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Arcivescovo Carlo Maria Viganò Commenta il Motu Proprio “Traditionis Custodes”

LAPIDES CLAMABUNT

Dico vobis quia si hii tacuerint, lapides clamabunt.
Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre Lc 19,40

Traditionis custodes: questo è l’incipit del documento con il quale Francesco cancella d’imperio il precedente Motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI. Non sarà sfuggito il tono quasi canzonatorio della ampollosa citazione di Lumen gentium: proprio nel momento in cui Bergoglio riconosce i Vescovi come custodi della Tradizione, chiede loro di impedirne l’espressione orante più alta e sacra. Chi cerca di trovare nelle pieghe del testo un qualche escamotage per aggirarlo sappia che la bozza fatta pervenire alla Congregazione per la Dottrina della Fede per la revisione era estremamente più drastica del testo finale: una conferma, se mai ve ne fosse stato bisogno, che non sono state necessarie particolari pressioni da parte dei nemici storici della Liturgia tridentina – ad iniziare dagli eruditi del Sant’Anselmo – per convincere Sua Santità a cimentarsi in ciò che gli riesce meglio: demolire. Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant.
Il modus operandi di Francesco
Francesco ha sconfessato ancora una volta la pia illusione dell’ermeneutica della continuità, affermando che la coesistenza tra Vetus e Novus Ordo è impossibile perché questi sono espressione di due impostazioni dottrinali ed ecclesiologiche inconciliabili. Da un lato vi è la Messa Apostolica, voce della Chiesa di Cristo; dall’altro la “celebrazione eucaristica” montiniana, voce della chiesa conciliare. E non è, questa, un’accusa pur legittima mossa da chi esprime riserve sul rito riformato e sul Vaticano II; ma un’ammissione, anzi una orgogliosa affermazione di appartenenza ideologica da parte dello stesso Francesco, capo della fazione più estremista del progressismo. Il suo duplice ruolo di papa e di liquidatore della Chiesa Cattolica gli permette da un lato di demolirla a colpi di decreti e atti di governo, dall’altro di usare del prestigio che la sua carica comporta per instaurare e diffondere la nuova religionesulle macerie di quella vecchia. Poco importa se le modalità con cui egli agisce contro Dio, contro la Chiesa e contro il gregge del Signore sono in stridente conflitto con i suoi appelli alla parresia, al dialogo, al costruire ponti e non erigere muri: la chiesa della misericordia e l’ospedale da campo si rivelano vuoti artifici retorici, quando a beneficiarne dovrebbero essere i Cattolici e non eretici o fornicatori. In realtà, ognuno di noi sa bene che l’indulgenza di Amoris laetitia nei riguardi dei pubblici concubinari e degli adulteri sarebbe ben poco immaginabile verso quei “rigidi”, contro i quali Bergoglio scaglia i suoi strali appena ne ha l’occasione.
Abbiamo compreso tutti, dopo anni di pontificato, che le ragioni addotte da Bergoglio per declinare un incontro con un Prelato, un politico o un intellettuale conservatore non valgono per il Cardinale molestatore, il Vescovo eretico, il politico abortista, l’intellettuale globalista. Vi è, insomma, una palese differenza di comportamento, dalla quale si può cogliere la parzialità e partigianeria di Francesco a tutto vantaggio di qualsiasi ideologia, pensiero, progetto, espressione scientifica, artistica o letteraria che non sia cattolica. Tutto ciò che anche solo vagamente rievoca alcunché di cattolico sembra suscitare nell’inquilino di Santa Marta un’avversione a dir poco sconcertante, non fosse che in ragione del Soglio sul quale egli sta assiso. Molti hanno rilevato questa dissociazione, questa sorta di bipolarismo di un papa che non si comporta da Papa e non parla come un Papa. Il problema è che non ci troviamo dinanzi ad una sorta di latitanza del Papato, come potrebbe avvenire in presenza di un Pontefice malato o molto anziano; ma di un’azione costante, organizzata e pianificata in senso diametralmente opposto all’essenza stessa del Papato. Non solo Bergoglio non condanna gli errori del tempo presente – non lo ha mai fatto! – ribadendo con forza la Verità cattolica, ma si adopera attivamente a divulgarli, a farsene promotore, a incoraggiarne i fautori, a diffonderne le massime e ad ospitarne in Vaticano gli eventi, mentre mette a tacere quanti quegli errori li denunciano. Non solo non punisce i Prelati fornicatori, ma li promuove e li difende addirittura mentendo, mentre rimuove Vescovi conservatori e non dissimula il fastidio per gli accorati appelli dei Cardinali non allineati al nuovo corso. Non solo non condanna i politici abortisti che si proclamano cattolici, ma interviene per impedire che la Conferenza Episcopale si pronunci a tal proposito, contraddicendo quel sentiero sinodale che sull’altro versante gli consente di avvalersi di una minoranza di ultraprogressisti per imporre la propria volontà alla maggioranza dei Padri sinodali.
