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Testimonianze straordinarie: anime tornate dal Purgatorio per chiedere suffragi

L’anima del sacerdote di Montefalco

Madre Maria Teresa era stata eletta abbadessa nel monastero di Montefalco, nei pressi di Perugia, il 18 agosto 1918 ed aveva mantenuto la carica di sagrestana, quindi era suo il compito di rispondere alle chiamate del campanello della sagrestia. Il 2 settembre del 1918, alle 7.30 del mattino, sentito suonare il campanello, andò a rispondere. Al rituale saluto “Siano lodati Gesù e Maria”, rispose una voce velata e triste: “Devo lasciar qui questa elemosina”. Era una banconota da dieci lire. La suora chiese: “Devo far dire delle preghiere, far celebrare delle Messe o altro?” “Senza nessun obbligo.” Rispose l’offerente. La suora chiese: “Se è lecito, chi è lei?” E lui: “Non occorre saperlo.”. Il suono del campanello si ripeté il 5 settembre, il 31 ottobre, il 29 novembre e il 9 dicembre dello stesso anno, con lo stesso dialogo e la stessa elemosina elargita. Alla richiesta dell’abbadessa se dovevano fare preghiere, lui rispose: “La preghiera è sempre buona.”

La cosa era molto strana e tutto il monastero cominciò ad avere un certo turbamento. Al suono del campanello accorrevano tutte le suore, là dove c’era la ruota e il campanello, ma non vedevano niente. Domandavano se era l’uomo delle dieci lire, e l’abbadessa mostrava loro la banconota offerta. Forse qualcuno che, pentito, riportava in Chiesa del denaro rubato?

Nel corso di quattordici mesi le visite furono ben ventotto e l’ammontare delle oblazioni raggiunse la somma di 300 lire, grande somma per quei tempi. Aumentava la curiosità di sapere chi fosse il generoso benefattore, quando, il 14 marzo 1919, si verificò un fatto nuovo. Dopo l’esame di coscienza della sera, le suore lasciarono la chiesa, sicurissime che non ci fosse nessuno. Ma poi, con grande stupore di tutte, si ripeté il suono del campanello. L’abbadessa trovò sulla “ruota” la solita offerta di dieci lire. Si andò ad ispezionare la Chiesa e il parlatorio: non c’era nessuno. Si cominciò allora a pensare che quanto avveniva fosse un fenomeno del tutto fuori della norma.

L’11 aprile, mentre le suore facevano la meditazione e l’abbadessa era al parlatorio con due anziane, squillò il campanello. Andata alla ruota, l’abbadessa ascoltò la solita voce che disse: “Lascio questa elemosina per preghiere per un defunto”. Era la prima volta che l’offerente chiedeva preghiere. Da notare che le suore mai potettero sentirne la voce, pur vedendo girare la “ruota” con dentro l’offerta.

Un giorno l’abbadessa volle fare una prova. Al suono del campanello, non andò lei ma la portinaia. Al saluto di questa: “Sia lodato Gesù…”, non rispose nessuno né fu lasciato il denaro. Lo si trovò invece al mattino seguente sulla “ruota”. Dopo la richiesta di preghiere, le suore intensificarono più che mai le preghiere per suffragare quell’anima che ormai era loro cara. La sera del 16 settembre del 1919, verso le 9.15, l’abbadessa, dopo aver personalmente chiuso il dormitorio, sentì suonare il campanello. Andò a rispondere con un’altra suora, ma non intese alcuna voce, vi erano tuttavia le dieci lire che non prese. Poi, essendole parso di sentire suonare nuovamente il campanello, ritornò giù e l’anima, con voce compassionevole, le offrì le dieci lire dicendo: “Le prenda, è per soddisfare la divina giustizia”. L’abbadessa, allora, per accertarsi che non si trattava di forze malefiche, recitò la giaculatoria: “Sia benedetta la Santa, Purissima ed Immacolata Concezione della Beatissima Vergine Maria”… e la voce misteriosa, appena percettibile, la ripeté fedelmente.

L’abbadessa era però combattuta tra il desiderio di assecondare la richiesta dell’anima e il dubbio che si trattasse di manifestazioni diaboliche, perché c’era di mezzo il denaro di cui non si sapeva la provenienza. Una notte, mentre stava nella sua camera, posta nell’ala più distante del convento dove era impossibile percepire il suono del campanello, fu svegliata da un leggero tocco alla porta, come fatto con le nocche delle dita. Sentì una voce che l’avvertiva che avevano suonato il campanello della sagrestia. La mattina seguente ella chiese alle suore se qualcuno avesse bussato alla sua porta, alla risposta negativa capì che si trattava sempre della stessa misteriosa persona che portava l’obolo.

