LA CHIESA CONTRO LA MAGIA

La Chiesa ha sempre combattuto la magia. A ragione. L’immagine stereotipata dell’inquisitore fanatico e la rivalutazione di "Magia e stregoneria" oggi presentate come innocui culti, ovvero dei fenomeni ingiustamente demonizzati.

di

Francesco Lamendola

Da quando alcuni studiosi moderni hanno deciso di rivalutare la magia e la stregoneria, o addirittura di presentarle come una innocua sopravvivenza di antichi culti della fertilità, e quindi a salutare la loro rinascita con la soddisfazione di chi vede recuperato all’ambito della civiltà moderna un fenomeno che era stato ingiustamente demonizzato, si sono letteralmente sprecate le interpretazioni di quei fenomeni in chiave buonista e progressista. Di colpo, streghe e maghi neri diventano innocenti donne e uomini perseguitato a torto, e la Chiesa cattolica viene messa sotto processo per il crimine di aver represso con la violenza una forma di libertà dell’individuo che appartiene alla sola sfera della coscienza, e non può essere soggetta al controllo di un’autorità esterna. Inutile dire che nessuno di tali studiosi si è mai dato la briga di vedere se magia e stregoneria siano realmente esistite o se per caso esistano tuttora, e se si possano ricondurre ad esse pratiche criminali come il sacrificio umano o l’evocazione di entità diaboliche: tanto più che la società moderna non crede a tali entità e, in genere, non crede a nulla che non appartenga alla realtà immanente e materiale; per cui le azioni della santa Inquisizione appaiono oggi non solo come efferate e sanguinarie, ma anche come irrazionali e folli.

Scriveva, ad esempio, Réginald Grégoire, già ordinario di Storia del Cristianesimo e di Storia medievale presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università di Urbino nel saggio Cristianesimo e pratiche magiche lungo la storia (in Credere, Edizioni del Messaggero, Padova, n. 6 del 2003, pp. 88-90):

Sulla base della nozione di religione, il cristianesimo, pur riconoscendo le esperienze delle differenti culture, respinge la magia. La distinzione fra atteggiamento magico e atteggiamento religioso è spesso incerta, trattandosi di comportamento frequentemente paralleli. Per esempio, la tradizione cristiana conosce l’uso magico delle reliquie, lo sfruttamento di santi guaritori e ausiliatori, un certo sacramentalismo “ex opere operato”; qualche santo esprime la sopravvivenza di divinità rurali, in conseguenza di un certo sincretismo motivato dall’assenza di una teologia della salvezza e della mediazione di Cristo Signore. Il criterio di distinzione consiste nell’intenzione e nell’orientamento mentale di chi vi ricorre, indipendentemente da ogni definizione teologica e filosofica, sociologica ed economica. (…)

Nel cristianesimo antico e medievale la magia era considerata opera del demonio; si sospettava la presenza di forze occulte. In particolare, in epoca di persecuzioni programmate dalla cultura giuridica imperiale romana, il magistrato incolpava il martire di ricorso a tecniche magiche per affrontare il supplizio senza apparentemente soffrire, mentre il credente applicava al giudice o all’imperatore un’identità demoniaca. Si capisce allora perché Svetonio qualificava il cristianesimo con il giudizio “malefica religio”.

Il concilio di Braga, nel 563, anatematizza chi crede nel potere demoniaco sui fenomeni atmosferici, noto con la denominazione di “magia tempestaria”. Questa condanna fu ripetuta dal vescovo Agobardo di Lione (840 ca.) e dal papa Gregorio VII, in una lettera inviata nel 1080 al re Haakon di Danimarca.

Nel Medioevo, secondo le dicerie popolari talvolta registrate dalle autorità civili ed ecclesiastiche, alcune donne patteggiavano con il demonio la cessione della propria anima dopo la morte, in cambio di poteri preternaturali da attuare in vita. Il fenomeno è noto: Teofilo e Faust sono l’equivalente maschile di un comportamento femminile registrato dalla letteratura e dall’agiografia, dal teatro e dall’iconografia. Avvenivano nei boschi dei presunti convegni notturni (“sabba”), ai quali queste donne giungevano asserendo di essere trasportate in volo a cavallo di una scopa o di un bastone, sotto la guida della divinità Holda (in Germania), di Diana o di Minerva. Il diavolo, con sembianze di caprone, guidava danze licenziose e accoppiamenti osceni. Tutto questo può essere interpretato con l’espressione di un incontro tra vetero-paganesimo e culti agrari. L’inquisitore domenicano Stefano di Borbone o di Bellavilla (+1261 ca.), nella sua raccolta di esempi ad uso dei predicatori, dal titolo: “Trattato di materie diverse per la predicazione”, nel 1230 è l’iniziatore e della narrazione di questi riti misteriosi; il primo processo di stregoneria fu celebrato nel 1258, e la prima condanna al rogo avvenne nel 1275. È interessante però far notare che la possibilità di un “sabba” delle streghe era stata già negata dalla legislazione carolingia, alla fine del sec. IX.

