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IL TRIONFO DELL'IRRAZIONALITA'

Il materialismo è il trionfo dell’irrazionalità. Come "la cultura dominante" pur di escludere Dio dal nostro orizzonte ha preteso di spazzare via ogni traccia di ragionamento razionale, di logica e di puro e semplice buon senso.

di

Francesco Lamendola

Da ragazzino rimasi affascinato dalla scoperta delle scienze naturali e mi tuffai con tutto l’entusiasmo dei dodici, tredici anni, in quell’universo misterioso e sconfinato. Dapprima fu la passione per l’astronomia; più tardi della geologia; più tardi ancora, della botanica. Sullo scaffale della mia piccola biblioteca trovavano posto Le meraviglie del cielo di Guido Ruggieri, La stella Sole di Giorgio Abetti e il mitico Stelle di Zim-Baker, con quelle meravigliose illustrazioni dei pianeti non ancora raggiunti dalle sonde terrestri, e le figure mitologiche delle costellazioni tracciate sulla volta celeste. Mi piace, di tanto in tanto, tirarli fuori ancora adesso, sfogliarli e cercare in essi la molla che suscitò, o accompagnò e sviluppò, quel precoce interesse; e mi rendo conto che fu la stessa che si accese spontaneamente in me, come effetto della contemplazione del cielo notturno, nelle belle sere d’estate, in montagna; o dello spettacolo delle Alpi maestose che parevano cingere come una fortezza naturale, a breve distanza, l’orizzonte della mia città, quando l’ammiravo dalla cima del colle; e quello dei prati che in primavera esplodono del colore di mille fiori e riempiono l’aria di mille profumi: in una parola sola, lo spettacolo incantevole della bellezza. Non una bellezza qualsiasi, però; non una bellezza casuale, disposta come capita: no, una bellezza ordinata, perfetta, meravigliosa, che mi appariva evidente nelle forme e nelle figure di ogni oggetto della natura, dal più piccolo al più grande. Studiando e approfondendo, mi resi conto che quell’ordine meraviglioso era ancor più ricco e complesso di quel che possa apparire a prima vista: che in ogni goccia d’acqua, in ogni fiocco di neve, ci sono tanta bellezza e tanta armonia quante ce ne possono essere nel più superbo tramonto o nell’impalpabile e fiabesca magia dell’aurora boreale. Non solo: negli anelli di accrescimento delle piante vi è un punto esatto, uno solo, lungo il quale sbocciano i rami di una pianticella, avvolgendone lentamente il fusto come una verdeggiante spirale aerea; e nelle distanze reciproche dei pianeti dal loro astro, e dei satelliti dai pianeti, esistono una regolarità, una simmetria talmente perfette, che gli ultimi pianeti sono stati scoperti proprio puntando il telescopio là dove alcune perturbazioni delle orbite facevano pensare che qualcosa interferisse nel normale movimento di rivoluzione.

Tutta questa bellezza e tutta questa armonia suggeriscono che l’universo è ordinato (kósmos, infatti, significa prima di tutto ordine, e poi universo), ed è inconcepibile che un tale ordine possa essere scaturito dal caso, cioè dalle forze della natura liberamente manifestate in una mera casualità, senza scopo né fine, così, semplicemente seguendo delle leggi nate, a loro volta, dal caso (altra contraddizione in termini). Un simile pensiero è così innaturale e assurdo che per formularlo è ben necessario mettere a tacere non solo la ragione, ma anche il puro e semplice buon senso: eppure è proprio quello che hanno fatto i moderni, specie a partire dalla cosiddetta Età dei Lumi. Siccome l’idea di un universo creato dall’amore di Dio dava loro fastidio per ragioni meramente ideologiche, si sono sforzati di eliminarla, tentando di spiegare il mondo come qualcosa che si è prodotto da se stesso, senza un’origine né una meta finale. La cosa, per quanto strampalata e quasi grottesca, era stata resa loro più facile dal fatto che i filosofi, già da alcuni secoli, avevano di fatto abolito le cause prime dei fenomeni e infine la stessa Causa Prima: e uno di essi, il barbaro Kant, aveva persino dichiarato inutile o inutilizzabile la metafisica, spostando tutto il corso del pensiero sul fenomeno e rinunciando a dire alcunché sulla cosa in sé. Eppure un ragazzino di dodici anni è già capace di vedere la fallacia di simili atteggiamenti ed è in grado di capire, come qualunque persona di retto sentire e di buona volontà che se l’universo è ordinato lo si deve a un ordinatore; se è affascinante, a un atto amorevole; che la bellezza e l’armonia che vi s’incontrano ad ogni passo, ad ogni istante, non possono che provenire da un Dio creatore che ha a cuore ogni singolo ente, ogni più piccola creatura, e che anzi li ha pensati fin da prima che iniziassero ad esistere, nel mistero insondabile della Sua mente fuori del tempo.