Il segreto di tutta la faccenda fu svelato il 3 ottobre 1919, quando l’abbadessa, ricusando l’elemosina col dire che glielo aveva proibito il confessore per timore che si trattasse di cosa diabolica, sentì la voce rispondere: “No, sono un’anima purgante, sono quarant’anni che mi trovo in Purgatorio per aver dissipato beni ecclesiastici”.

La Madre fece celebrare una Messa in suffragio. Quando la Messa terminò, sentì suonare il campanello. E la solita voce disse: “Lascio questa elemosina e grazie tante”. Lo stesso avvenne il 10 ottobre. Anche quella mattina venne celebrata una Messa in suffragio. L’abbadessa chiese allora al misterioso visitatore: “Per ordine del confessore, mi dica il nome e cognome per lasciarlo per memoria.” Ma l’anima, invece di rispondere alla domanda, disse: “Il giudizio di Dio è giusto e retto”. La Madre allora: “Ma come! Le ho fatto dire Messe e se una sola basta per liberare un’anima, come mai lei non è ancora libera?”. Rispose: “Io ne ricevo la minima parte”, e lasciò sulla ruota venti lire, disposte a forma di croce.

Importante quanto avvenne il 30 ottobre 1919. Alle 2.45 dopo la mezzanotte, l’abbadessa fu svegliata dal leggero tocco delle dita alla porta della stanza, e la voce fuori sussurrò: “E’ suonato il campanello della sagrestia”. Andata a rispondere, al solito saluto l’anima rispose: “Amen”, poi subito: “Lascio qui questa elemosina”. Ma l’abbadessa soggiunse: “Io per ordine del confessore non posso prenderla. In nome di Dio e per ordine del confessore mi dica chi è: è un sacerdote?”. “Sì.” La suora: “Erano di questo monastero i beni che ha dissipati?”. “No, ma ho il permesso di portarli qui”. “E dove li prende?”. “Il giudizio di Dio è giusto”. “Ma io ci credo poco che sia un’anima, penso sempre che sia qualcuno che scherza”. “Vuole un segno?”. “No, ho paura …”. “Grazie, adesso entro a far parte delle preghiere”. E si allontanò mormorando: “Benedictus Deus qui…” ed altre parole incomprensibili, ma con una voce dolce da rasserenare il cuore.

Il 9 novembre del 1919, ventottesima ed ultima visita, alle 4.15 circa, dal dormitorio l’abbadessa sentì suonare il campanello. Scese. Al saluto: “Lodato Gesù e Maria”, la solita voce, che la colpì per il tono gioioso -anzi felice- disse: “Sia lodato in eterno! Ringrazio lei e la religiosa comunità; sono fuori da ogni pena”. In quel momento l’abbadessa, con il cuore traboccante di gioia, in uno stato di mistica esaltazione, ebbe l’impressione di trovarsi in un prato sfavillante di luce, con gran tripudio di colori e vide l’anima del visitatore salire al Cielo lucente come un raggio di sole.

Questi fatti furono autenticati con giuramento dai testimoni, in un vero e proprio processo canonico.

Padre Pio e l’anima di Pietro Di Mauro

Padre Pio, nell’anno 1918, ebbe una visione notturna. Gli si presentò un certo Pietro Di Mauro che gli disse di essere morto nel 1908 a causa di un incendio scoppiato nell’ospizio annesso al convento di San Giovanni Rotondo. Aveva avuto il permesso da Dio per chiedere a Padre Pio di celebrare per lui al fine di ottenergli la liberazione dal Purgatorio. Il padre superiore, il giorno dopo, andò a controllare all’anagrafe del Comune e constatò che realmente, a causa di un incendio, dieci anni prima in quel determinato giorno era morto un certo Pietro Di Mauro.

UNA FAMOSA VISIONE

Santa Faustina Kowalska


“Vidi l’Angelo Custode che mi ordinò di seguirlo. In un momento mi trovai in un luogo nebbioso, invaso dal fuoco e, in esso, una folla enorme di anime sofferenti. Queste anime pregavano con grande fervore, ma senza efficacia per se stesse: soltanto noi le possiamo aiutare. Le fiamme che bruciavano loro, non mi toccavano. Il mio Angelo Custode non mi abbandonò un solo istante e chiese a quelle anime quale fosse il loro maggior tormento. Unanimamente mi risposero che il loro maggior tormento era l’ardente desiderio di Dio. Scorsi la Madonna che visitava le anime del purgatorio. Le anime chiamano Maria ‘Stella del Mare’. Ella reca loro refrigerio. Avrei voluto parlare più a lungo con loro, ma il mio Angelo Custode mi fece cenno di uscire. Ed uscimmo dalla porta di quella prigione di dolore. Udii nel mio intimo una voce che disse: ‘La mia Misericordia non vuole questo, ma lo esige la giustizia".

