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KIERKEGAARD FELICITA' E DOLORE

Colpa rimorso perdono: la via di Cristo è tutta qui. Il bluff della Cultura moderna? Kierkegaard tra dolore e felicità: chi potrà mai sciogliere il nodo d’una simile contraddizione se non Dio stesso l’autore del nostro esistere.

di

Francesco Lamendola

Vi sono pochissimi libri, nel mare pressoché infinito delle cose che furono scritte, che hanno sempre qualcosa da dire; vi sono pochissimi autori, fra i milioni che affliggono l’umanità con le loro opere noiose o sciocche, che non solo non deludono mai, ma che ci arricchiscono sempre, qualsiasi cosa dicano, qualsiasi frase da essi pronunciata si scelga di rileggere: non perché sia tutto condivisibile, ma perché è tutto intelligente, originale, profondo. A parte i classici, sui quali si può sempre contare e non si sbaglia mai, fra i moderni ce ne sono forse un paio che hanno queste caratteristiche: Nietzsche e Kierkegaard. Ma con Nietzsche, per quanto sia un piacere leggerlo e meditarlo, bisogna sempre fare la fatica di purgare idealmente la sua pagina da quella patina di disperazione rivestita di forzato ottimismo e di malsano buonumore, che colpisce come un pugno nello stomaco e ha il potere di attenuare gran parte del fascino indiscusso, pienamente appagante per la mente e per lo spirito, che altrimenti potrebbe esercitare – e avrebbe tutte le caratteristiche per farlo. Con Kierkegaard è diverso: come con Bach, quando ci si lascia prendere per mano da lui, non si rischia mai né di annoiarsi, né di stancarsi, né soprattutto di andare fuori strada: la sua è la mano di un amico certo, indefettibile, che sicuramente ci accompagnerà fino alla nostra meta, non qualunque essa sia, ma quale deve essere. Così, ogni volta che prendiamo in mano un libro di Kierkegaard, lo apriamo a caso e gettiamo lo sguardo sulla prima frase ci capiti sotto l’occhio, ebbene mai, mai, neppure una volta, ci è accaduto di restare delusi; sempre abbiamo trovato una pietra preziosa, elargita con una tale naturalezza, quasi con una tale noncuranza – benché questa non sia la parola giusta, perché nulla, in lui, è superfluo, privo di spessore e di una solida, tangibile serietà morale – da lasciare letteralmente incantati.

Stamattina abbiamo ripreso in mano, per l’ennesima volta, Aut-Aut, uno di quei libri che gli spiriti superficiali, dopo averli letti una volta, credono di averlo capito sino in fondo, e non ci pensano più; ed ecco la pagina sulla quale ci è caduto lo sguardo (titolo originale: Enten-Eller; facciamo riferimento all’edizione ridotta nella traduzione dal danese di K. M. Guldbrandsen e Remo Cantoni Milano, Mondadori, 1956, 1977, ecc., p. 115-116):

Ed ora non fraintendermi. Non sono l’uomo che pensa che non si debba mai soffrire; disprezzo questa meschina saggezza, e se ho da scegliere, preferisco sopportare sino in fondo il dolore. Soffrire è bello, e nelle lacrime vi è del vigore; ma non bisogna soffrire come un uomo senza speranze. Tu escludi la speranza quando affermi che lo scopo della vita è di vivere nel dolore. V’è tra di noi, su questo punto, un contrasto che non può mai venir tolto. Io non posso vivere sotto determinazioni estetiche sento che vi perdo ciò che è di più sacro nella mia vita: esigo una determinazione più alta, e l’etica me la offre. Solo così il dolore acquista il suo vero e profondo significato. Non sentirti offeso da quel che dico qui, non metterti a criticarmi se io, parlando del dolore che richiede gli eroi per essere sopportato, parlo dei bambini. Un bambino ben educato è incline a chiedere perdono, senza riflettere troppo se abbia ragione o meno; così la persona generosa, l’anima profonda, è propensa a pentirsi senza contrattare con Dio; si pente e ama Dio nel suo pentimento. Senza di questo la sua vita è nulla, solo una schiuma sull’acqua. Ti assicuro che se la mia vita fosse, senza mia colpa, intessuta di dolori e sofferenze tali da potermi chiamare il più grande eroe tragico, da potermi dilettare del mio dolore e da far inorridire il mondo nominandolo, la mia scelta sarebbe già fatta: spoglierei l’abito dell’eroe e il pathos della tragedia; non voglio esser il tormentato che può andar orgoglioso dei suoi dolori, sono l’umiliato, che sente la sua colpa; ho una sola parola per quello che soffro: COLPA, una sola parola per il mio dolore: RIMORSO, una sola speranza davanti a me: PERDONO. E se mi sarà difficile farlo, mi getterò per terra ed invocherò l’eterno potere che governa il mondo per ottenere come grazia, presto o tardi, che mi sia concesso di pentirmi; poiché conosco un solo dolore che mi possa portare nel precipizio della disperazione: che il rimorso dia un disappunto; non in riferimento al perdono che cerca, ma all’imputazione che presuppone.

