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Alla locanda del Buon Samaritano

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padre Pietro Kaswalder ofm
22 novembre 2010

Una panoramica del complesso archeologico del Buon Samaritano, situato sul percorso tra Gerusalemme e Gerico. (foto Cts/Mab)

Nel mese di maggio 2009 è stato riaperto al pubblico il Khan del Buon Samaritano. Il sito era rimasto chiuso alcuni anni a motivo dei lavori di scavo e di restauro programmati dall’Amministrazione civile di Giudea e Samaria, in collaborazione con il Dipartimento delle Antichità di Israele. Il risultato finale dell’intervento di scavo e conservazione delle antichità è altamente lodevole. In ordine di importanza sono tre i punti più interessanti dell’intervento: l’esame archeologico di tutta l’area, a sud e a nord della strada moderna; la creazione del Museo del Buon Samaritano; il recupero dell’area sacra restituita all’attenzione dei pellegrini. Su questi temi ritorneremo dopo aver analizzato alcune memorie relative al sito.

«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, e incappò nei briganti…», così inizia la celebre parabola del Buon Samaritano (Lc 10,30-37). Il racconto lucano ambienta la parabola sulla strada che da sempre collega la Montagna di Giuda con la Valle del Giordano. Il percorso si snoda dal Monte degli Olivi verso la valle del torrente Og (wadi es-Sidr), e poi prosegue lungo la valle del torrente Perat (wadi el-Kilt) per arrivare a Gerico.

Nel corso della narrazione si accenna ad una «locanda» dove il samaritano misericordioso avrebbe consegnato il povero viandante per ricevere l’assistenza e le cure necessarie dopo la brutta avventura: «Caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui» (Lc 10,34).

Stando ai risultati della ricerca archeologica appena conclusa, sembra possibile affermare che ai tempi del Nuovo Testamento (I secolo d.C.) esisteva nel sito chiamato Khan al-Hatrur una struttura di accoglienza per i viandanti. E quindi, è possibile che l’autore della parabola abbia preso lo spunto dalla realtà che aveva visto passando lungo la strada tra Gerico e Gerusalemme.


La parabola di Lc 10,30-37 è ambientata dai cristiani in un passaggio particolare della strada, circa a metà del viaggio tra Gerusalemme e Gerico. precisamente a 18 chilometri dalla città santa. Situata a lato dell’arteria asfaltata, la «locanda» del Buon Samaritano è visibile da lontano, essendo posta sull’altura che segna il passaggio dalla piccola pianura di San Eutimio (Khan al-Ahmar, Mishor Adummim) alla discesa finale verso la Valle del Giordano. La prima memoria del sito è fatta da san. Gerolamo che collega la parabola evangelica al forte militare che proteggeva la strada fin dalla prima epoca romana (I secolo d.C.).

I testi più antichi parlano soltanto della stazione militare, non ancora della memoria evangelica (cfr Eusebio nell’Onomastico e la Notitia Dignitatum, 74,48). Secondo questo documento ufficiale dell’impero romano, a Maaleh Adummim stazionava la Cohors prima salutaris, incaricata di sorvegliare la strada tra Aelia Capitolina e Gerico. Solo in seguito, accanto alla caserma dei soldati viene ricordata la locanda del Buon Samaritano.

Il collegamento fatto da san Gerolamo tra locanda e insediamento militare è probabilmente all’origine dell’identificazione fatta nel VI secolo d.C., quando venne costruita la chiesa con la locanda per i pellegrini e i viandanti, accanto alla fortificazione militare.

La locanda del Buon Samaritano ha subito pesantemente le vicende storiche, sorgendo lungo un’arteria molto frequentata ed essendo collegata ad una struttura militare. Le testimonianze scritte, che ci parlano di questo santuario a partire dall’epoca crociata, testimoniano di un luogo mal conservato e pericoloso per la salute.

I ricordi biblici legati a Maaleh Adummim sono presto riassunti. Nella geografia dell’Antico Testamento compare il nome di Maaleh Adummim, come punto di confine tra il territorio della tribù di Giuda (Gs 15,7) e quello della tribù di Beniamino (Gs 18,17). Il sito si presta bene a fare da riferimento ai viandanti occasionali o di professione, come i militari, perché il colle comanda il passaggio da Gerusalemme verso Gerico nel punto in cui la strada si avvicina al torrente chiamato wadi el-Qilt.