La costante di questo atteggiamento, rilevabile nella sua forma più sfrontata e arrogante in Traditionis custodes, è la duplicità e la menzogna. Una duplicità di facciata, ben inteso, quotidianamente sconfessata da prese di posizione tutt’altro che prudenti a favore di una parte ben precisa, che per brevità possiamo identificare con la Sinistra ideologica, anzi con la sua evoluzione più recente in chiave globalista, ecologista, transumana e LGBTQ. Siamo giunti al punto che anche le persone semplici e poco addentro alle questioni dottrinali hanno compreso che abbiamo un papa non cattolico, quantomeno nel senso stretto del termine. Questo pone dei problemi di natura canonica non indifferenti, che non sta a noi risolvere ma che prima o poi andranno affrontati.
L’estremismo ideologico
Un altro elemento significativo di questo pontificato, portato alle estreme conseguenze con Traditionis custodes, è l’estremismo ideologico di Bergoglio. Un estremismo che è deplorato a parole quando riguarda altri, ma che si mostra nella sua espressione più violenta e spietata quando è lui stesso a metterlo in pratica contro i sacerdoti e i laici legati al rito antico e fedeli alla Sacra Tradizione. E mentre nei riguardi della Fraternità San Pio X egli si mostra disposto a concessioni e a rapporti di “buon vicinato”, verso i poveri sacerdoti e fedeli che per mendicare una Messa in latino devono sopportare mille umiliazioni e ricatti non mostra alcuna comprensione, alcuna umanità. Questo comportamento non è casuale: il movimento di Monsignor Lefebvre gode di una propria autonomia e indipendenza economica, e per questo non ha motivo di temere ritorsioni o commissariamenti da parte della Santa Sede; mentre i Vescovi, i sacerdoti e i chierici incardinati nelle Diocesi o negli Ordini religiosi sanno che su di loro grava la spada di Damocle della rimozione, della dimissione dallo stato ecclesiastico, della privazione degli stessi mezzi di sussistenza.
L’esperienza della Messa Tridentina nella vita sacerdotale

Chi ha avuto l’opportunità di seguire i miei interventi e le mie dichiarazioni, sa bene quale sia la mia posizione sul Concilio e sul Novus Ordo; ma sa anche quale sia la mia formazione, il mio curriculum al servizio della Santa Sede e la mia presa di coscienza relativamente recente a proposito dell’apostasia e della crisi in cui ci troviamo. Per questo motivo, tengo a ribadire la mia comprensione per il percorso spirituale di coloro che, proprio a causa di questa situazione, non possono o non sono ancora in grado di compiere una scelta radicale, come ad esempio celebrare o assistere esclusivamente alla Messa di San Pio V.
Molti sacerdoti scoprono i tesori della veneranda Liturgia tridentina solo nel momento in cui la celebrano e se ne lasciano permeare, e non è raro che l’iniziale curiosità verso la “forma straordinaria” – certamente affascinante per la solennità composta del rito – si muti presto nella consapevolezza della profondità delle parole, nella chiarezza della dottrina, nella ineguagliabile spiritualità che essa fa nascere e alimenta nelle nostre anime. Vi è un’armonia perfetta che le parole non possono esprimere, e che il fedele riesce a comprendere solo in parte, ma che toccano il cuore del Sacerdozio come solo Dio sa fare.
Lo possono confermare i miei Confratelli che si sono avvicinati all’usus antiquior dopo decenni di obbediente celebrazione del Novus Ordo: si apre un mondo, un cosmo che comprende la preghiera del Breviario con le lezioni dei Mattutini e i commenti dei Padri, i rimandi ai testi della Messa, il Martirologio nell’Ora di Prima… Sono parole sacre non perché sono espresse in latino, ma al contrario sono espresse in latino perché la lingua del volgo le avvilirebbe, le profanerebbe appunto, come osservava saggiamente dom Guéranger.
