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IL PADRE CHE NON TRADISCE MAI

Che ne è stato del "Quarto Comandamento"? Se il papa tradisce, il "Padre celeste" non tradisce mai ! Una cosa è certa: una volta cancellate e rimosse la figura e la memoria del "Padre" i figli non sono più figli: "sono nulla!"

di

Francesco Lamendola

Siamo personalmente a conoscenza, e di certo lo siete anche voi, se frugate con la mente nella cerchia delle vostre conoscenze, di figli che hanno tolto il saluto ai genitori, che non li vanno più a trovare, che non fanno loro neppure una telefonata, e questo da anni e anni, quasi sempre per delle beghe familiari di tipo finanziario, ossia perché il fratello o la sorella hanno ricevuto qualcosa e gli altri no, e tanto basta a rescindere ogni rapporto. Non importa se i genitori sono anziani, se non sono più autonomi, se hanno problemi anche solo per uscire a far la spesa e avrebbero bisogno di assistenza, oltre che di un po’ di affetto, quel minimo sindacale che non si nega del tutto neppure al cagnolino o al gattino di casa. Né importa se quei genitori hanno fatto bene, per tanti anni, la loro parte, se hanno cresciuto quei figli nel modo migliore, se li hanno mantenuti durante gli studi e finché non si sono trovati un lavoro e sono andati a vivere per conto proprio. È tutto dimenticato, tutto cancellato per quello sgarbo, vero o presunto: ossia per una miserabile questione di soldi, o di case, o comunque di beni materiali. Ci domandiamo, in questo caso come in tanti altri che hanno in comune il disprezzo e il rifiuto dei propri genitori da parte di tanti, troppi figli: che ne è stato del quarto Comandamento? Quando il clero ha smesso d’insegnarlo, le maestre hanno smesso di parlarne, e i pedagogisti, gli esperti di didattica, i sociologi, gli psicologi, i filosofi, ci hanno tirato sopra un rigo, o, peggio, hanno in qualche modo, diretto o indiretto, alimentato un simile atteggiamento? Si dirà che il quarto Comandamento ha subito un declino, nella vita pratica delle persone, per la stessa ragione degli altri nove, ossia per il generale tramonto del cristianesimo nella coscienza degli uomini moderni. Risposta non del tutto soddisfacente, perché il quarto Comandamento si può anche declinare in termini laici: e infatti le famiglie e le società laiche o laiciste non hanno mai smesso di considerarlo un pilastro fondamentale del vivere civile, senza il quale nessuna comunità umana potrebbe durare a lungo e finirebbe per dissolversi. E dunque c’è qualcosa di più profondo del distacco del mondo moderno dal cristianesimo, dietro il crescente disprezzo dei figli nei confronti dei genitori: c’è una malattia mortale che parte da lontano, ma che è esplosa tra la fine del XIX e il principio del XX secolo, e che ha trovato in Sigmund Freud il suo sinistro profeta della dissoluzione e, insieme, il giudice fallimentare della famiglia naturale.

Lo prova la rapida, stupefacente, irresistibile ascesa delle teorie pseudoscientifiche di questo oscuro medico ebreo viennese che, nel giro di meno di due generazioni, l’intera cultura occidentale ha salutato come il più grande conoscitore dell’animo umano, e davanti al quale si è inchinata in reverente ammirazione, e quasi in adorazione, come si fa coi salvatori e coi fondatori di religioni. Perché il freudismo, e specialmente il suo nucleo più specifico, il cosiddetto complesso di Edipo è, di fatto, una nuova religione: o meglio, per essere precisi, una contro-religione. A partire da quando il freudismo si è diffuso a macchia d’olio nella cultura delle persone comuni, e si è conquistato, bene o male, una posizione semi-ufficiale nella considerazione degli psicologi, la figura paterna, già incrinata e indebolita, ha ricevuto un colpo decisivo, dal quale non si è più ripresa. A partire da quel momento, rifiutare, detestare e disprezzare il proprio padre – si pensi ai testi di molte canzoni e ai personaggi di molti romanzi degli anni ’60 e ’70 - è divenuto qualcosa di legittimo, beninteso a livello inconscio; ma anche, dietro un qualsiasi travestimento ideologico, come nel caso del ’68, a livello cosciente. È bastato sostituire la figura del Padre con quella del Padrone, ossia del Capitalista, ed ecco che un sentimento di per sé non bellissimo, come l’avversione rabbiosa verso il proprio genitore, è divenuta politicante rispettabile, perfino auspicabile; mentre i ragazzi di quella generazione che non l’hanno manifestata sono incorsi nel sospetto dei loro coetanei, ed esplicitamente o implicitamente considerati dei bambocci che non hanno saputo emanciparsi e che sono rimasti legati, magari per motivi d’interesse, alla volontà paterna, il che ne faceva automaticamente dei reazionari o dei collaborazionisti della reazione.