Nei secc. XII-XIII, si accentuò il terrore per le potenze demoniache, alle quali si attribuivamo fenomeni nervosi, isterismo ed epilessia, epidemie e altre disgrazie naturali, fino ad allora non spiegate per l’insufficienza delle conoscenze scientifiche (medicina, geologia, astronomia, ecc.) e dalla miseria sociale.

I papi Alessandro IV (1254-1261) e Giovanni XXII (1316-1334) con la bolla “Super illius specula” (1326), estendono la nozione di eresia alle pratiche di magia e di stregoneria, affidando gli indiziati a tribunali speciali. Con la bolla “Summis desiderantes affectibus” (5 dicembre 1484), Innocenzo VIII istituì l’Inquisizione per reprimere la magia e la stregoneria Questa nuova struttura ecclesiastica di indagine e di procedura penale fu affidata ai teologi domenicani e inquisitori per la Germania, Enrico Krämer (Institor) e Giacomo Sprenger. Insieme pubblicarono, nel 1486-87, il tristemente famoso “Martello delle streghe” (“Malleus malefica rum”), manuale di istruzione giudiziaria e di criminologia da utilizzare nei procedimenti decisi nei confronti di infelici donne (non necessariamente di cultura intellettuale limitata), dove la crudeltà e il sadismo non ammettevano la giurisprudenza e il buon senso. Quest’opera ottenne un notevole successo editoriale ed ebbe parecchie riedizioni.

Nel 1599 il gesuita spagnolo Martin Del Rio diede alla stampa “Disquisitionum magicarum libri sex”, in cui si dimostra la convinzione ecclesiastica circa gli effetti orribili dei patti con il diavolo e la realtà dei malefici compiuti dalle streghe.


Tutto il brano trasuda sensi di colpa non ancora esorcizzati ed è infarcito di luoghi comuni e interpretazioni storiche molto vicine, se non identiche, a quelle della tradizione anticattolica derivante dall’illuminismo e dal positivismo. Gli stereotipi sulla crudeltà e il sadismo degli inquisitori si sprecano addirittura, facendo di tutta l’erba un fascio, e passando sotto silenzio il fatto che in molti casi furono proprio gli inquisitori a rimettere in libertà delle persone che, altrimenti, sarebbero state linciate dal popolo o sarebbero state condannate a morte da un tribunale secolare. Perché, piaccia o non piaccia – e a molti, certamente, la cosa non piace -, l’Inquisizione può essere compresa solo adottando i parametri giuridici del tempo, che non permettono di vedere in essa una mostruosa novità, ma, al contrario, un tribunale speciale che aveva sostanzialmente il compito di circoscrivere le inchieste e di limitare la giustizia sommaria, allora così frequente, mediante inchieste che, per gli standard dell’epoca, si possono considerare abbastanza scrupolose, e tali da lasciare all’imputato la facoltà di salvarsi mediante una piena confessione (salvo essere consegnato al braccio secolare in caso di recidiva). Ed è innegabile che alcune categorie di soggetti a rischio, in particolare gli ebrei ingiustamente accusati di svariati crimini di natura occulta, nel complesso ebbero nella presenza dell’Inquisizione un fattore di protezione legale piuttosto che di aggravamento della loro situazione già critica: questo ormai lo ammettono tutti gli storici seri e obiettivi. L’immagine dell’inquisitore fanatico e assetato di sangue, il quale non vede l’ora di condannare al rogo il maggior numero di persone, anche senza prove o sulla base di tenuissimi indizi, nonché della confessione estorta con la tortura (una pratica che era comune alla giustizia secolare del tempo e non certo esclusiva della santa Inquisizione) nella maggior parte dei casi non corrisponde alla realtà. Senza negare che vi siano stati anche dei personaggi di tal genere, dai verbali in nostro possesso risulta che molti inquisitori non erano affatto inclini alla violenza indiscriminata e anzi seguivano la prassi giudiziaria con una scrupolosità e una moderazione che, di fatto, giocavano a favore dell’imputato.