Sono le parole della Sposa allo Sposo divino, parole dell’anima che vive in intima unione con Dio, dell’anima che si lascia inabitare dalla Santissima Trinità. Parole essenzialmente sacerdotali, nell’accezione più profonda del termine, che implica nel Sacerdozio non solo il potere di offrire il sacrificio, ma di unirsi nell’oblazione di sé alla Vittima pura, santa e immacolata.
Nulla a che vedere con gli sproloqui del rito riformato, troppo intento a compiacere la mentalità secolarizzata per rivolgersi alla Maestà di Dio e alla Corte celeste; così preoccupato di rendersi comprensibile, da dover rinunciare a comunicare alcunché se non ovvietà prive di vigore; così attento a non urtare la suscettibilità degli eretici, da permettersi di tacere la Verità proprio nel momento in cui il Signore Iddio si rende presente sull’altare; così timoroso di chiedere al fedele il minimo impegno, da banalizzare il canto sacro e ogni espressione artistica legata al culto.
Il semplice fatto che alla redazione di quel rito abbiano collaborato dei pastori luterani, dei modernisti e massoni notori dovrebbe far comprendere, se non la malafede e il dolo, quantomeno la mentalità orizzontale, priva di slancio soprannaturale, che ha mosso gli autori della cosiddetta “riforma liturgica”. I quali, per quel che è dato sapere, non brillarono certo della santità di cui rifulgono gli autori sacri dei testi dell’antico Missale Romanum e dell’intero corpus liturgico.
Quanti di voi sacerdoti – e certamente anche molti laici – nel recitare i versi mirabili della Sequenza di Pentecoste vi siete commossi fino alle lacrime, comprendendo che quella vostra iniziale predilezione per la liturgia tradizionale non aveva nulla a che vedere con uno sterile compiacimento estetico, ma si era evoluta in una vera e propria necessità spirituale, irrinunciabile come lo è respirare? Come potete, come possiamo spiegare a chi oggi vorrebbe privarvi di questo bene inestimabile, che quel rito benedetto vi ha fatto scoprire la vera natura del vostro Sacerdozio, e che da esso e solo da esso potete trarre forza e nutrimento per affrontare gli impegni del vostro ministero? Come far comprendere che il ritorno obbligato al rito montiniano rappresenta per voi un sacrificio impossibile, perché nella quotidiana battaglia contro il mondo, la carne e il diavolo esso vi lascia disarmati, prostrati e senza forze?

È evidente che solo chi non ha celebrato la Messa di San Pio V può considerarla come un fastidioso orpello del passato, del quale si può fare a meno. Anche molti giovani sacerdoti, abituati sin dalla loro adolescenza al Novus Ordo, hanno compreso che le due forme del rito non hanno nulla in comune, e che una è talmente superiore all’altra da mostrarne tutti i limiti e le criticità, al punto da rendere quasi penoso celebrarla.
Non è questione di nostalgia, di culto del passato: qui parliamo della vita dell’anima, della sua crescita spirituale, dell’ascesi e della mistica. Concetti che quanti vedono il proprio Sacerdozio come un mestiere non possono nemmeno comprendere, così come non possono comprendere lo strazio che prova un’anima sacerdotale nel vedere profanate le Specie Eucaristiche durante i grotteschi riti di Comunione all’epoca della farsa pandemica.
La visione riduttiva della liberalizzazione della Messa
Ecco perché trovo estremamente sgradevole dover leggere in Traditionis custodes che il motivo per il quale Francesco ritiene che il Motu Proprio Summorum Pontificum abbia potuto essere promulgato quattordici anni fa risiede solo nella volontà di ricomporre il cosiddetto scisma di Monsignor Lefebvre. Certo, il calcolo “politico” può aver avuto il suo peso, soprattutto all’epoca di Giovanni Paolo II, anche se allora i fedeli della Fraternità San Pio X erano numericamente pochi; ma la richiesta di poter ridare cittadinanza alla Messa che per due millenni ha nutrito la santità dei fedeli e ha dato linfa vitale alla civiltà cristiana non può esaurirsi in un fatto contingente.
