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MARTIN LUTERO E LE DUE CITTA'

Le due città: Lutero e la guerra dei contadini. La dottrina non esclude affatto la resistenza a un potere ingiusto: essa insegna che si deve obbedire al potere costituito, ma solo finché viene esercitato conforme al bene comune.

di

Francesco Lamendola

La teorizzazione agostiniana delle due città, la Città di Dio e la Città dell’uomo, che poi è la Città del diavolo, ineccepibile dal punto di vista della dottrina cattolica e utilissima per orientarsi nel mondo confuso della storia in una chiara e coerente prospettiva cristiana, rischia di diventare uno strumento pericoloso nelle mani rozze e maldestre di chi non sa comprendere l’importanza delle sfumature e pretende di tagliare i concetti con la scure, come se fossero pezzi di legno da mettere nel camino. Uno di questo esegeti grossolani di Sant’Agostino, indegni di un sì grande maestro e pessimi continuatori del suo pensiero, è stato senza dubbio Martin Lutero, entrato nell’ordine agostiniano proprio perché attratto, fin da giovane, da quella visione, che però non seppe mai comprendere nei suoi termini esatti, per la semplice ragione che egli non si sforzò mai di capire veramente il pensiero di Agostino, ma pretese di usarlo e manipolarlo per i suoi fini personali, ossia per placare i suoi conflitti e i suoi tormenti interiori, tipici di una coscienza scrupolosa, ma priva di equilibrio, di prudenza, di senso della misura ed esageratamente dominata da fattori emotivi piuttosto che rischiarata dalla luce della sana ragione naturale.

San’Agostino dice una cosa in fondo molto semplice: l’uomo, dominato dall’amore di se stesso, costruisce un mondo nel quale non c’è posto per Dio, un modo dominato dalla superbia e da uno smodato e falso amor di sé. Quando invece l’uomo si spoglia del proprio egoismo e delle proprie passioni disordinate e si rimette interamente a Dio, lasciandosi guidare da Lui, là si costruisce un mondo che è fedele specchio del Paradiso: il mondo spirituale nel quale tutto è luce e amore, perché tutto è rivolto a Dio e niente si disperde nelle brame di quaggiù. Questi due mondi, queste due città, sono intrecciati e confusi nella dimensione terrena: è impossibile operare una netta separazione, anche perché la coesistenza delle due città avviene perfino all’interno di noi stessi, di ciascun uomo: nessuno, nella dimensione terrena, è sempre perfettamente conforme alla volontà di Dio, in ciascuno vi sono residui di egoismo, perché tale è la trista eredità del peccato di Adamo. Perché la separazione avvenga, bisogna che arrivi la Parusia, quando i giusti e i malvagi saranno giudicati una volta per sempre.

Agostino, tuttavia - questo è il punto - non si è mai sognato di negare la dottrina cattolica, che è articolo di fede, del libero arbitrio; neppure nella fase più aspra della sua polemica contro Pelagio, negatore delle conseguenze del Peccato originale, che lo ha portato ad incupire oltremodo il quadro della condizione umana e a sottolineare con particolare crudezza gli effetti della concupiscenza, giunge a negare che l’uomo possa distinguere il bene dal male e regolarsi di conseguenza. Nega, questo sì, che lo possa fare senza l’aiuto della grazia: ma questo è perfettamente conforme alla dottrina cattolica di allora e di sempre. Il cattolicesimo si guarda bene dal sostenere che l’uomo possiede in se stesso tutti gli strumenti per meritare la salvezza: se così fosse, avrebbe ragione Pelagio; non solo: a quel punto la stessa Incarnazione del Verbo e la stessa Passione, Morte e Resurrezione di Gesù Cristo sarebbero quasi un di più, un qualcosa di bello e commovente, certo, ma in fin dai conti di non necessario nel quadro della salvezza. In altre parole, non ci sarebbe bisogno della Redenzione, perché l’umanità non sarebbe peccatrice, o quanto meno i singoli uomini potrebbero evitare il peccato e meritare la giustificazione da se stessi, con la sola guida della ragione naturale e della propria retta coscienza morale.