Credi tu che il dolore, comportandomi così, non venga consacrato nel suo diritto, credi che io lo sfugga? Niente affatto! Lo depongo nel mio essere e perciò non lo dimentico mai. È davvero una miscredenza nel valore dello spirito non osar di credere che io possa possedere in me qualche cosa senza andarlo a guardare ogni momento. Quello che nella vita quotidiana si vuol nascondere meglio, lo si depone in un luogo dove non si va tutti i giorni, e questo accade anche in senso spirituale. Io ho il dolore in me, e so che appartiene al mio essere; lo so con molto maggiore certezza di chi, temendo di perderlo, lo va a tirar fuori ogni giorno.


Per capire e per gustare sino in fondo una pagina di prosa come questa è necessaria una pre-condizione: aver prima bonificato la propria mente e il proprio cuore da tutte le scorie che la modernità vi ha deposto, come un fiume limaccioso dopo le grandi piogge, ricoprendole con uno spesso strato di fango, tronchi divelti e carogne di animali trascinati a valle. Se c’è una cosa che la cultura moderna, infatti, non sopporta; se c’è una cosa che suscita un orrore istintivo, irrefrenabile, in tutte le intelligenze e in tutti gli spiriti moderni, è proprio l’idea che esista una relazione fra il dolore e la colpa; anzi, più in generale, che esistano delle colpe vere proprie, e non, semmai, delle semplici, comprensibili debolezze, o, per usare il linguaggio untuoso e volutamente ambiguo della contro-chiesa bergogliana, delle “fragilità”; e, contestualmente a ciò, che l’uomo, per usare una tipica espressione di Kierkegaard, contro Dio ha sempre torto. Delle colpe? Delle colpe delle quali provare rimorso? Delle colpe che ci mettono in una posizione tale verso Dio, da aver bisogno assolutamente del suo perdono, perché Lui solo può perdonare, Lui solo può prendere quelle colpe sopra di sé e pagare per noi il prezzo del riscatto, come fece il Figlio sulla Croce e come si rinnova ogni volta che il sacerdote celebra il sacrificio della Messa? Ma quando mai! Quali colpe, in nome del Cielo? L’uomo non ha colpe, ma solo - l’abbiamo già detto – delle umane e comprensibilissime debolezze: non è certo per questo che egli deve provare rimorso, né deve implorare il perdono del suo Creatore! La sola idea che l’uomo sia colpevole suona come una provocazione insopportabile agli orecchi della cultura moderna: se l’uomo è misura a se stesso, di che mai sarà colpevole? Tutt’al più, può accadere che ecceda la misura di quel che fa, ma pur sempre restando entro il suo diritto, che è anche quello di eccedere, se ne ha voglia: nessuno può imporgli dei limiti, dei vincoli dall’esterno, tanto meno dal di sopra, perché egli non riconosce nulla e nessuno che si trovino al di sopra di lui stesso.