Ciò detto, restano due limiti particolarmente evidenti in questo modo di ricostruire il processo storico della lotta ecclesiastica contro la magia e la stregoneria. Primo, non viene evidenziato il legame ideologico fra magia ed eresia, che invece era ben presente alla mente degli uomini di Chiesa, così come a tutti gli uomini del tempo: infatti sia l’eretico che lo stregone erano visti come soggetti gravemente eversivi e perciò pericolosi per la stabilità sociale, spirituale e morale. E questo era decisivo per una cultura, come quella medievale, che considerava la coesione sociale come il fattore principale e indispensabile per la vita comunitaria, al quale non si poteva rinunciare, né si poteva permettere che venisse aggredito e messo in forse da comportamenti, azioni e stili di vita che oggi, dopo la diffusione della cultura illuminista e di quella liberale, sono considerati come un sacrosanto diritto della libertà individuale, un diritto che la società deve rispettare e che la legge deve tollerare, almeno fino a che non si risolva in un’offesa vera e propria contro il sistema legislativo vigente. Insomma, l’uomo moderno è portato a pensare che ciò che egli crede attualmente, cioè che ciascuno ha diritto di fare tutto ciò che la legge non proibisce esplicitamente, sia un fatto perenne ed auto-evidente, e che chi va contro di esso, calpesta qualcosa che appartiene innegabilmente alla cultura di ogni società civile; mentre l’uomo medievale non la pensava affatto in tal modo, ma, al contrario, riteneva che il buon cittadino deve astenersi non solo da ciò che la legge espressamente vieta, ma anche da ciò che va contro la tradizione, il senso comune e la sensibilità propria della società nella quale egli vive. Società che non esiste solo per garantire i diritti individuali, ma, all’opposto, esiste per fornire agli uomini un quadro di riferimento intellettuale, morale, religioso e pratico al quale tutti devono attenersi, perché il valore supremo non è la libertà di espressione del singolo, ma la stabilità, la sicurezza e la pace interna del corpo sociale. E a ciò si aggiunga, per onestà intellettuale, che la fase più oscura e della repressione attuata dalla santa Inquisizione contro la stregoneria e la magia fu quella rinascimentale e moderna, non quella medievale, vale a dire quando già le idee dell’umanesimo si erano ampiamente diffuse anche tra le file del clero e perfino presso le regge dei papi: mentre la più sanguinaria di tutte le inquisizioni, quella spagnola, non dipendeva dalla Chiesa, ma direttamente dalla corona spagnola, alla quale doveva rispondere in prima persona, invece che all’autorità pontificia.

La seconda osservazione da fare riguarda la confusione che notiamo nell’approccio di studiosi come quello sopra citato fra il piano delle idee e quello della prassi. Una cosa è parlare delle ragioni di principio per cui la Chiesa cattolica vedeva nella magia e nelle stregoneria un nemico che meritava di essere combattuto implacabilmente, e una cosa è vedere come tale ostilità si manifestasse sul terreno dell’azione pratica, che, come abbiamo detto, non agiva nel vuoto, ma in un contesto storico ove idee analoghe erano consolidate anche nella società profana (non diciamo “laica”, perché sarebbe un anacronismo) ed erano ampiamente condivise dai massimi esponenti del mondo intellettuale. La Chiesa combatteva a morte la magia e la stregoneria perché vedeva in esse una delle vie maestre delle quali si serve il demonio per ostacolare il piano divino della Redenzione e perdere le anime: anime la cui salvezza era il fattore centrale dell’azione pastorale e il senso stesso dell’Incarnazione del Verbo, secondo la nota espressione della Prima lettera di San Giovanni (3,8): Chi commette il peccato viene dal diavolo, perché il diavolo è peccatore fin dal principio. Ora il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo.

Oggi noi facciamo fatica ad assumere questa prospettiva, perché la Chiesa stessa, a partire dal Concilio Vaticano II, sembra aver modificato radicalmente il proprio orientamento, mettendo in cima alle sue preoccupazioni pastorali non la diffusione della sola verità di Cristo, finalizzata alla salvezza delle anime, ma il dialogo fra le varie culture e religioni, l’inclusione dei diversi, l’accettazione di tutti gli stili di vita e di tutti i comportamenti, anche i più difformi e i più contrari alla fede cattolica e alla sua morale, e la tolleranza verso tutte le idee e tutte le azioni, magari anche il sostegno nei loro confronti, in base allo specioso ragionamento che essa non vuole vietare ad altri ciò che essi personalmente ritengono un proprio diritto. Si veda padre David Maria Turoldo che dichiarò pubblicamente di essere favorevole alla conferma delle leggi sul divorzio e l’aborto, pur non approvando tali pratiche come sacerdote, per un dovere di rispetto verso la libertà altrui. Stranissima idea di libertà, che ci ricorda come l’uomo medievale, su questo terreno, avesse delle idee radicalmente opposte: per lui era ovvio che il cristiano non può e non deve tollerare delle pratiche e degli stili di vita che contrastano frontalmente con la morale cristiana. E se oggi la società nel suo complesso e la stessa componente cattolica di essa, ormai largamente minoritaria, hanno mutato indirizzo e mettono la libertà individuale al di sopra non solo della legge morale religiosa, ma anche al di sopra della legge morale naturale, ciò ci ricorda quanto l’una e l’altra si sono allontanate dai valori della tradizione, al punto che un cristiano del tempo di San Tommaso d’Aquino o di Dante Alighieri avrebbe probabilmente negato la qualifica di cristiano a uomini come padre Turoldo o, più recentemente, a sacerdoti come James Martin, Karl Rahner, Hans Küng o lo stesso Bergoglio.

E, arrivati a questo punto, siamo proprio sicuri che avrebbero avuto torto e noi cattolici moderni, al contrario, ragione?

Del 21 Gennaio 2022

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