Il Santo Anello viene venerato come un oggetto che la tradizione ha identificato con quello delle nozze di Maria e Giuseppe, distinguendo quindi il valore della devozione dalle certezze della ricerca storica. Ed è proprio questo equilibrio tra fede, storia e leggenda a rendere la sua vicenda una delle più affascinanti del patrimonio religioso italiano.
Cosa dice la tradizione. Secondo il racconto tramandato nei secoli, dopo la morte della Vergine l’anello sarebbe stato conservato dagli Apostoli. La tradizione indica in particolare san Giovanni Evangelista, al quale Gesù affidò Maria dalla croce, il primo custode della reliquia. Da quel momento il suo percorso si perde tra Oriente e Occidente, seguendo le vie percorse dalle prime comunità cristiane. Come accade per molte reliquie antiche, le fonti storiche lasciano spazio alla memoria religiosa e ai racconti tramandati nei monasteri, rendendo impossibile ricostruire con precisione il viaggio dell’oggetto nei primi secoli della sua storia.
L’anello ricompare con maggiore certezza documentaria nell’Italia medievale, a Chiusi, dove era custodito dai frati francescani e già oggetto di una profonda venerazione. La città toscana ne aveva fatto uno dei propri simboli religiosi e il flusso continuo di pellegrini contribuiva ad accrescerne il prestigio.
Oggi può sembrare insolito, ma nel Medioevo possedere una reliquia importante significava molto più che custodire un oggetto sacro. Le reliquie attiravano pellegrini, alimentavano gli scambi commerciali, rafforzavano il prestigio delle città e contribuivano perfino agli equilibri politici. Per questo motivo venivano protette con estrema attenzione e la loro perdita rappresentava un danno enorme, non soltanto sul piano religioso.
Fu proprio questo il contesto nel quale maturò uno degli episodi più sorprendenti della storia del Santo Anello.
Nel 1473 un frate tedesco, Winter (o Vinterio) da Magonza, ospite del convento francescano di Chiusi, riuscì a impossessarsi della reliquia. Le cronache concordano sul fatto che il Santo Anello lasciò clandestinamente la città. Molto meno chiari sono invece i dettagli del viaggio, sui quali storia e leggenda si intrecciano.
Secondo la tradizione, durante la fuga il frate sarebbe stato avvolto da una fitta nebbia. Convinto di dirigersi verso la Germania, avrebbe invece raggiunto Perugia, interpretando quell’evento come un segno della volontà divina. Per questo decise di consegnare la reliquia alla città umbra.
La versione storica è più prudente, ma il risultato non cambia: nell’estate del 1473 il Santo Anello era ormai arrivato a Perugia. La notizia provocò uno scandalo enorme. Chiusi reclamò immediatamente la restituzione della reliquia. Si aprì una lunga controversia che coinvolse autorità religiose, magistrature cittadine e perfino il pontefice. Possedere il Santo Anello significava infatti possedere uno dei simboli più prestigiosi della devozione mariana dell’Italia centrale
Alla fine fu Perugia ad avere la meglio. La città riuscì a conservare la reliquia e la trasformò progressivamente in uno dei cardini della propria identità religiosa. Ancora oggi il Santo Anello è custodito nella Cappella di San Giuseppe della Cattedrale di San Lorenzo, dove continua a essere venerato. L’arrivo della reliquia ebbe conseguenze che andarono ben oltre la devozione.
Per celebrare un oggetto ritenuto così prezioso, Perugia avviò un vasto programma artistico destinato a lasciare un segno nella storia del Rinascimento. La cappella fu arricchita da opere importanti e proprio per questo luogo Pietro Perugino realizzò il celebre Sposalizio della Vergine, capolavoro che avrebbe ispirato pochi anni dopo anche il giovane Raffaello. L’opera fu requisita durante le campagne napoleoniche e oggi è conservata al Musée des Beaux-Arts di Caen, ma continua a testimoniare il profondo legame tra la reliquia e la grande pittura rinascimentale.
A custodire il Santo Anello non bastava però una semplice teca. Nel 1511 gli orafi Cesarino e Federico del Roscetto realizzarono uno splendido reliquiario in argento dorato, considerato ancora oggi uno dei massimi capolavori dell’oreficeria rinascimentale umbra. Più che un contenitore, è una raffinata architettura in miniatura, pensata per proteggere e allo stesso tempo esaltare la reliquia durante le solenni esposizioni pubbliche.
La protezione del Santo Anello divenne un’autentica questione di Stato. Per evitare che potesse verificarsi un nuovo furto, fu ideato un complesso sistema di sicurezza che ancora oggi suscita stupore. La custodia della reliquia è affidata a un meccanismo che richiede quattordici chiavi, distribuite tra diverse autorità civili e religiose della città. Nessuno può aprire il luogo dove è conservato da solo: soltanto la presenza congiunta dei vari custodi rende possibile l’accesso al reliquiario. È una tradizione che affonda le radici nel Quattrocento e che continua a essere rispettata ancora oggi.
Proprio perché normalmente rimane nascosto, il Santo Anello viene mostrato al pubblico soltanto in occasioni particolari.
Tra queste spicca la tradizionale Calata del Santo Anello, uno dei momenti più suggestivi della vita religiosa perugina. Il reliquiario viene lentamente fatto scendere dalla sua collocazione sopraelevata, consentendo ai fedeli e ai visitatori di osservare da vicino la reliquia e il magnifico scrigno rinascimentale che la custodisce
Le partenze sono previste alle 19.15, 20.00, 20.45 e 21.30. Il costo è di 10 euro a persona e la prenotazione è obbligatoria, essendo i posti limitati.
Che il Santo Anello sia realmente quello appartenuto alla Vergine Maria probabilmente non sarà mai possibile dimostrarlo. Ma forse è proprio questo il segreto del suo fascino. Da oltre cinque secoli quel piccolo cerchio di calcedonio continua a raccontare una storia nella quale la ricerca storica si confronta con la tradizione, l’arte con la devozione, la cronaca con la leggenda. E, come accade per i grandi misteri del nostro patrimonio culturale, più si cerca una risposta definitiva, purtroppo o per fortuna,, più emergono nuove domande.
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