Come nasce la necessità della raffigurazione di Cristo. Parte prima.

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La contemporaneità della sua storia
E’ senza dubbio quella che più frequentemente di qualunque altra ricorre nella storia dell’arte sacra. Dice Mons. Fallani: “La storia passata è veramente passata, ma quella del Cristo, che perdura nella coscienza, è operosa del travaglio umano...l’arte si avvantaggia dei risultati migliori se raggiunge l’intensa passione che nasce dalla contemporaneità della storia: allora, nell’unità della coscienza, il tempo passato, il presente e quello futuro sono proiettati sullo stesso schermo. Dunque essa contribuisce a dare continuità alla voce artistica, assicurando all’opera d’arte una vita più lunga.
Modello di vita che santifica le sofferenze umane
E’ costantemente presente nell’animo dell’uomo anche perché è modello di vita nel travaglio della vita: in Esso non soltanto il fedele ma spesso l’artista si riconosce, proprio perché prova e giustifica la fatica del corpo che nel lavoro si spiritualizza, cioè glorifica l’azione artistica dell’uomo perché proiettata alla rappresentazione del mondo soprannaturale, la sofferenza per raggiungere la salvezza. Cristo non rifiuta l’essenza materiale delle passioni umane, ma le finalizza: e anche noi, seguendo la sua strada, possiamo convertire la nostra passione in uno strumento di salvezza. Egli rappresental’uomo che recupera l’originaria condizione divina solo accettando di percorrere un cammino dove ogni sofferenza è offerta per la nostra salvezza; tutto questo in qualche modo ha trovato una analogia con il cammino percorso dall’artista che, attraverso la conoscenza e la rivelazione del contenuto

interno della materia, con il suo sforzo creativo riesce a superare il mondo terreno spostando la lettura delle immagini sul piano dello spirito: se egli si sente in qualche modo vicino al Creatore come “fattore” (non di una realtà concreta ma di una concreta immagine di essa), si sente altresì legato al Cristo come all’uomo che soffrendo finalizza i suoi sentimenti e le sue passioni, riuscendo così a superare la sua natura terrena.
Gesù è uomo, personaggio reale legato alla nostra storia, ricco di sentimenti e vicino a quelli provati da noi che lo contempliamo riconoscendoci in Lui, e dall’artista che lo rappresenta.
Egli dunque appartiene anche all’evidenza del mondo terreno, realizzando compiutamente la sua natura divina nell’esasperazione delle passioni umane. Quindi proprio queste sofferenze terrene sembrano costituire la premessa inevitabile per una esaltazione dello spirito sulla materia.
Del resto si è detto che il processo artistico è sempre stato considerato una esaltazione dello spirito, una vittoria sui vincoli della materia, una conquista dell’anima delle cose, attraverso una conoscenza più profonda della loro essenza, che ci porta infine a riconoscere la presenza del divino spirito creatore nella realtà naturale.
Testimonianza storica di umanità e divinità
Cristo per l’artista è l’immagine dell’entità divina colta nel superamento della sua condizione umana: Colui che rende il corpo puro spirito, che spiritualizza il reale, l’immagine di Dio in terra. Egli ci ha insegnato la strada verso lo spirito, e l’artista incomincia a percorrerla subito, nel suo instancabile tentativo di rappresentare con immagini del mondo terreno il patrimonio spirituale nascosto in esso; ma le immagini stesse, pur essendo percepite con il sentimento, sono ancora forme naturali di una realtà conosciuta; è la figura del Cristo, il cui contenuto è spirito puro, che permette di trasformare il processo artistico in processo di spiritualizzazione. Se Egli, soffrendo le sue pene da uomo, ha concretizzato il suo ritorno al divino, così l’artista capisce che soltanto caricando di sofferenze la materia informe che sta manipolando, infondendogli quel contenuto sentimentale mosso dall’ispirazione artistica, può trasformare una forma nello specchio di una anima.
Racconto per immagini letterarie
La tematica che accompagna la figura del Cristo, risolta ampiamente nelle Sacre Scritture che sono già immagini descritte, è fonte inesauribile di informazioni scenografiche, che hanno sempre costituito una valida premessa per una composizione già di per sé estremamente caratterizzata e carica di tensione spirituale. In essa la figura del Cristo appare in tutta la sua grandezza di Maestro: Egli ci parla mostrandosi, anche semplicemente partecipando all’azione che ci è di insegnamento: in Esso ogni uomo può riconoscersi, e nelle infinite sfaccettature delle sue situazioni terrene ha saputoindicare, anche tacendo, qual è la strada per la salvezza. L’uomo dovrà percorrerla sperimentando e vivendo tutte le passioni umane (che sono quelle di Gesù) per raggiungere il traguardo del puro spirito.
La lettura del testo Sacro rimase sempre la fonte più importante per chi si apprestava a fornire una interpretazione formale della persona di Gesù, e non tanto perché questa dovesse per forza costituirne una illustrazione, quanto piuttosto per il fatto che solo attraverso l’assimilazione delle stupende frasi evangeliche (di per sé opera d’arte letteraria ed interpretativa) l’artista riuscì ad entrare facilmente in quella atmosfera carica di spiritualità che preludeva, accompagnava e seguiva lo svolgimento del fatto, ogni volta cogliendo infiniti dettagli e nuovi suggerimenti da utilizzare come in un mosaico di sensazioni nella composizione artistica finale.
La vita del Cristo dunque è già una serie di immagini sacre: ecco perché Egli usa le parabole come illustrazioni significanti di un contenuto morale, esempi scritti che hanno il valore di ammaestramento e di spiritualità. E ci descrive a parole personaggi che prendono forma nel nostro immaginario qualificandosi come figure definite anche visivamente.
Come dice P. Marella: “L’arte diviene il dialogo degli uomini con gli altri uomini, il dialogo dell’umanità con Dio, che prende le forme più consone ad essere compreso nel suo infinito amore: diviene il Signore della parabola che esce per primo al mattino a chiamare gli operai alla sua vigna...diviene il Seminatore che esce e getta il seme...il Pescatore, il Pastore che va in cerca della pecora smarrita, il Padre del figliol prodigo, il Samaritano...Queste sono le pagine d’arte