Con il suo Motu Proprio, Benedetto XVI ha ridato alla Chiesa la Messa Apostolica Romana, dichiarando che essa non era mai stata abolita. Indirettamente, egli ha ammesso che da parte di Paolo VI vi fu un abuso, quando per imporre d’autorità il suo rito proibì con spietatezza la celebrazione della Liturgia tradizionale. E anche se in quel documento vi possono essere degli elementi incongruenti, come ad esempio la compresenza delle due forme dello stesso rito, possiamo ritenere che questi siano serviti per consentire la diffusione della forma straordinaria, senza colpire quella ordinaria. In altri tempi, sarebbe parso incomprensibile lasciar celebrare una Messa intrisa di equivoci e omissioni, quando l’autorità del Pontefice avrebbe potuto semplicemente ripristinare l’antico rito. Ma oggi, con il pesante fardello del Vaticano II e con la mentalità secolarizzata ormai diffusa, anche la sola liceità di celebrare senza permessi la Messa Tridentina può essere considerata un bene innegabile; un bene che è sotto gli occhi di tutti, per i copiosi frutti che porta nelle comunità in cui essa viene celebrata. E che di frutti ne avrebbe portati ancora di più, se solo si fosse applicato Summorum Pontificum in tutti i suoi punti e con spirito di vera comunione ecclesiale.
Il presunto «uso strumentale» del Missale Romanum
Francesco sa bene che il sondaggio effettuato presso i Vescovi di tutto il mondo non ha dato esiti negativi, nonostante la formulazione delle domande lasciasse comprendere quali fossero le risposte che egli si aspettava di ricevere. Quella consultazione fu un atto pretestuoso, per far credere che la decisione da lui assunta fosse inevitabile e frutto di una richiesta corale dell’Episcopato. Sappiamo tutti che se Bergoglio vuole ottenere un risultato, non esita a ricorrere a forzature, menzogne e colpi di mano: le vicende degli ultimi Sinodi lo hanno dimostrato aldilà di ogni ragionevole dubbio, con l’Esortazione Post-sinodale redatta ancor prima della votazione dell’Instrumentum laboris. Anche in questo caso, quindi, lo scopo prefissato era l’abolizione della Messa Tridentina e la profasis, ossia la scusa apparente, doveva essere il presunto «uso strumentale del Missale Romanum del 1962, sempre di più caratterizzato da un rifiuto crescente non solo della riforma liturgica, ma del Concilio Vaticano II» (qui). Di quest’uso strumentale, in tutta onestà, si può casomai accusare la Fraternità San Pio X, che ha tutto il diritto di affermare ciò che ognuno di noi sa benissimo, ossia che la Messa di San Pio V è incompatibile con la dottrina e l’ecclesiologia postconciliare. Ma la Fraternità non è toccata dal Motu Proprio, e celebra da sempre usando il Messale del 1962 proprio in forza di quel diritto inalienabile che Benedetto XVI ha riconosciuto, e non creato ex nihilo nel 2007.
Il sacerdote diocesano che celebra la Messa nella chiesa che gli ha destinato il Vescovo, e che ogni settimana deve subire il terzo grado per le delazioni di zelanti cattolici progressisti solo perché ha osato far recitare il Confiteor prima di amministrare la Comunione ai fedeli, sa benissimo che non può parlar male del Novus Ordo o del Concilio, perché alla prima sillaba si troverebbe già convocato in Curia e spedito in una pieve sperduta tra i monti. Quel silenzio, spesso doloroso e quasi sempre percepito da tutti come più eloquente di tante parole, è lo scotto da pagare per avere la possibilità di celebrare la Santa Messa di sempre, per non privare i fedeli delle Grazie che essa riversa sulla Chiesa e sul mondo. E quel che è ancor più assurdo, è che mentre ci sentiamo dire impunemente che la Messa Tridentina dev’essere abolita perché incompatibile con l’ecclesiologia del Vaticano II, non appena noi diciamo la stessa cosa – ossia che la Messa montiniana è incompatibile con l’ecclesiologia cattolica – siamo immediatamente fatti oggetto di condanna e la nostra affermazione viene usata come prova al tribunale rivoluzionario di Santa Marta.
