Sarà salvata la chiesa scolpita nella roccia che il mare rischia di cancellare. Un luogo tra i più suggestivi d’Europa. Marinai scultori. La tempesta e il voto. La voce tonante del Tirreno calabro e i sussurri

Anima e cuore, un fresco tuffo nel blu a Pizzo. …

L'edifizio, realizzato a partire deal seicento, venne scavato nella roccia, come le statue che furono scolpite nel banco di arenaria steso, a partire dall'Ottocento @ Comune di Pizzo e, particolare della veduta, di Luigino~itwiki, CC BY-SA 3.0

Firmata la convenzione che sblocca il grande restauro conservativo di uno dei monumenti più sorprendenti d’Italia. Nato da un voto di marinai e trasformato nell’arco di oltre un secolo in un santuario scolpito nella pietra, il complesso dovrà essere protetto dall’erosione marina che minaccia una delle più straordinarie opere di arte popolare religiosa del Mediterraneo.
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Quando si osserva la costa tirrenica della Calabria dall’alto, poco a nord del centro storico di Pizzo, è difficile immaginare che sotto la parete dorata della falesia si nasconda uno dei luoghi di culto più insoliti d’Europa. La Chiesetta di Piedigrotta, affacciata sul blu, sembra voler scomparire nella roccia che la contiene. È la montagna stessa ad avere assunto la forma di una chiesa. Chi scende la lunga scalinata che conduce alla spiaggia vede soltanto l’apertura di una cavità naturale scavata nelle arenarie plioceniche.

Varcata la soglia, però, il paesaggio cambia improvvisamente: la penombra lascia emergere decine e decine di statue scolpite direttamente nelle pareti, negli speroni di roccia, nelle colonne naturali e nelle volte della grotta. Santi, Madonne, scene evangeliche, angeli, apostoli, gruppi della Natività, episodi della Passione e della Resurrezione sembrano nascere dalla pietra come concrezioni modellate dal tempo. È un’impressione che nessuna fotografia riesce a restituire completamente.

Il futuro di questo monumento, considerato uno dei simboli culturali della Calabria e tra i siti più visitati della regione dopo il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria con i Bronzi di Riace, appare oggi più sicuro. È stata infatti firmata la convenzione che permette di avviare un articolato intervento di recupero conservativo finanziato con 1,85 milioni di euro. L’accordo coinvolge il Comune di Pizzo, la Regione Calabria, il Ministero della Cultura e la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, che seguirà progettazione, direzione dei lavori, collaudo e rendicontazione entro il 31 dicembre 2028.

Dietro questa firma si conclude un iter amministrativo lungo e complesso, sostenuto anche dall’interrogazione parlamentare dell’onorevole Laura Orrico, oltre al lavoro del sindaco Sergio Pititto, della direttrice dei Musei Civici Mariangela Preta, dell’assessore alla Cultura Gioacchino Puglisi, della Prefettura di Vibo Valentia e degli uffici regionali.

L’obiettivo principale è mettere in sicurezza un organismo vivente, continuamente sottoposto all’azione del mare, del vento, dell’umidità salmastra e dell’erosione della falesia. In pochi altri luoghi italiani la conservazione di un monumento dipende in misura così stretta dall’equilibrio geologico della costa.
La chiesa si trova nella località La Madonnella, circa un chilometro a nord del castello aragonese di Pizzo, nel territorio della provincia di Vibo Valentia. Dista circa 28 chilometri dal capoluogo provinciale e circa 105 chilometri da Reggio Calabria. Sorge quasi al livello del mare, davanti al Golfo di Sant’Eufemia, lungo una costa che costituisce da millenni una delle principali vie di navigazione del Tirreno meridionale. Nelle giornate limpide, oltre l’orizzonte marino, si distinguono le Isole Eolie, mentre alle spalle si innalzano i rilievi che conducono verso l’altopiano delle Serre e il massiccio dell’Aspromonte.
Proprio il mare spiega l’origine del santuario. La tradizione più antica, tramandata già nel Seicento e raccolta nel Settecento dal canonico Ilario Tranquillo, racconta che una nave proveniente da Napoli venne sorpresa da una violenta tempesta al largo della costa calabrese. L’equipaggio, ormai convinto di andare incontro al naufragio, invocò la protezione della Madonna di Piedigrotta, venerata nella chiesa napoletana edificata presso l’antica Crypta Neapolitana. I marinai promisero che, se fossero sopravvissuti, avrebbero dedicato alla Vergine un luogo di culto. La burrasca cessò improvvisamente e la nave riuscì ad approdare vicino alla grotta naturale. Secondo la versione più diffusa della leggenda, il quadro della Madonna, che si trovava a bordo, venne recuperato dopo l’approdo e collocato all’interno della cavità. Da quel momento il piccolo antro divenne una cappella frequentata da pescatori, naviganti e abitanti della costa.

