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Fatima.

LA SETTIMANA SANTA CON GESU’

Brani tratti dal libro “IN QUELLA CASA C’ERO ANCH’IO”
di Ferdinando Rancan

LUNEDI’ SANTO, MARTEDI’ SANTO, MERCOLEDI’ SANTO

Il giorno dopo il trionfo del suo ingresso a Gerusalemme, Gesù era in piedi di buon mattino e si mostrava particolarmente vivace, deciso a recarsi di buon’ora al Tempio. Consumò insieme agli altri Apostoli la colazione che Marta e le altre donne avevano preparato, e si mise subito in viaggio. Indossava la tunica inconsutile che Maria gli aveva tessuto tre anni prima con un lungo e paziente lavoro, e che Gesù indossava ogni volta che andava a Gerusalemme per recarsi al Tempio. Gli conferiva particolare dignità, e faceva risaltare maggiormente la sua autorità.

Prima di partire mi prese in disparte e mi disse di restare con Lazzaro a Betania, e di mettermi a disposizione di sua Madre. L’atteggiamento di Gesù in quei giorni mi appariva più disteso e sicuro; aveva abbandonato le misure di prudenza seguite fino allora, e sembrava che volesse forzare i tempi. È vero che gli faceva da scudo il favore popolare ancora molto vivo dopo il suo ingresso in Gerusalemme, ma si vedeva che gli stava a cuore una cosa: chiudere la partita con i Capi del popolo: il Sommo Sacerdote, i Farisei, gli Scribi e tutti gli altri, ormai nemici irriducibili della sua persona. Mancavano infatti quattro giorni alla Pasqua ed egli faceva capire che erano per lui giorni decisivi.
Egli dunque per due giorni si recò di buon mattino al Tempio, per insegnare pubblicamente e affrontare i suoi avversari davanti al popolo; erano i suoi ultimi tentativi, gli ultimi lampi di luce con cui cercava di far breccia nelle tenebre di quei cuori. Alla sera, Gesù con gli Apostoli tornava a Betania. Si ripeteva la scena delle altre sere: la cena, le notizie della giornata, i vari commenti. Maddalena e anch’io cercavamo di documentarci sui dettagli di quanto era accaduto: Giovanni e Matteo erano i nostri referenti preferiti. Così venimmo a sapere della cacciata dei venditori dal Tempio, delle diatribe con i suoi nemici, delle parabole, dei discorsi e di altri episodi come quello del fico maledetto.

Giovanni raccontò anche che Gesù, entrato nel Tempio, si era fortemente adirato con i venditori lasciandosi andare a espressioni di rabbia e di violenza. Al ché mi sentii spinto a rettificare l’espressione dell’Apostolo ricordandogli che Gesù non conosceva né l’ira né la violenza; il suo intervento, anche se duro e accompagnato da invettive che suonavano violente, era invece provocato dall’amore verso il Padre e dallo zelo verso la sua casa, e anche dall’amore verso quelle persone che avevano smarrito il profondo significato del culto a Dio. Gesù ci aveva detto più volte che dovevamo imparare da lui, mite e umile di cuore, e che i veri adoratori del Padre dovevano adorarlo in spirito e verità. Giovanni non s’aspettava il mio intervento, ma si ricordò del richiamo del Signore quando, chiamandolo “figlio del tuono”, gli disse che non aveva ancora conosciuto lo spirito di misericordia che doveva animare i figli di Dio. Per Gesù e per gli Apostoli, furono, quelli, giorni di grande tensione e di dura fatica. Solo il riposo serale a Betania compensava in parte il dispendio di tante energie. Arrivò finalmente il mercoledì e Gesù volle passarlo in tutta serenità nella casa amica, circondato dalle premure e dall’affetto di Marta, di Maria, di Lazzaro e di tutti noi. Sembrava che volesse prepararsi con particolare intensità alla celebrazione della sua Pasqua. Fu questa, infatti, l’unica sua preoccupazione in quella giornata. Per i discepoli, quel mercoledì fu una giornata di attesa. Aspettavano che Gesù si manifestasse e facesse capire le sue intenzioni; non sapevano infatti come interpretare il suo comportamento di quei giorni, soprattutto il senso dei suoi discorsi che alludevano a cose tremende sulla sorte di Gerusalemme, del Tempio e di tutto il popolo, e anche il significato dell'ennesimo accenno alla sua morte: “Voi sapete - aveva detto - che fra due giorni è la Pasqua, e il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso”.