che Dio stesso ha scritto nel Vangelo”
(P. Marella, Il dialogo del sacerdozio con l’arte , in Orientamenti dell’arte sacra dopo il Concilio Vaticano II, op. cit. p. 413-414).
Tra l’altro, il fatto che Cristo ci proponga delle immagini di se stesso conformi a quelle che noi assumiamo nella vita di ogni giorno non dimostra soltanto la volontà di rendere semplice la comprensione dell’ammaestramento desunto dall’immagine – parabola, ma che ogni sentimento descritto nel testo fa veramente parte dello spirito degli uomini: è la presenza provata di un atteggiamento sentimentale del protagonista della parabola a testimoniare l’essenza divina che sta in ognuno di noi.
Gesù sembra che già sapesse la difficoltà che in ogni tempo avremmo incontrato nel raffigurarlo per immagini: ed allora Lui stesso ci descrive il Padre con stupende immagini evangeliche, rivestendolo di forme ed atteggiamenti anche umani per farcelo riconoscere, indicandoci così la via della riproduzione in figura terrena della divinità.
Espressione dell’incontro tra il divino e l’umano
La figura del Cristo, vista come l’incarnazione del Figlio di Dio, come l’evento centrale del Cristianesimo e della storia dell’uomo, è testimonianza inequivocabile della sua reale forma umana.

La storia delle vicende del Cristo è costellata di espressioni del suo sentimento morale e del suo atteggiamento divino. Dunque nel rappresentare Cristo l’artista deve dare forma a questo suo aspetto sentimentale – morale – divino che lo caratterizza, unico tra gli uomini. E l’artista ha un metodo: quello di confrontare il proprio sentimento con quello oggettivo, sacro e storico di Gesù, che leggiamo nel Vangelo: solo impegnando il proprio sentimento potrà tentare di raggiungere l’espressione del suo carattere divino, comprenderlo, e credere il Lui, in una fusione d’animo che è fondamento della nostra fede.
L’artista riuscì così ad accostarsi sempre di più alla vera immagine di Cristo quando scelse quella più vicina al suo spirito, in una identità profonda di sentimenti con il Salvatore, nel tentativo di santificare in qualche modo il nostro corpo, lo spirito, le nostre azioni umane, che nel caso dell’arte sono già azioni che si avvicinano a Dio.
Gli elementi della sua riconoscibilità
Il ritratto
Premesso che il “ritratto” costituisce il primo elemento di indiscutibile riconoscibilità del personaggio, ne scaturisce la problematica relativa alla figura di Cristo in quanto personaggio realmente esistito ma da sempre rivestito di quella carica di spiritualità divina che portava ogni artista ad essere insoddisfatto della sua semplice rappresentazione umana, ma lo spingeva alla realizzazione di un ritratto di Lui più “morale” che formale.

Dapprima si cercò ad ogni costo la reale sembianza del volto di Cristo attraverso l’analisi dei documenti storici certi (quali la Sindone o i ritratti cosiddetti “di San Luca”): nasce in quel periodo “l’icona Cristo”, nella quale veniva assicurata con certezza oggettiva la reale rispondenza dell’immagine al patrimonio dei tratti somatici di Gesù, tramandati dalle descrizioni letterarie.

In seguito l’artista si accorse che tale immagine era troppo costante , uniforme e ripetitiva, priva cioè di quello spirito umano che ci faceva considerare il Cristo presente in tutte le diverse forme umane, e perciò aderente all’idea che ognuno nell’animo si era fatta del Cristo.
La fortuna dell’immagine fu spesso legata non solo alla bravura dell’autore nel raggiungere la somiglianza ai reali tratti somatici, ma anche alla capacità di presentare il carattere dell’individuo, il suo spirito e la sua anima: si andò così sempre più alla ricerca del carattere “morale” del Cristo attraverso lo studio del suo comportamento e di ciò che aveva detto, cioè del suo pensiero espresso dalle parole nate dal suo animo.
La scena storica
L’artista pensò allora di far coincidere la riconoscibilità del personaggio con la riconoscibilità della scena descritta per immagini: la verità storica ed evangelica del fatto accaduto avrebbe permesso che riconoscendo veritiero l’evento, si riconoscesse veritiero anche il Protagonista.