Il territorio circostante è conosciuto come Deserto di Giuda, costellato dalle rovine dei monasteri di epoca bizantina. Per citare solo i principali, chi scende dal Monte degli Olivi incontra prima il monastero di Martirio (Khirbet Murassas) conservato al centro del grosso quartiere moderno di Maaleh Adummim. E subito dopo, scendendo di poco, incontra le rovine del monastero di San Eutimio il Grande (Khan el-Ahmar). Proseguendo si incontra la deviazione per il Monastero di San Giorgio di Koziba.

San Gerolamo (400 d.C) nel tradurre in latino l’Onomastico dei luoghi biblici scritto da Eusebio di Cesarea (300 d.C.), offre una spiegazione interessante, a metà tra l’esegesi biblica e la parafrasi edificante: «Adommim, un tempo era una piccola città, ora ridotta a rovine; della tribù di Giuda; luogo che fino ad oggi è chiamato Maledomnei. In greco si chiama salita dei rossi; ma in latino si può chiamare salita dei rossi a motivo del sangue effuso qui dai predoni. È anche il confine delle tribù di Giuda e Beniamino, scendendo da Aelia verso Gerico, dove è stato posto un castello militare, per il soccorso ai viandanti. Il Signore si ricorda di questo luogo cruento e sanguinario nella parabola di colui che scendeva da Gerusalemme a Gerico, (Onomastico 25,9-16)».

Nella Lettera 108 dove traccia il resoconto del pellegrinaggio fatto da santa Paola leggiamo: «Andando avanti (da Betania), scese a Gerico, ricordando il racconto evangelico dell’uomo ferito. Vide la località detta Adomim, che significa “del sangue”, a motivo che le frequenti incursioni facevano versare».

Il termine rosso, usato sia nelle lingua ebraica (adummim) sia in quella araba (ahmar), rimanda al colore delle marne rossastre che affiorano lungo il tragitto. In arabo si trova pure il nome di Talaat ad-Dam, la salita del sangue, che deriva da questa interpretazione della parabola.

San Gerolamo fa derivare il colore rosso delle rocce dal sangue dei viandanti uccisi lungo quella strada, fissando in questo modo la natura all’insegnamento della parabola. I pellegrini dei secoli successivi ripeteranno all’unisono tale spiegazione.

L’esame archeologico diretto dall’israeliano Itzhak Magen ha permesso di ricostruire la storia occupazionale del sito, e questo è certamente il risultato più brillante dell’operazione «Buon Samaritano». Lo scavo archeologico ha rivelato le tracce delle prime abitazioni poste lungo questo percorso. In epoca erodiana (I secolo a.C.) furono scavate delle cisterne e fu costruito un edificio di medie dimensioni. Era dotato di terme, con stanze e mura in mattoni di buona fattura, e pavimenti mosaicati. Le fondazioni di questa struttura si trovano nelle vicinanze dell’abside della chiesetta di epoca bizantina. Nei pressi dell’edificio furono adattate anche delle grotte naturali, per farne depositi o abitazioni di fortuna.

Tra gli oggetti recuperati nello scavo sono da menzionare alcune monete coniate al tempo di Erode il Grande e di suo nipote Agrippa I. E poi alcune monete del periodo della prima rivolta contro Roma. Una porta la scritta: Anno secondo della liberazione di Zion (69 d.C). E un’altra porta la scritta latina: Iudaea Capta, coniata al tempo di Tito Flavio (72 d.C.).

Il complesso formava un solido rifugio per le carovane di passaggio, sia militari che commerciali. Forse l’autore della parabola del Buon Samaritano aveva davanti agli occhi la realtà della stazione lungo la via per Gerico, e ha tratto spunto dalla vita vissuta, come molte altre parabole evangeliche insegnano.

Invece i resti che risalgono ai secoli IV e V d.C. sono molto scarsi. E ciò risulta strano perchè non offre un preciso riscontro alla caserma militare segnalata nell’Onomastico 24,9-11 e nella Notitia Dignitatum 74,48.