Fonte:

itresentieri.it/il-purgatorio-a…

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La verità a riguardo dei morti mette in mirabile luce l'accordo della giustizia e della bontà in Dio, sicché anche i cuori più duri non resistono alla caritatevole pietà che questo accordo ispira, e, nello stesso tempo, offre la più dolce delle consolazioni al lutto di quelli che piangono. Se la fede ci insegna che esiste un purgatorio dove i peccati da espiare costringono i nostri cari, ci insegna anche che noi possiamo essere loro di aiuto (Concilio di Trento, Sess. XXV) ed è teologicamente certo che la loro liberazione, più o meno sollecita, è nelle nostre mani. Ricordiamo qui qualche principio di natura, per chiarire la dottrina.

L'espiazione del peccato

Ogni peccato causa al peccatore due danni, perché insudicia l'anima e la rende passibile di castigo. Dal peccato veniale, che implica un semplice disgusto del Signore e la cui espiazione dura soltanto qualche tempo, si arriva alla colpa mortale, che implica difformità e rende il colpevole oggetto di abominio davanti a Dio, sicché la sanzione non può essere che un bando eterno, se l'uomo non previene col pentimento, in questa vita, la sentenza irrevocabile. Però, anche cancellando il peccato mortale, si evita la dannazione, ma non ogni debito del peccatore è sempre cancellato. È vero che un'eccezionale sovrabbondanza di grazia sul prodigo può talvolta,
come avviene regolarmente nel battesimo e nel martirio, sommergere nell'abisso dell'oblio divino anche l'ultima traccia del peccato, ma è cosa normale che, in questa vita o nell'altra, la giustizia sia soddisfatta per ogni peccato.

Il merito

In opposizione al peccato, qualsiasi atto di virtù porta al giusto un doppio profitto: merita per l'anima un nuovo grado di grazia e soddisfa per la pena dovuta per i peccati passati nella misura di una giusta equivalenza, che davanti a Dio spetta alla fatica, alla privazione, alla prova accettata, alla libera sofferenza di uno dei membri del suo Figlio prediletto.

Ora, mentre il merito non si può cedere e resta cosa personale di chi lo acquista, la soddisfazione si presta a spirituali transazioni come moneta di scambio, potendo Dio accettarla come acconto o come saldo in favore di altri, - chi è disposto a cedere può essere di questo mondo o dell'altro - alla sola condizione che chi cede deve lui pure in forza della grazia, far parte del corpo mistico del Signore, che è unito nella carità (I Cor. 12, 27).

Come spiega Suarez, nel trattato dei Suffragi, tutto ciò è conseguenza del mistero della Comunione dei santi, manifestato in questo giorno. Penso che questa soddisfazione dei vivi per i morti vale in giustizia (esse simpliciter de iustitia) ed è accettata secondo tutto il suo valore e secondo l'intenzione di colui che l'applica, sicché, per esempio, se la soddisfazione che deriva dal mio atto, serbata per me, mi valesse in giustizia la remissione di quattro gradi di purgatorio, ne rimette altrettanti all'anima per la quale mi piace offrirla (De suffragiis, sectio iv).

Le indulgenze

È noto come la Chiesa in questo assecondi il desiderio dei suoi figli e, con la pratica delle Indulgenze, metta a disposizione della loro carità un tesoro inesauribile al quale di epoca in epoca le soddisfazioni sovrabbondanti dei Santi si aggiungono a quelle dei martiri, a quelle di Maria Santissima e alla riserva infinita delle sofferenze del Signore. Quasi sempre la Chiesa permette che queste remissioni di pena concesse col suo potere diretto ai viventi siano applicate ai morti che non appartengono più alla sua giurisdizione, per modo di suffragio, nel modo cioè che abbiamo veduto. Per cui ogni fedele può offrire a Dio, che lo accetta, il suffragio o soccorso delle proprie soddisfazioni. È sempre la dottrina di Suarez, il quale insegna pure che l'Indulgenza ceduta ai defunti nulla perde dell'efficacia e del valore che avrebbe per noi che siamo ancora in vita.