Ci sono varie maniere di mostrare indifferenza o disprezzo verso i propri genitori, e specialmente verso il proprio padre: oltre al rifiuto esplicito in vita, c’è anche la possibilità di mostrare il rifiuto dopo la morte, specie nel caso di un genitore che abbia occupato un ruolo, grande o piccolo, negli eventi politici e che infine sia caduto in disgrazia. Ci sono dei figli che conservano la fierezza e l’orgoglio della propria famiglia e del proprio padre, e che portano a fronte alta quel nome, un tempo forse temuto, e da molti invidiato, ma divenuto poi, per il mutare delle condizioni storiche, oggetto di scherno e di esecrazione; e ve ne sono altri che, sotto la pressione sociale, finiscono per vergognarsi del padre, per ripudiarne la memoria e addirittura per chiedere il cambio del proprio cognome, in modo da recidere ogni legame con la sua memoria e da cancellare ogni traccia della propria origine. Tale è stato, fra gli altri, il caso, tristissimo, verificatosi nella famiglia di un gerarca fascista che ebbe il suo momento di gloria, sia pure controversa, e poi la stagione del declino, fino alla brutale esecuzione, in piazzale Loreto, davanti al cadavere, già appeso a testa in giù, del “suo” amato Duce: Achille Starace (Sannicola, Lecce, 18 agosto 1889-Milano, 29 aprile 1945). Ecco ciò che fecero i suoi figli e nipoti dopo la sua morte (da: Antonio Spinosa, Starace, Milano, Rizzoli, 1981, pp. 293-294):

Tra i superstiti della sua cerchia familiare, i figli Luigi e Fanny hanno dovuto subire i contraccolpi più dolorosi degli eventi. La moglie di Luigi, Carla Viola, tentò in tutte le maniere di annullare il matrimonio, profuse milioni, ma non riuscì nell’intento. Aveva tuttavia ottenuto fin dall’agosto ’45 la separazione legale. Anche i figli, Luisa e Achille, si staccavano sempre più dal padre, il quale, amareggiato e umiliato tornò in Puglia dove sopravvisse insegnando storia e filosofia in un istituto magistrale. Ma un nuovo trauma doveva portarlo al limite della disperazione. Difatti i figli, raggiunta la maggiore età, decisero di ripudiare il cognome paterno. Già avevano aggiunto al patronimico alcuni anni prima il cognome della madre, e ora chiedevamo, in un’istanza al presidente della repubblica, di chiamarsi solo Viola e di cancellare ogni ricordo degli Starace.

Dicevano che il cognome paterno li teneva legati a vicende considerate infamanti, e, nell’istanza, che essi presentarono nel giugno ’63, raccontarono alcuni episodi della loro vita universitaria dai quali si capiva quanto fosse difficile portare quel cognome, che, a differenza del Sud, era inesistente al Nord, e quindi li esponeva a continue prepotenze. Ciò valeva soprattutto per il giovane Achille, che anche nel nome di battesimo ricordava il gerarca. Erano “irrisi e osteggiati” dai colleghi “anche di destra”, e cambiarono università: Achille passò dalla Statale alla Bocconi, e Luisa da Milano andò a Parma. Ma le persecuzioni non ebbero egualmente tregua. Alla Bocconi, Achille, che si era presentato all’esame di ragioneria, fu interpellato da un professore con queste parole: “Tu sei figlio di quel gerarca Starace?”, e il docente aggiunse altre espressioni così offensive da costringere il ragazzo ad abbandonare l’aula. L’istanza dei nipoti di Starace fu accolta nel 1964, e da quel momento essi portarono soltanto il cognome della madre.