Mi chiedo quale malattia spirituale possa aver colpito i Pastori in questi decenni, per condurli ad essere non padri amorevoli ma spietati censori dei loro sacerdoti, occhiuti funzionari pronti a revocare tutti i diritti in forza di un ricatto che non cercano nemmeno di dissimulare. Questo clima di sospetto non giova minimamente alla serenità di tanti buoni sacerdoti, quando il bene che essi compiono è sempre posto sotto la lente di funzionari, che considerano i fedeli legati alla Tradizione come un pericolo, come una presenza fastidiosa da tollerare a patto che non emerga troppo. Ma come si può anche solo concepire una Chiesa in cui il bene è sistematicamente ostacolato, e chi lo compie viene visto con sospetto e tenuto sotto controllo? Comprendo quindi lo scandalo di tanti Cattolici, fedeli e non pochi sacerdoti, dinanzi a questo «pastore che invece di sentire l’odore delle sue pecore, le picchia rabbiosamente con un bastone» (qui).
L’equivoco di poter fruire di un diritto come se fosse una graziosa concessione lo ritroviamo anche nella cosa pubblica, dove lo Stato si permette di autorizzare spostamenti, lezioni scolastiche, aperture delle attività e svolgimento del lavoro, a patto che ci si sottoponga all’inoculazione del siero genico sperimentale. Così, come la “forma straordinaria” è concessa dietro accettazione del Concilio e della Messa riformata, anche nella sfera civile i diritti dei cittadini sono concessi dietro accettazione della narrazione pandemica, della vaccinazione e dei sistemi di tracciamento. Non stupisce che in molti casi siano proprio sacerdoti e Vescovi – e lo stesso Bergoglio – a chiedere che per accedere ai Sacramenti si sia vaccinati: la perfetta sincronia dell’azione sui due versanti è a dir poco inquietante.
Ma dov’è dunque quest’uso strumentale del Missale Romanum? Vogliamo piuttosto parlare dell’uso strumentale del Messale di Paolo VI, questo sì – per parafrasare le parole di Bergoglio – sempre di più caratterizzato da un rifiuto crescente non solo della tradizione liturgica preconciliare, ma di tutti i Concili Ecumenici precedenti al Vaticano II? D’altra parte, non è proprio Francesco a considerare una minaccia per il Concilio il semplice fatto che si possa celebrare una Messa che sconfessa e condanna tutte le deviazioni dottrinali del Vaticano II?
Altre incongruenze
Mai nella Storia della Chiesa un Concilio o una riforma liturgica costituirono un punto di rottura tra il prima e il dopo! Mai nel corso di questi due millenni i Romani Pontefici hanno deliberatamente tracciato un confine ideologico tra la Chiesa che li aveva preceduti e quella che si trovavano a governare, cancellando e contraddicendo il Magistero dei loro Predecessori! Quel prima e quel dopo, invece, sono divenuti un’ossessione, tanto di quelli che prudentemente insinuavano errori dottrinali dietro espressioni equivoche, quanto di coloro che – con la sfrontatezza di chi crede di aver vinto – propagandavano il Vaticano II come «il 1789 della Chiesa», come un evento “profetico” e “rivoluzionario”. Prima del 7 Luglio 2007, dinanzi alla liberalizzazione del rito tradizionale, un noto cerimoniere pontificio rispose piccato «Indietro non si torna!» Evidentemente, a Summorum Pontificum promulgato, con Francesco si può tornare indietro eccome, se serve a conservare il potere e a impedire al Bene di propagarsi! Il che echeggia sinistramente il «Nulla sarà più come prima» della farsa pandemica.
L’ammissione di Francesco circa una presunta divisione tra i fedeli legati alla liturgia tridentina e quelli che, in gran parte per abitudine o per rassegnazione, si sono adeguati alla liturgia riformata è rivelatrice: essa non cerca di sanare questa divisione riconoscendo pieni diritti ad un rito oggettivamente migliore rispetto a quello montiniano, ma proprio per impedire che sia evidente la superiorità ontologica della Messa di San Pio V e che questo faccia emergere le criticità del rito riformato e della dottrina che esso esprime, egli lo vieta, lo addita come divisivo, lo confina in riserve indiane cercando di limitarne al massimo la diffusione, perché abbia a scomparire del tutto, in nome della cancel culture di cui fu sciagurata anticipatrice la rivoluzione conciliare. Non potendo tollerare che il Novus Ordo e il Vaticano II escano inesorabilmente sconfitti dal confronto con il Vetus Ordo e il perenne Magistero cattolico, l’unica soluzione adottabile è cancellare ogni traccia di Tradizione, relegarla a nostalgico rifugio di qualche irriducibile ottuagenario o di una conventicola di eccentrici, o presentandola pretestuosamente come il manifesto ideologico di una minoranza di fondamentalisti. D’altra parte, costruire una versione mediatica coerente al sistema, da ripetere ad nauseam per indottrinare le masse, è elemento che ricorre non solo in ambito ecclesiastico, ma anche in ambito politico e civile, sicché appare nella sua sconcertante evidenza come deep church e deep state non siano altro che due binari paralleli, che vanno nella medesima direzione e hanno come destinazione finale il Nuovo Ordine Mondiale, con la sua religione e il suo profeta.