Come? Il Peccato originale? Eh, via: una favola, un’allegoria che andava bene per i nostri nonni, sempliciotti e creduloni; ma oggi nessuno la potrebbe prendere più sul serio, nemmeno i cattolici, che sono diventati adulti e responsabili. Andiamo a vedere cosa ne dicono i teologi moderni; andiamo a vedere che ne dice il clero dopo il Concilio Vaticano II, se pure ne dice qualcosa: perché a noi sembra che su tutta la faccenda sia stato fatto cadere uno spesso muro di silenzio carico d’imbarazzo. Ed è logico: la cultura moderna è figlia dell’illuminismo, dunque è figlia anche del pensiero di Rousseau e del suo simpatico Buon Selvaggio, del suo caro Emilio e di tutti gli stucchevoli bamboleggiamenti a base di primitivismo: ma se Adamo ed Eva peccarono realmente, se peccarono in maniera tale da trascinare nelle conseguenze del loro peccato l’intera umanità, allora non resta più spazio per il Buon Selvaggio, e nessuno può più trastullarsi con l’idea della Bontà Originaria dell’uomo. E questa è una cosa che l’uomo moderno non può accettare, ad alcun patto; se cede su quel punto, dovrebbe poi cedere su tutto il resto, compresa la pretesa di rifare il mondo come se ne fosse il padrone e signore assoluto. Dovrebbe cedere sul suo diritto a praticare l’aborto, l’eutanasia, il cosiddetto matrimonio omosessuale e il cambiamento di sesso; dovrebbe cedere sul suo diritto a effettuare la fecondazione eterologa, la clonazione, la modifica degli organismi destinati all’alimentazione: in breve, dovrebbe rinunciare a tutte le applicazioni delle scoperte scientifiche relative al DNA, alla fecondazione, alla duplicazione degli esseri viventi, che lo hanno gonfiato d’un orgoglio smisurato nelle sue ulteriori possibilità.

Ora, Kierkegaard non cerca di spiegare il dolore: si limita a prendere atto che esso c’è, che fa parte della condizione umana e che agli uomini è dato solo decidere come lo vogliono vivere, quale uso intendono farne, quale morale ne vogliono trarre. E già qui si vede la distanza abissale che lo separa dalla filosofia moderna, in particolare dall’idealismo hegeliano, ossessionata com’è dalla pretesa di spiegare ogni cosa, e disposta, se non ne è capace, perfino a inventarsi letteralmente la realtà, pur di levarsi la soddisfazione di spiegare a parole ciò che non sa nemmeno comprendere. In questo senso, quasi tutta la cultura moderna è un gigantesco bluff, nel quale colui che a malapena ha compreso 10, pretende d’insegnare agli altri 20, 50, o magari 100, laddove perfino i bambini si accorgono subito se il maestro che pretende di far loro la lezione non sa, in realtà, quasi nulla di ciò che sta dicendo, e per nascondere la sua presuntuosa ignoranza si serve di paroloni, di concetti arzigogolati, di astrusi e nebulosi filosofemi, di fumisterie da venditore ambulante. Dunque: il dolore c’è, fa parte della vita; una parte non secondaria, né accidentale; non esiste alcuno che possa dirsene indenne, che possa proclamare la propria inattaccabilità – a meno di chiudersi a riccio nel disperato stoicismo di certi filosofi antichi, i quali, per risparmiarsi di soffrire, si mutilavano del gusto di vivere e si corazzavano in una infelicità deliberata e permanente, solo in apparenza rivestita d’imperturbabilità. Perché l’altro punto certo, nella condizione umana, è l’aspirazione alla felicità: che non è un di più, un’aggiunta facoltativa, né una compensazione immaginaria ma un elemento strutturale, costitutivo, essenziale dello statuto ontologico dell’essere umano. E dunque, come conciliare le due cose: la certezza del dolore e l’indubitabilità della tensione verso la felicità? Questo per il pensiero moderno è un fatale vicolo cieco: a meno di evitarlo truccando le carte e negando che il dolore sia inevitabile, oppure negando che la felicità sia inscritta a caratteri indelebili nel destino dell’essere umano, tanto quanto la certezza di dover morire. E in effetti, quale dolore più grande di questo: dover prendere atto che tutte le cose, anche le più belle, sono destinate a morire; che tutte le cose e le persone care, una alla volta, ci lasceranno; e che alla fine noi stessi lasceremo questo mondo, questa vita, la quale, pur coi suoi dolori, era per noi così preziosa, che il solo pensiero di dovercene separare ci ha sempre riempiti, fin da piccoli, d’un orrore e uno spavento incontenibili?