Luigi, sconvolto dalla notizia, cadde vittima di una oscura crisi mistica di solitudine, mai interamente risolta, mentre Fanny ebbe una reazione più dura come le imponeva un carattere energico e autoritario che la rendeva tanto simile a suo padre. Fanny, a differenza del fratello, non si è mai chiusa in una sfera impenetrabile, ma ha sempre affrontato apertamente le situazioni, confermandosi un Achille Starace in gonnella: eguali a quelli del padre sono i suoi occhi neri a spillo, ideanti i suoi gesti risoluti, tagliente il tono della voce. Non di rado infatti Starace diceva che i suoi due figli gli sembravamo uno scherzo della natura che aveva fornito la donna di un temperamento maschile e l’uomo di uno spirito femminile.


Anche se questa triste vicenda riguarda più i nipoti che i figli del defunto gerarca, nondimeno illustra perfettamente il concetto che abbiamo sopra esposto: il ripudio delle proprie radici da parte di molti giovani, i quali, a torto o a ragione, si sentono “soffocati” dall’ingombrante figura paterna e non esitano a rinnegarla. Non è certo questa la sede per discutere quanto fosse storicamente fondato il senso di vergogna nei confronti di quel padre - o nonno, fa lo stesso -, e perciò quanto legittimo il desiderio di scrollarsi di dosso quel nome e quel ricordo (a proposito, sarebbe utile sapere il nome di quel vile professore della Bocconi che dileggiava uno studente per la sola colpa di portare quel nome: lui sì che meriterebbe di essere additato al perenne disprezzo; tanto più che la guerra era finita da un pezzo e quindi non aveva neppure l’attenuante degli odi e dei lutti recenti). Ma il punto è un altro, e cioè se la figura del Padre sia un valore in se stessa, qualcosa di cui si dovrebbe essere fieri, a meno che egli si sia realmente macchiato di crimini nefandi, come nel caso di un assassino della mafia (il che non è il caso del povero Strarace, uomo senza dubbio capace di attirarsi molta ostilità, ma tutt’altro che un criminale); oppure un sovrappiù, una zavorra che si può scaricare se risulta un intralcio o un peso troppo faticoso da portare. Ma quand’è che un peso diviene troppo faticoso, se non quando scompaiono le buone ragioni per portarlo e svanisce quel senso di fierezza, o magari non c’è mai stato? Pertanto, la domanda che dobbiamo farci è la seguente: come accade che tanti giovani, nel corso delle ultime generazioni, hanno percepito il nome e il ricordo del proprio padre come un peso e un ostacolo nel loro cammino di vita? Perché non ne sono fieri, perché non sono orgogliosi essere i suoi figli e di tramandarne la memoria, nella buona come nella cattiva sorte? Possibile che l’utilitarismo esasperato della società moderna abbia insegnato ai giovani che i genitori servono solo finché hanno qualcosa da offrire, denaro e comodità da ottenere senza contropartita, mentre diventano una zavorra da scaricare quando non servono più, o quando la loro memoria diviene un elemento di svantaggio a causa di mutamenti sopravvenuti nel contesto politico e sociale? In altre parole: a meno di essere figli d’un criminale impenitente, che abbia causato la sofferenza e la morte di molte persone, quali altre ragioni possono impedire a un ragazzo di vergognarsi di suo padre, della sua memoria, e perciò anche del nome che porta? La psicologia oggi di moda, che carezza la deresponsabilizzazione generale, tende a porre la domanda in termini capovolti, e si domanda perché un ragazzo dovrebbe essere fiero di suo padre; invece a noi piace porla così: perché mai un ragazzo non dovrebbe essere fiero di suo padre e di sua madre, oltre che grato per quanto ha ricevuto da essi? E la fierezza non dovrebbe essere l’espressione di quella gratitudine, tale da custodirne gelosamente la memoria?