Rileggendo uno di quei libri che tanto mi avevano affascinato da ragazzo, sono rimasto colpito dalle ultime righe: così concludeva Guido Ruggieri Le meraviglie del cielo (Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1967, pp. 158-159):

L’allontanamento delle galassie, “l’espansione dell’universo” come viene comunemente chiamato, è l’ultimo capitolo del racconto che raccogliamo dai messaggi luminosi di quei sistemi lontani. Come le molecole di un fiocco di fumo che si disperde nell’aria, esse si disperdono nel grande vuoto. C’informano di ciò i loro deboli spettri, che pure, nei grandi strumenti, rivelano le righe di Fraunhofer. Queste righe sono tutte spostate verso l’estremo rosso dello spettro, e più una galassia è lontana, più lo spostamento è grande. Per un principio noto in fisica, questo spostamento indica un allontanamento da noi, una “recessione” come la si chiama in astronomia, e che è possibile misurare. Troviamo così delle fughe a velocità incredibilmente crescenti. Mentre le galassie distanti 40 milioni d’anni-luce si allontanano a 1.200 chilometri al secondo, quelle dell’ammasso della Crorona, a 900 milioni d’anni-luce, fuggono a 21.600 chilometri al secondo. Ancor più veloci, i remotissimi sistemi dell’Idra sprofondano nel cosmo ad ogni secondo, di 61.000 chilometri; e le misteriose “quasars”, non diverse nel comportamento dalle galassie, corrono verso l’incommensurabile abisso a velocità enormemente più elevate. Ma non si pensi che la nostra Galassia sia in posizione centrale e che tutte le altre la sfuggano. La nostra grande spirale non è il centro dell’universo, né più né meno come non lo è la Terra. Lo spazio si dilata trascinando le galassie; e in qualunque punto dello spazio noi ci trovassimo, l’effetto sarebbe identico.

Si è cercato di spiegare per altra via lo spostamento delle righe spettrali verso il rosso, ma senza risultati soddisfacenti. L’espansione dell’universo si impone, benché sembri incredibile. Essa però comporta un passato, estremamente remoto, in cui le galassie dovevano essere molto vicine. Qualcosa d’immensamente grande è probabilmente successo allora. Intravvediamo forse l’inizio della creazione? È prematuro fare affermazioni. Forse intorno ai quindici miliardi di anni fa si è avuto un principio che ha portato allo stato attuale. Ma era davvero un principio, o era un rinnovamento?

Il nostro viaggio è chiuso; ci lascia soltanto il ricordo degli splendori dei cieli, di cui abbiamo cercato di cogliere un riflesso. Forse, al di là di queste luci, abbiamo intravisto una luce infinitamente più grande, davanti alla quale lo sterminato universo di galassie è ancora il pulviscolo che danza nel raggio di Sole. E in questa luce sconfinata avremo forse potuto riconoscere Colui che Dante chiama «L’Amor che mòve il Sole e l’altre Stelle».


Siamo certi che oggi una tale conclusione sarebbe “vietata” dalla cultura dominante; nessuna casa editrice consentirebbe a un divulgatore scientifico di insinuare fra le righe il pensiero che deve esserci stato un inizio, dopotutto; e che se le cose esistono, ed esistono con una tale inesauribile bellezza e complessità, non è cosa seria pensarle originate dal caso, o dal nulla, perché il caso non produce ordine, semmai il contrario, le leggi dell’entropia dimostrano che il caso crea il disordine, come quando si mescolano le carte di un mazzo e si fa sparire ogni traccia di disposizione ordinata; né originate dal nulla, perché il nulla è sempre e solo nulla, è non essere, e il non essere non produce l’essere, se non si vuol sostenere l’assurdo per partito preso.