Per oltre due secoli la grotta rimase una cappella relativamente semplice. La sua trasformazione iniziò soltanto nella seconda metà dell’Ottocento, grazie a un uomo che nessuna accademia d’arte avrebbe probabilmente immaginato tra i protagonisti della scultura italiana. Angelo Barone, nato nel 1834, era pescatore. Frequentava quotidianamente quel tratto di costa e trascorreva molte ore nella grotta. Lentamente iniziò a scolpire l’arenaria con scalpelli, mazzuoli e strumenti rudimentali. Non lavorava blocchi da collocare successivamente all’interno dell’edificio. Scolpiva direttamente la parete, eliminando il materiale superfluo fino a far emergere le figure. Era un procedimento difficilissimo, perché ogni errore risultava irreparabile. Se una statua si rompeva non poteva essere sostituita: apparteneva alla montagna.

Per quasi quarant’anni Angelo Barone trasformò quella cavità naturale in un immenso racconto scolpito. Alla sua morte, avvenuta nel 1917, il lavoro fu proseguito dal figlio Alfonso Barone, che mantenne il linguaggio paterno, ampliando il numero delle figure e completando numerose scene. Ancora negli anni Sessanta del Novecento intervenne Giorgio Barone, nipote di Angelo, restaurando alcune parti e realizzando nuovi medaglioni dedicati a Giovanni XXIII e a John Fitzgerald Kennedy, testimonianza di come il santuario abbia continuato a vivere e a trasformarsi anche in epoca contemporanea.

Oggi la grotta misura circa trenta metri di sviluppo interno, con una larghezza che varia tra gli otto e i dodici metri e un’altezza che nei punti maggiori raggiunge circa otto metri. Le figure scolpite sono oltre un centinaio e comprendono statue a tutto tondo, altorilievi, bassorilievi, nicchie, altari e gruppi narrativi. Non esiste un percorso rigidamente organizzato. Il visitatore scopre progressivamente le scene, quasi seguendo la naturale conformazione della cavità. La luce entra soltanto dall’ingresso principale e cambia continuamente durante la giornata. Nel pomeriggio, quando il sole si abbassa verso il Tirreno, le ombre modellano i volti delle statue con effetti plastici che ricordano, per intensità, certe esperienze della grande scultura barocca, pur appartenendo qui a un linguaggio profondamente popolare, spontaneo e lontano da ogni accademismo.

Le superfici conservano ancora i segni della lavorazione manuale. Avvicinandosi alle figure si distinguono le tracce degli scalpelli, le differenti direzioni dei colpi, le correzioni apportate durante l’esecuzione. Questa materia non rifinita costituisce uno degli elementi più affascinanti del complesso, perché rende percepibile il gesto dell’artista.

Tra le scene più suggestive figurano la Natività, con la Sacra Famiglia raccolta nella grotta, l’Ultima Cena, il Battesimo di Cristo, la Crocifissione, la Resurrezione, il gruppo della Pietà, numerosi santi particolarmente venerati nel Mezzogiorno, tra i quali san Francesco di Paola, patrono della Calabria, sant’Antonio di Padova, san Giuseppe e san Rocco. Non mancano figure di angeli musicanti, cherubini e decorazioni vegetali che sfruttano le irregolarità naturali della roccia trasformandole in elementi compositivi. Alcune concrezioni sono state volutamente integrate nelle sculture, quasi che l’artista dialogasse con la natura invece di imporle una forma estranea.

L’umidità presente nell’aria, riflettendo la luce sulle superfici dell’arenaria, accentua ulteriormente l’effetto plastico delle sculture.
Proprio l’umidità costituisce, insieme al salmastro, uno dei principali nemici del monumento. L’arenaria è una roccia sedimentaria relativamente tenera, composta da granuli di sabbia cementati che nel tempo possono perdere coesione. Le infiltrazioni di acqua marina trasportano sali che penetrano nei pori della pietra. Quando l’acqua evapora, i cristalli aumentano di volume provocando microfratture, sfaldamenti e distacchi superficiali. A ciò si aggiunge l’azione del vento, che deposita particelle saline sulle pareti, e quella dei microrganismi favoriti dall’umidità costante. Si tratta di processi lenti ma continui, che richiedono monitoraggi periodici e interventi estremamente delicati.

Negli ultimi decenni il problema si è aggravato per effetto dell’erosione costiera. La spiaggia antistante la grotta si è progressivamente ridotta e le mareggiate raggiungono con maggiore frequenza la base della falesia. Le violente perturbazioni invernali, sempre più intense nel Mediterraneo, aumentano il rischio di infiltrazioni e accelerano i fenomeni di degrado. Per questo il nuovo programma finanziato con 1,85 milioni di euro non riguarderà soltanto il restauro delle statue. Saranno eseguite indagini geologiche e geotecniche, sistemi di controllo dell’umidità, consolidamenti della roccia, verifiche strutturali e interventi destinati a migliorare la protezione del versante costiero.

Una curiosità poco conosciuta riguarda il contesto storico della costa di Pizzo. Questo tratto del Tirreno fu frequentato fin dall’antichità dalle rotte che collegavano la Sicilia, la Campania e i porti della Calabria romana. Nei dintorni sono emersi materiali archeologici di età greca e romana, mentre poco distante sorgeva la storica tonnara di Prangi, documentata per secoli e fondamentale per l’economia locale. Tuttavia, nonostante le frequenti domande dei visitatori, le ricerche archeologiche non hanno mai individuato strutture romane in questo punto, che quasi pare un ninfeo.
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