La divisione c’è, ovviamente, ma non viene dai buoni cattolici e sacerdoti che rimangono fedeli alla dottrina di sempre, bensì da coloro che hanno sostituito l’ortodossia con l’eresia e il Santo Sacrificio con un’agape fraterna. Quella divisione non è di oggi, ma risale agli anni Sessanta, quando lo “spirito del Concilio”, l’apertura al mondo e il dialogo interreligioso fecero strame di duemila anni di Cattolicità e rivoluzionarono l’intero corpo ecclesiale, perseguitando o ostracizzando i refrattari. Eppure quella divisione, compiuta col portare la confusione dottrinale e liturgica in seno alla Chiesa, non sembrava così deplorevole allora; mentre oggi, in piena apostasia, è giudicato paradossalmente divisivo proprio chi chiede non la condanna esplicita del Vaticano II e del Novus Ordo, ma almeno la tolleranza della Messa “in forma straordinaria”, in nome del tanto decantato pluralismo poliedrico.
Significativamente, anche nel mondo civile la tutela delle minoranze vale solo quando queste servono per demolire la società tradizionale, mentre è ignorata quando dovrebbe garantire i legittimi diritti dei cittadini onesti. Ed è diventato chiaro che sotto il pretesto della tutela delle minoranze si voleva solo indebolire la maggioranza dei buoni, mentre ora che la maggioranza è costituita da traviati la minoranza dei buoni può esser schiacciata senza pietà: la storia recente non manca di precedenti illuminanti al riguardo.
L’indole tirannica di Traditionis custodes
Sconcerta, a mio parere, non tanto questo o quel punto del Motu Proprio, quanto la sua complessiva indole tirannica, accompagnata da una sostanziale falsità delle argomentazioni addotte a giustificazione delle decisioni imposte. Così come scandalizza l’abuso di potere di un’autorità che ha la propria ragion d’essere non nell’impedire o limitare le Grazie che tramite la Chiesa sono elargite ai suoi membri, ma nel favorirle; non nel togliere gloria alla Maestà divina con un rito che ammicca ai Protestanti, ma nel renderla in modo perfetto; non nel seminare errori dottrinali e morali, ma nel condannarli ed estirparli. Anche qui, il parallelo con quanto avviene nel mondo civile è sin troppo evidente: i nostri governanti abusano del loro potere al pari dei nostri Prelati, imponendo norme e limitazioni in violazione dei più basilari principi del diritto. Inoltre proprio chi è costituito in autorità, su entrambi i fronti, spesso si avvale di un mero riconoscimento de facto da parte della base – cittadini e fedeli – anche quando le modalità con cui ha conquistato il potere violano, se non la lettera, quantomeno lo spirito della legge. Il caso dell’Italia, in cui un Governo non eletto legifera sull’obbligo vaccinale e sul green pass violando la Costituzione e i diritti naturali degli Italiani, non mi pare molto dissimile dalla situazione in cui si trova la Chiesa, con un Pontefice dimissionario sostituito da Jorge Mario Bergoglio, scelto – o quantomeno apprezzato e sostenuto – dalla Mafia di San Gallo e dall’Episcopato ultraprogressista. Rimane evidente che vi è una profonda crisi dell’autorità, civile e religiosa, in cui chi esercita il potere lo fa contro coloro che dovrebbe proteggere e soprattutto contro il fine per cui quell’autorità è costituita.