Le Indulgenze ci sono offerte dappertutto e in tutte le forme e dobbiamo saper utilizzare questo tesoro, ottenendo misericordia alle anime in pena. Vi è miseria più toccante della loro? È così pungente che nessuna miseria della terra l'uguaglia e tuttavia così degna che nessun lamento turba il "fiume di fuoco, che nel suo corso impercettibile le trascina poco a poco all'oceano del paradiso" (Mons. Gay, Vita e virtù cristiane. Della carità verso la Chiesa, 2). Per esse il cielo è impotente perché in cielo non si merita più e Dio stesso, infinitamente buono, ma infinitamente giusto, non può concedere la liberazione, se non hanno integralmente pagato il debito che le ha seguite oltre il mondo della prova (Mt. 5, 26). E il debito forse fu contratto per causa nostra, forse insieme con noi e le anime si volgono a noi, che continuiamo a sognare i piaceri mentre esse bruciano, e potremmo con facilità abbreviare i loro tormenti! Abbiate pietà di me, abbiate pietà di me almeno voi che siete miei amici, perché la mano del Signore mi ha raggiunto (Giob. 19, 21).

La preghiera per le anime del Purgatorio

Lo Spirito Santo non si contenta oggi di conservare lo zelo delle vecchie confraternite, che nella Chiesa si propongono il suffragio dei trapassati, quasi che il purgatorio rigurgiti più che mai per l'affluenza di moltitudini precipitate in esso ogni giorno dalla mondanità del secolo, e forse per l'approssimarsi del rendiconto finale e universale, che chiuderà i tempi. Suscita infatti nuove associazioni e anche famiglie religiose con l'unico compito di promuovere in ogni maniera la liberazione o il sollievo delle anime sofferenti. In quest'opera di nuova redenzione dei prigionieri vi sono cristiani che si espongono e si offrono a prendere sopra se stessi le catene dei fratelli, rinunciando totalmente, come a tale scopo è consentito, non solo alle proprie soddisfazioni, ma anche ai suffragi che potessero ricevere dopo la morte: atto eroico di carità questo, che non deve essere compiuto senza riflessione, ma che la Chiesa approva, perché molto glorifica il Signore e perché il rischio che si corre di un ritardo temporaneo nella felicità eterna merita al suo autore di essere per sempre più vicino a Dio, in terra con la grazia e in cielo con la gloria.

Se i suffragi del semplice fedele sono così preziosi, sono molto più preziosi quelli della Chiesa intera nella solennità della preghiera pubblica e nell'oblazione dell'augusto sacrificio, in cui Dio soddisfa a se stesso per ogni peccato degli uomini! Come già la Sinagoga (II Macc. 12, 46), la Chiesa fin dalla sua origine ha pregato per i morti. Mentre onorava con azioni di grazie i suoi figli martiri nell'anniversario del loro martirio, ricordava con suppliche l'anniversario della morte degli altri suoi figli, che potevano non essere ancora giunti al cielo. Nei sacri Misteri pronunciava quotidianamente il nome degli uni e degli altri col doppio scopo di lode e di supplica; e allo stesso modo non potendo ricordare in ogni chiesa particolare tutti i beati del mondo intero, tutti li comprendeva in un unico ricordo, così, dopo le raccomandazioni relative al giorno e al luogo, ricordava i morti in generale. Chi non aveva parenti, né amici, osserva sant'Agostino, non restava privo di suffragi, perché riceveva, per ovviare alla loro mancanza, le tenerezze della Madre comune (De cura pro mortuis, iv).

Siccome la Chiesa aveva sempre seguito la stessa linea nel ricordare i beati e i morti, era da prevedersi che l'istituzione di una festa di tutti i Santi avrebbe portato con sé l'attuale Commemorazione dei defunti. Nel 998, secondo la Cronaca di Sigeberto di Gembloux, l'abate di Cluny, sant'Odilone, la istituì in tutti i monasteri da lui dipendenti, stabilendo che fosse sempre celebrato il giorno dopo la festa dei santi. Egli rispondeva così alle rampogne dell'inferno che, con visioni - che troviamo ricordate nella sua vita (Jostsald, 2,13) - accusava lui e i suoi monaci di essere i più intrepidi soccorritori di anime che le potenze dell'abisso avessero a tenere nel luogo di espiazione. Il mondo applaudì al decreto di sant'Odilone, Roma lo adottò e divenne legge per tutta la Chiesa latina.

Fonte:

Dom Pospér Guéranger, L'anno liturgico (volume II. Tempo pasquale e dopo la pentecoste), trad. in italiano. L. Roberti, p. Graziani e p. Suffia, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 1234-1245.
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