L’unico a muoversi in quel mercoledì fu Giuda. Aveva un fare misterioso e volle andare in città col pretesto di alcune commissioni in vista della Pasqua. Tornò verso sera e appariva profondamente cambiato. Si mostrava rilassato e quasi contento. Disse di essere stato al Tempio e di avere dato un’occhiata ai prezzi praticati dai rivenditori che esponevano dentro e fuori l’atrio del Tempio, ma aveva deciso di non fare spese per adesso, e di rimandare invece a dopo le feste perché i prezzi sarebbero di certo calati. Del resto, gli agnelli li avevamo già; si trattava di scegliere il luogo dove mangiare la Pasqua. Nei confronti di Gesù si mostrava particolarmente espansivo, quasi affettuoso, ma era evidente che voleva in tal modo coprire il suo tradimento consumato proprio quella mattina nel suo incontro con i capi del Sinedrio. Gesù, invece, lo guardava pensieroso e insieme con addolorata benevolenza.
Tutto fu rimandato al giorno dopo, giovedì, primo giorno degli Azzimi. I discepoli ruppero il silenzio e chiesero a Gesù dove preparare la Cena pasquale. Gesù chiamò Pietro e Giovanni e li mandò a Gerusalemme; diede loro indicazioni precise, ma senza far capire qual era la casa dove avrebbero celebrata la Pasqua. Gli agnelli li avrebbero ricevuti dal padrone di casa, essi dovevano provvedere al loro sacrificio nel Tempio.
Verso mezzogiorno chiamò in disparte sua Madre e le disse di partire con Myriam, Salome e Maddalena senza farsi notare, e di recarsi a casa di Marco dove avrebbero preparato la Cena. Fece loro capire che si trattava di una Cena pasquale particolare, perciò dovevano chiedere agli ospiti di preparare nella sala grande addobbandola a festa. Verso sera partimmo anche noi per Gerusalemme, mentre Lazzaro, su decisione di Gesù, si trattenne a Betania per celebrare la Pasqua in casa con i suoi familiari.

Durante il percorso Giuda cercava di stare sempre vicino a Gesù, gli girava intorno come un cagnolino e gli faceva domande sui suoi programmi futuri. Gesù taceva; camminava raccolto e spedito in testa al drappello dei discepoli. Noi lo seguivamo in silenzio, in attesa di capire dove ci avrebbe condotti. Arrivammo in città verso l’imbrunire e solo all’ultimo momento ci rendemmo conto che era la casa di Marco il luogo dove avremmo celebrato la Pasqua. Compresi allora che Gesù volle tenere nascosto a Giuda, fino all’ultimo momento, il luogo della Cena.

Nota sul libro di d. Ferdinando Rancan.
L'autore scrive in prima persona narrando i fatti come se partecipasse attivamente a tutte le vicende del Vangelo e della Vita della Sacra Famiglia, come un "personaggio in piu" col quale Gesù e la Madonna parlano, col quale vivono ecc.
Senza questa premessa, che l autore chiarisce bene all inizio del libro che ha riscosso molto successo, sarebbe difficile il collegamento delle vicende dei discorsi ecc. Infatti il titolo "IN QUELLA CASA C'ERO ANCH'IO" è già eloquente.
L autore immagina di essere entrato sin da piccolo nella famiglia di Nazareth accolto da Maria e da lì dentro, vive, parla e scrive in prima persona.
BUONA LETTURA e meditazione della Vita di Gesù che ci aiuti a non smarrire la fede in questa situazione difficile che stiamo vivendo
Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di Vita Eterna