E tuttavia, è proprio questo che è stato fatto dalla cultura dominante. Pur di escludere Dio dal nostro orizzonte, si è preteso di spazzare via ogni traccia di ragionamento razionale, di logica, di puro e semplice buon senso. L’allontanamento delle galassie, attestato dallo spostamento dello spettro luminoso verso il rosso, mostra che un tempo tutta la materia dell’universo doveva trovarsi concentrata in un solo punto; ma questo “punto” sa troppo di creazione dal nulla, e poiché il nulla non dà altro che nulla, bisogna che Qualcosa o Qualcuno abbia dato origine alle cose, abbia impresso loro il movimento, le abbia dirette verso un fine, così come l’ordine mirabile che si rivela sia in un singolo atomo, sia in un sistema galattico, indica che le cose si muovono e che si muovono secondo una precisa direzione. Tutto, insomma, se non si è ciechi o prevenuti, conduce a riconoscere che esiste una Causa Prima, senza la quale nulla sarebbe e nulla si muoverebbe e nulla tenderebbe verso alcunché. Perfino la teoria materialista dell’evoluzione delle specie, elaborata da Darwin col malcelato intento di estromettere Dio dal diritto di cittadinanza nelle scienze biologiche, suggerirebbe – se fosse vera – che tutte le specie, all’origine, erano ridotte a pochissime, o meglio a una sola: qualcosa di equivalente al punto iniziale dell’universo, nel quale tutta la materia era concentrata prima d’iniziare a espandersi nello spazio. Darwin si rende conto delle implicazioni teologiche della sua teoria, ma non ha l’onestà intellettuale di dire: qui la scienza si deve fermare, ma gli indizi suggeriscono che l’origine della vita, e della materia stessa, rimandano a qualcosa che sta oltre la vita e la materia, Qualcosa o Qualcuno che ha dato inizio a tutto.

Sfiorando la delicatissima e decisiva questione (delicatissima per la stabilità della sua teoria) dell’origine ultima delle specie, a monte di tutte le modificazioni e trasformazioni dei viventi che tale teoria presuppone, Darwin, verso la fine della sua opera maggiore, a un certo punto si domanda (da: Charles Darwin, L’origine delle specie; titolo originale: The origin of species by means of natural selection, 1859; traduzione dall’inglese di Celso Balducci, Roma, Newton Compton Editori, 1973, p. 424):

Si può chiedere fino a che punto io voglia portare la dottrina della modificazione delle specie. È una domanda cui è difficile rispondere, perché quanto più sono distinte le forme che prendiamo in esame, tanti minore è la forza delle argomentazioni. Però talune argomentazioni più importanti arrivano molto lontano. Tutti i membri di tutte e classi possono essere collegati fra di loro da catene di affinità e tutti possono essere classificati secondo lo steso principio, cioè in gruppi subordinati ad altri gruppi. Qualche volta i resti fossili tendono a colmare amplissime lacune esistenti fra gli ordini. Gli organi aventi struttura rudimentale dimostrano chiaramente che un antico progenitore possedeva questi stessi organi in condizioni di perfetto sviluppo, la qual cosa, in determinati casi, comporta una mole enorme di modificazioni nei discendenti. Nell’ambito di intere classi diverse strutture sono formate secondo uno steso schema e, in età embrionale, le specie si rassomigliano notevolmente fra di loro. Per questo sono certo che la teoria della discendenza con modificazioni si estende a tutti i membri di una stessa classe. Io credo che gli animali discendono al massimo da quattro o cinque progenitori e le piante da un numero di progenitori uguale o inferiore.

L’analogia mi porterebbe ancora un passo avanti, cioè mi indurrebbe a crede che tutti gli animali e tutte le piante discendono da un unico prototipo. (…)


E fino alla quinta edizione della sua celebre opera, ma non più nella sesta, Darwin concludeva il suo ragionamento con questa recisa affermazione (op. cit., p.425):

Per questo ne dedurrei per analogia che probabilmente tutti i viventi che siamo mai vissuti sulla terra discendono da una sola forma primitiva, nella quale la vita è stata primieramente infusa.

Certo: una sola forma primitiva è assai più logica di quelle quattro o cinque specie iniziali, che oltretutto non spiegano nulla, perché si limitano a ridurre il numero degli antenati, ma non risolvono la problematica circa la fissità o il mutamento progressivo delle specie. Una sola forma iniziale, dunque: e sia (sempre prendendo per buona la teoria evoluzionista, che invece fa acqua da tutte le parti). Ma quest’unica forma, o specie, da dove è venuta? Si è fatta da sé? Impossibile. È scesa da un altro pianeta, magari a bordo di un meteorite? Possibile, ma ciò sposterebbe solo il problema: e su quel meteorite, la forma iniziale come c’era arrivata? Come si era formata, come era nata, come era comparsa in qualche parte dell’universo? Quante contorsioni, quante contraddizioni, quante illogicità, pur di negare, negare ostinatamente, negare pervicacemente, la creazione, solo perché ammetterla vorrebbe dire ammettere Dio, e dunque riconoscere la Sua maestà e il debito di gratitudine che tutto ciò che esiste ha nei Suoi confronti.

Per questo dice san Paolo, parlando della manifestazione di Dio nella bellezza della natura, che gl’increduli si sono già condannati da se stessi (Rm.1,18-22):

18 In realtà l'ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell'ingiustizia, 19 poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. 20 Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; 21 essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. 22 Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti…

Del 06 Settembre 2021

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