Analogie tra deep church e deep state
Penso si sia compreso che la società civile e la Chiesa soffrono dello stesso cancro che ha colpito la prima con la Rivoluzione Francese e la seconda con il Concilio Vaticano II: in entrambi i casi, il pensiero massonico è alla base della demolizione sistematica dell’istituzione e della sua sostituzione con un simulacro che ne mantiene le parvenze esterne, la struttura gerarchica e la forza coercitiva, ma con scopi diametralmente opposti a quelli che dovrebbe avere.
A questo punto, i cittadini da un lato e i fedeli dall’altro si trovano nella condizione di dover disobbedire all’autorità terrena, per obbedire a quella divina, che governa gli Stati e la Chiesa. Ovviamente i “reazionari” – ossia coloro che non accettano la perversione dell’autorità e vogliono rimanere fedeli alla Chiesa di Cristo e alla Patria – costituiscono un elemento di dissenso che non può essere in alcun modo tollerato, e che va quindi screditato, delegittimato, minacciato e privato dei propri diritti, in nome di un “bene pubblico” che non è più il bonum commune ma il suo contrario. Che siano tacciati di cospirazionismo o di tradizionalismo, di complottismo o di integralismo, questi pochi superstiti di un mondo che si vuole far scomparire costituiscono una minaccia al compimento del piano globale, proprio nel momento più cruciale della sua realizzazione. Ecco perché il potere reagisce in modo così scoperto, così sfrontato e violento: l’evidenza della frode rischia di esser compresa da un maggior numero di persone, di riunirle in una resistenza organizzata, di rompere il muro di silenzio e di feroce censura imposto dal mainstream.
Possiamo quindi comprendere la violenza delle reazioni dell’autorità, e prepararci ad una opposizione forte e determinata, continuando ad avvalerci di quei diritti che ci sono abusivamente e illecitamente negati. Certo, potremo trovarci a dover esercitare quei diritti in modo incompleto, quando ci viene negata la possibilità di viaggiare se non abbiamo il green pass o se il Vescovo ci proibisce di celebrare la Messa di sempre in una chiesa della sua Diocesi; ma la nostra resistenza agli abusi dell’autorità potrà comunque contare sulle Grazie che il Signore non cesserà di concederci, in particolare sulla virtù della Fortezza, indispensabile nei tempi di tirannide.
La normalità che spaventa
Se su un fronte possiamo vedere come la persecuzione dei dissenzienti sia ben organizzata e pianificata, sull’altro non possiamo non riconoscere la frammentazione dell’opposizione. Bergoglio sa bene che ogni movimento di dissenso dev’essere messo a tacere anzitutto creando divisione al suo interno e isolando sacerdoti e fedeli. Una proficua e fraterna collaborazione tra clero diocesano, religiosi ed Istituti Ecclesia Dei rappresenta un’eventualità da scongiurare, perché permetterebbe la diffusione della conoscenza dell’antico rito, oltre che un prezioso aiuto nel ministero. Ma questo significherebbe far diventare la Messa Tridentina una “normalità” nella vita quotidiana dei fedeli, cosa che per Francesco non è tollerabile. Per questo motivo, i sacerdoti diocesani sono lasciati alla mercé degli Ordinari, mentre gli Istituti Ecclesia Dei vengono posti sotto l’autorità della Congregazione dei Religiosi, quale triste preludio di un destino ormai segnato. Non dimentichiamo la sorte che toccò a fiorenti Ordini religiosi, colpevoli di esser benedetti da numerose vocazioni nate e cresciute proprio grazie all’odiata Liturgia tradizionale e all’osservanza fedele della Regola. Ecco perché certe forme di insistenza sull’aspetto cerimoniale delle celebrazioni rischia di legittimare provvedimenti di commissariamento e fa il gioco di Bergoglio.
Anche nel mondo civile, proprio nel favorire certi eccessi da parte dei dissenzienti, chi detiene il potere li emargina e legittima misure repressive nei loro confronti: pensiamo al caso dei movimenti no-vax e a quanto sia facile screditare le legittime proteste dei cittadini, enfatizzando le eccentricità e le incongruenze di pochi. Ed è sin troppo facile condannare alcuni esagitati che per esasperazione danno alle fiamme un padiglione per i vaccini, mettendo in ombra milioni di persone oneste che scendono in piazza per non essere marchiate con il passaporto sanitario o essere licenziate se non si lasciano vaccinare.