Nel VI secolo fu costruito il recinto sacro cristiano, un quadrato di 24×26 metri. Era composto da un cortile con ingresso da sud con una grossa cisterna posta al centro, una chiesa e alcune stanze di abitazione. Un secondo cortile nel settore est era riservato agli animali delle carovane.

La chiesa (11×21 metri) aveva due file di colonne che separavano l’aula centrale dalle due navate laterali. E aveva il pavimento mosaicato, decorato con semplici motivi geometrici. Purtroppo, dopo la riscoperta della chiesa avvenuta nel 1934 quasi tutto è andato perduto per mancanza di assistenza e conservazione. Con un paziente lavoro certosino il manto musivo è stato ricostruito, e consta di circa 1 milione e 700 mila tessere colorate! Il sito era rimasto in uso fino all’VIII secolo d.C., come testimonia un miliare datato 720 d.C trovato nello scavo.

Il santuario cristiano fu ricostruito in epoca crociata (XII secolo d.C.) con dimensioni maggiori del precedente. Negli anni 1169-1172 i templari costruirono il Castello Rosso (Castello di Maldoim, Turris Rubea, o Castrum Rouge nelle fonti dell’epoca), dalle misure di 60×70 metri, situato a nord-est del recinto religioso. Una torre difensiva di 8×9 metri fu posta sul fianco nord, e un fossato di larghezza variabile da 7 a 4 metri fu tagliato nella roccia per garantire ulteriore protezione al forte. Oggi le rovine di questo grande castello si trovano sul lato nord della strada asfaltata, che in pratica separa la fortezza militare dal complesso sacro.

Il recinto per i pellegrini fu ricostruito dai crociati, con piccole stanze sui quattro lati. Alla cisterna di epoca bizantina fu aggiunta una nuova grande cisterna con copertura a volta, lunga 16 metri, larga 7 e profonda 7.

Questo complesso cristiano viene chiamato Cisterna Rossa (Cisterne Rouge) nelle fonti di epoca crociata: Teodorico nel 1172 d.C; Willibrando nel 1212 d.C. (secondo il quale il castello era piccolo); Tethmarius nel 1217; Burcardo del Monte Sion, 1283 d.C.; Giacomo da Verona, 1335 e Felix Fabri (1480). Il racconto di Teodorico è illuminante: «Al di là di Betania, verso est, a quattro miglia da Gerusalemme, si trova sopra un monte una cisterna rossa con una cappella, nella quale, si dice, Giuseppe fu gettato dai suoi fratelli. Ibi i templari costruirono un solido castello». Alcuni secoli dopo, il Khan del Buon Samaritano era chiamato il Monastero o la Casa di Gioacchino (cfr Fr. Suriano, 1485, e Anselmo 1509).

In epoca mamelucca (XIV e XV secolo d.C.) il recinto rimase in funzione per i viaggiatori e pellegrini. In epoca turca (dopo il XVI secolo d.C.) il recinto fu ricostruito sopra le rovine precedenti, recando per l’occasione danni alle strutture originali. Subì danni notevoli durante le operazioni belliche del 1917, e fu restaurato parzialmente durante il Mandato inglese sulla Palestina (1934-1936).

I resti della locanda erano stati registrati e studiati da C.R. Conder e H.H. Kitchener, nel corso del Survey of Western Palestine, (London 1883, vol. 3: 207-209).

Nella visita fatta al sito nell’anno 1939, padre Bellarmino Bagatti aveva trovato ancora le tracce del vallo, due stanze e il muro di cinta nella fortezza crociata; e aveva fotografato gli ultimi frammenti di mosaico della chiesa (cfr il resoconto in B. Bagatti, Antichi villaggi cristiani di Samaria, Jerusalem 1979: 75-79).
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Ancora una volta commuove il pensare che Gesù traduceva la sua sapienza in luoghi ed esperienze tangibili.
Chissà se Tolkien si ispirò alla locanda di Gerico per "Il Puledro Impennato" di Brea.
E' commovente pensare che Gesù sapeva che quel tratto di strada era pericoloso e rinomato per gli assalti dei predoni...
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