Una cosa è certa: una volta cancellate e rimosse la figura e la memoria del Padre, i figli non sono più figli: sono nulla. Se il Padre, come insegna la cultura sessantottina e post-freudiana, è il Nemico per antonomasia, l’oppressore, il padrone la cui autorità deve essere sfidata e distrutta affinché i figli si possano emancipare, allora la scomparsa totale di quel Nemico reca con sé, necessariamente, anche la propria auto-eliminazione. Un figlio è tale in quanto ha un padre; ma se il padre viene eliminato, allora quel figlio non è più tale, è solo un atomo disperso nel mare caotico di una società senza memoria, né radici né identità. Insomma, il perfetto cittadino del terzo millennio e il perfetto prototipo di quel Nuovo Umanesimo che oggi i Padroni del Mondo vanno predicando, anche per bocca di mediocri personaggi quali Giuseppe Conte o Jorge Mario Bergoglio, che essi hanno posto in posizioni infinitamente più elevate di quanto i loro meriti avrebbero mai meritato. Nel caso di Bergoglio, la manovra è ancor più subdola di quel che si può dire per Conte o qualsiasi altro politico: il papa, infatti, in quanto vicario di Cristo, è il simbolo stesso della figura paterna, e quindi averla svuotata e ridicolizzata, per così dire dall’interno, è stato parte del progetto massonico del Nuovo Ordine Mondiale, volto a lasciare l’umanità, in questo caso i cattolici, smarrita e priva di punti di riferimento. Cosa c’è di più traumatico, infatti, che dover assistere alla scena pietosa di un Padre che da se stesso rifiuta di svolgere il proprio ruolo, assume atteggiamenti istrionici e buffoneschi, ridicolizza e svilisce la serietà della propria missione? Peggio di questo, dal punto di vista psicologico ed emotivo, c’è solo un analogo comportamento da parte della Madre: al che hanno provveduto le varie star sataniste, come Madonna o Lady Gaga, e al tempo stesso il progressivo svuotamento e stravolgimento del volto di Maria Santissima da parte di quello stesso Bergoglio e del suo falso clero. Occorre ricordare le empietà e le bestemmie a proposito di Gesù meticcio, di Maria meticcia, di Gesù che fa lo scemo e di Maria che accusa Dio di averla gabbata? O delle Persone della Santissima Trinità (la suprema Famiglia!) che litigano sempre a porte chiuse? Sì: con diabolica perfidia, questi signori hanno voluto distruggere le due massime figure genitoriali agli occhi dei credenti, per uccidere in essi la speranza cristiana. Dio li ripagherà secondo le loro azioni. Quanto a noi, non perdiamoci d’animo: se il papa tradisce, il Padre celeste non tradisce mai...

Del 02 Settembre 2020

Vai all'articolo: www.accademianuovaitalia.it/…/9451-che-ne-e-s…
Diodoro
Fraternità senza padre, né Santo Padre, né Padre Eterno (tutti e tre condannati al ludibrio perenne: perché Datori, di vita e di beni, e responsabilizzanti): questa è la Rivoluzione Francese. Enfants de la Patrie: tutti i Cittadini (non più i Cristiani) figli di un'entità astratta e femminile - non di persone concrete, e in particolare non di un uomo concreto.
Ringrazio mio padre, del quale …More
Fraternità senza padre, né Santo Padre, né Padre Eterno (tutti e tre condannati al ludibrio perenne: perché Datori, di vita e di beni, e responsabilizzanti): questa è la Rivoluzione Francese. Enfants de la Patrie: tutti i Cittadini (non più i Cristiani) figli di un'entità astratta e femminile - non di persone concrete, e in particolare non di un uomo concreto.
Ringrazio mio padre, del quale non sono "fiero"... lo ammiro
Micheleblu
I dieci comandamenti sono Amore Santo
Micheleblu
anzi, Santo Amore ( più solenne) è l'espressione più corretta