In un secondo tempo poi divenne molto frequente l’uso di portare sull’altare, come immagine di Cristo, un modello umano ben individuato: un tipo d’uomo preso a modello le cui sembianze fisiche facessero naturalmente e spontaneamente pensare alla figura del Cristo. E poiché ogni sentimento umano può essere espresso in una caratteristica fisionomica, e ciò è altrettanto importante quanto l’indagine introspettiva operata dall’artista alla ricerca nei suoi sentimenti della presenza immanente di Gesù, la scelta di un modello umano realmente esistito e non modello teorico (cioè un uomo che è vissuto, ha frequentato lo studio dell’artista, ha posato per lui) fu la dimostrazione che il Volto di Cristo è rintracciabile un po’ su tutti i volti umani, in quanto tali. Poiché in ognuno di noi le tracce umane sono indelebili, finiamo per essere l’esempio più fulgido della divina creazione, i corpi sui quali l’Eterno alitò il suo spirito.
Inoltre quando pensiamo al Cristo sofferente, e ne leggiamo la passione, così intensamente e minuziosamente descritta, e quando ci guardiamo allo specchio, nelle rughe del nostro volto, negli occhi, nel palmo delle mani aperte vediamo qualcosa al di là del nostro corpo; capiamo che un soffio di vita ci sta facendo muovere, e quando parliamo siamo noi che per primi ascoltiamo la nostra voce, se ci passiamo una mano sull’altra tocchiamo e siamo toccati allo stesso tempo, in una sovrapposizione di sensazioni che sono le stesse di quando vediamo una immagine di Cristo: osserviamo e sentiamo allo stesso tempo di essere da Lui osservati, a Lui parliamo così come è Lui che stiamo ascoltando. Alla fine la consapevolezza di essere uomini ci avvicina all’Uomo, la certezza di essere creature di Dio a Lui ci riconduce.

Ed ecco che l’artista prende se stesso a modello per il volto di Cristo: egli si riconosce nelle sofferenza e nella passione di Lui: perché è vera e propria passione il laborioso sforzo creativo compiuto dall’artista, manipolatore di materia bruta, di tecniche e di strumenti terreni; essi più sono poveri e tanto più alta è l’opera nel momento in cui prende forma, nell’attimo nel quale l’immagine, tanto a lungo dibattutasi nella mente e nel cuore dell’uomo, si fissa finalmente sulla tela, rovesciando, attraverso la sua forma, tutto il contenuto dei sentimenti negli occhi e nell’animo dell’osservatore. Travaglio dunque, fatica fisica, “stento” di michelangiolesca memoria l’impegno dell’artista che si identifica inconsciamente con il Cristo in quanto uomo che soffre e con il Padre creatore, in quanto creatore non di cose bensì di immagini. E poiché egli sente più che mai il bisogno di rendere concrete al massimo queste immagini umane, interroga la propria forma, e dal suo corpo riceve risposte, anche le più recondite; può finalmente far sgorgare il contenuto del suo corpo, cioè la sua anima, ed è così che quella figura autoritratto dell’artista, che vuole essere l’immagine di Cristo, assume ricchezza spirituale.
In conclusione l’artista riesce ad accostarsi sempre di più alla vera immagine di Cristo quando sceglie quella che più al suo spirito si avvicina, nella identità profonda di sentimenti con il nostro Salvatore. Il tentativo è quello di santificare in qualche modo il nostro corpo, lo spirito, le nostre azioni umane , che nel caso dell’arte sono già azioni che si avvicinano a Dio.
Don Andrea Mancinella
Bene, si sarebbe dovuto ricordare tutto questo all' "artista" che ha eseguito la Via Crucis per la chiesa romana di Dio Padre, a TorTre Teste, già bruttissima di per sè.
Pagate profumatamente dal parroco e dalla Curia, le varie Stazioni sono solo dei grovigli di fil di ferro. Letteralmente dei grovigli, nemmeno un tentativo di stilizzazione, per quanto orrenda.
Roba da impiccarli tutti, i curiali…More
Bene, si sarebbe dovuto ricordare tutto questo all' "artista" che ha eseguito la Via Crucis per la chiesa romana di Dio Padre, a TorTre Teste, già bruttissima di per sè.
Pagate profumatamente dal parroco e dalla Curia, le varie Stazioni sono solo dei grovigli di fil di ferro. Letteralmente dei grovigli, nemmeno un tentativo di stilizzazione, per quanto orrenda.
Roba da impiccarli tutti, i curiali responsabili, il parroco e il cosiddetto artista.
Gesù, Maria SS.ma, San Giuseppe, salvateci da questi asini !
Eremita della Diocesi di Albano
Giorgio Tonini
Grande riflessione. Da far imparare prima a memoria a qualunque artista voglia mettere mano a raffigurare Gesù Cristo con una Statua, con un Quadro, con un Canto, con una Poesia, con un Racconto. Con qualunque mezzo di espressione dell’Arte.