Non rimanere isolati e disorganizzati
Un altro elemento importante per tutti noi è la necessità di dare visibilità alla propria composta protesta e assicurare una forma di coordinamento all’azione pubblica. Con l’abolizione di Summorum Pontificum ci troviamo riportati indietro di vent’anni; questa infausta decisione da parte di Bergoglio di cancellare il Motu Proprio di Papa Benedetto è destinato ad un inesorabile fallimento, perché tocca l’anima stessa della Chiesa di cui il Signore è Pontefice e Sommo Sacerdote. E non è detto che l’intero Episcopato – come vediamo in questi giorni con sollievo – sia disposto a subire passivamente forme di autoritarismo che non contribuiscono certo alla pacificazione degli animi. Il Codice di Diritto Canonico assicura ai Vescovi la possibilità di dispensare i propri fedeli da leggi particolari o universali, a determinate condizioni; in secondo luogo, il popolo di Dio ha ben compreso l’indole eversiva di Traditionis custodes e istintivamente è portato a voler conoscere ciò che suscita tanta disapprovazione nei progressisti. Non stupiamoci quindi se nelle chiese in cui si celebra la Messa tradizionale vedremo fedeli provenienti dalla vita parrocchiale ordinaria e addirittura persone lontane dalla Chiesa. Sarà nostro dovere, come Ministri di Dio o come semplici fedeli, dar prova di fermezza e di serena resistenza ad un simile abuso, percorrendo con spirito soprannaturale il nostro piccolo Calvario quotidiano, mentre i nuovi sommi sacerdoti e gli scribi del popolo ci sbeffeggiano e ci additano come fanatici. Sarà la nostra umiltà, l’offerta silenziosa delle ingiustizie nei nostri riguardi e l’esempio di una vita coerente con il Credo che professiamo a meritare il trionfo della Messa Cattolica e la conversione di tante anime. E ricordiamoci che, avendo ricevuto molto, molto ci sarà chiesto.
Restitutio in integrum
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? (Lc 11, 11-12). Ora possiamo comprendere il senso di queste parole, considerando con dolore e con strazio del cuore il cinismo di un padre che ci dà le pietre di una liturgia senz’anima, le serpi di una dottrina corrotta e gli scorpioni di una morale adulterata. E che giunge a dividere il gregge del Signore tra coloro che accettano il Novus Ordo e quanti vogliono rimanere fedeli alla Messa dei nostri padri, esattamente come i governanti mettono uno contro l’altro i vaccinati e i non vaccinati.
Quando Nostro Signore, assiso su un puledro d’asina, fece ingresso in Gerusalemme mentre la folla stendeva mantelli al Suo passaggio, i farisei Gli chiesero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli». Il Signore rispose loro: «Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre» (Lc 19, 28-40). Da sessant’anni gridano le pietre delle nostre chiese, dalle quali è stato due volte proscritto il Santo Sacrificio. Gridano i marmi degli altari, le colonne delle basiliche, le volte svettanti delle cattedrali. Perché quelle pietre, consacrate al culto del vero Dio, oggi sono abbandonate e deserte, o profanate da riti esecrandi, o trasformate in parcheggi e supermercati, proprio come risultato di quel Concilio che ci si ostina a difendere. Gridiamo anche noi, che del tempio di Dio siamo pietre vive: gridiamo con fiducia al Signore, affinché ridia voce ai Suoi discepoli, oggi muti. E perché sia riparato il furto intollerabile di cui si sono resi responsabili proprio gli amministratori della Vigna del Signore.
Ma perché quel furto sia riparato, occorre che ci dimostriamo degni dei tesori che ci sono stati sottratti. Cerchiamo di farlo con la nostra santità di vita, con l’esempio delle virtù, con la preghiera e la vita dei Sacramenti. E non dimentichiamo che ci sono centinaia di buoni sacerdoti che sanno ancora in cosa consista la sacra Unzione con cui sono stati ordinati Ministri di Cristo e dispensatori dei Misteri di Dio. Il Signore si degna di scendere sui nostri altari anche quando essi sono eretti in cantine o soffitte. Contrariis quibuslibet minime obstantibus.

+ Carlo Maria Viganò,
Arcivescovo

28 Luglio 2021
Ss. Nazarii et Celsi Martyrum,
Victoris I Papae et Martyris ac
Innocentii I Papae et Confessoris


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