Su questo punto il filosofo Kierkegaard si ferma e cede il passo al teologo Kierkegaard. Sì, noi siamo fatti per soffrire e per morire; ma sì, noi siamo fatti anche per amare la vita e per desiderare, con tutte le nostre forze, la felicità. E chi potrà mai sciogliere il nodo d’una simile contraddizione, se non Dio stesso, l’autore del nostro esistere? Da parte nostra è necessario un elemento preliminare: l’umiltà. Umilmente dobbiamo riconoscerci colpevoli, cioè peccatori; umilmente dobbiamo ammettere che non siamo capaci di essere quali dovremmo essere, di rispondere pienamente alla chiamata di Dio; umilmente dobbiamo confessare che da soli non possiamo far nulla e solo uniti a Dio, uniformandoci a Lui, offrendoci a Lui, possiamo fare ed essere qualcosa. Senza un tale atto preliminare, tutto è vano; e poiché la cultura moderna ne è incapace, o meglio è del tutto refrattaria, per questo abbiamo detto che per capire il discorso di Kierkegaard, che poi è il discorso del Vangelo dobbiamo ripulire la nostra mente e il nostro cuore dalle scorie della visione moderna. Finché si resta nella prospettiva moderna, l’enigma resta insolubile, schiacciante, e spinge verso le due sole risposte possibili: la ribellione prometeica contro Dio o il cinismo e la malattia mortale della disperazione. Ma se usciamo dalla gabbia del pensiero moderno, che pretende di spiegare tutto e rifiuta il concetto della colpa, del rimorso e del perdono, ecco che un raggio di luce entra nella stanza chiusa, ecco che il vicolo cieco si rivela, in realtà, una strada verso l’infinito. Ma perché io dovrei riconoscermi colpevole di qualcosa, se so, in buona coscienza, di non aver fatto nulla? Ecco qui la tipica domanda, la tipica ribellione dell’uomo moderno, impregnato di superbia e totalmente refrattario a ogni pensiero di umiltà. Pensiamo alla parabola del figlio prodigo: è la parabola del perdono di Dio, che è frutto del rimorso e del pentimento (e non della misericordia di Dio, come un clero menzognero oggi starnazza dai pulpiti, come se Dio rimettesse i peccati anche a quelli che non vogliono esser perdonati). Ebbene ogni singolo uomo è come il figlio prodigo: ognuno è colpevole di egoismo e ingratitudine verso Dio. Chi non ha dissipato i talenti ricevuti; chi potrà dire: Eccomi, Dio: sono come Tu mi vuoi? Nessuno: siamo tutti colpevoli, tutti egoisti e ingrati. Eppure possiamo dire: Signore, non son degno che Tu entri nella mia casa, ma di’ soltanto una parola e sarò salvato.

Del 23 Luglio 2020

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Micheleblu
"tutta la cultura moderna è un gigantesco bluff" se lo capissero i popoli!
Christoforus78
Splendida ed illuminante riflessione
Diodoro
Infatti: l'uomo illuminato oscilla continuamente fra auto-esaltazione ("Io rifaccio il mondo, lo metto finalmente a posto, come un bravo orologiaio fa con un vecchio cipollone") e disperazione integrale ("Il mondo non sa che farsene di me... lui è eterno, io no").
L'uomo non-illuminato sa benissimo di non essere Dio, e che nessuno lo è (se non Gesù Cristo), e in questo trova la via per avere …More
Infatti: l'uomo illuminato oscilla continuamente fra auto-esaltazione ("Io rifaccio il mondo, lo metto finalmente a posto, come un bravo orologiaio fa con un vecchio cipollone") e disperazione integrale ("Il mondo non sa che farsene di me... lui è eterno, io no").
L'uomo non-illuminato sa benissimo di non essere Dio, e che nessuno lo è (se non Gesù Cristo), e in questo trova la via per avere pietà di sé e degli altri... e simpatia per il mondo