Al contrario, la dottrina cattolica ha sempre affermato che la ragione naturale e la retta coscienza morale sono certamente le premesse, oltre che dei validi strumenti ausiliari per giungere alla Verità, ma sicuramente non bastano ad averne la piena consapevolezza, né a perseverare in essa, perché persevera nella Verità solo colui al quale ciò viene concesso mediante la grazia. Ora, la grazia è un dono di Dio: un dono che l’uomo deve chiedere, perché senza di essa non può fare nulla (cfr. Gv 15,5); ma che non può pretendere di avere, quando e come lo vuole lui, perché le vie del Signore sono misteriose e la grazia viene da Lui liberamente concessa a chi è in grado di riceverla. E ciò a dispetto delle apparenze umane: perché, umanamente parlando, ci sono persone che sembrano prontissime a riceverla, e perciò meritevoli di un dono così meraviglioso, e altre che sembrano lontanissime da Dio e dal “meritare” la grazia; ma Dio, che legge nei cuori, sa come stanno le cose e spesso ciò con concorda con le apparenze, come si vede bene, per fare un esempio celebre, nella conversione di san Paolo, il quale fino a un minuto prima della repentina chiamata divina era un implacabile nemico delle giovani comunità cristiane.

La rozza semplificazione luterana dell’idea agostiniana delle due città ha una spiegazione e una data precise: il 1524-25, l’annus terribilis della guerra dei contadini, che sconvolse e insanguinò vaste regioni dell’Impero germanico e si concluse con il massacro di oltre 100.000 contadini e la pubblica esecuzione dei loro capi. Lutero si rese conto perfettamente che i contadini non sarebbero insorti se egli non avesse levato la sua voce contro l’autorità costituita del papa e dell’imperatore, e se non avesse posto al centro della sua ardente predicazione il concetto della libertà. Al tempo steso, vide con raccapriccio che si era verificato un tremendo fraintendimento fra la libertà della quale parlava lui, che era una libertà puramente interiore, e la libertà come la intendevano loro, ossia in senso politico e sociale e si ritrasse inorridito dalle conseguenze del suo stesso agire, sia pur involontario, oltrepassando ogni misura laddove si abbandonò a una maledizione senza appello degli insorti e ad una lugubre invocazione ai prìncipi affinché massacrassero senza pietà quei rivoltosi maledetti e sacrileghi, quei miserabili che avevano distorto la parola di Dio, cioè la sua, in senso abiettamente umano e materiale. Molto comodo, senza dubbio: avrebbe potuto almeno, per decenza, tacere: un tale eccesso di odio e di furore contro dei poveracci che si avviavano ad essere tagliati a pezzi non depone a favore della sua misericordia e legittima il sospetto che, a quel punto, la cosa che più gli stava a cuore era allontanare da sé ogni sospetto di connivenza coi ribelli, così da farsi pienamente accettare da quei prìncipi dai quali dipendeva la sopravvivenza della “sua” riforma. Non si era reso conto che essa sarebbe sopravvissuta comunque, anche senza di lui, poiché l’obiettivo dei prìncipi era stato fin dall’inizio non certo di natura teologica (che importava ad essi del servo arbitrio, del sacerdozio universale o della salvezza mediante la sola fede?), ma quello di mettere le loro avide mani sui beni della Chiesa, espropriando chiese e conventi, e incamerandoli nelle loro proprietà. Lutero era servito loro da giustificazione: e una volta che l’avevano avuta, potevano ben procedere per conto proprio, servendosi di qualcun altro, di un Carlostadio o dun Melantone. Sicché, in effetti, la riforma era legata a doppio filo sin dal principio agli interessi materiali della classe dominante; e la rabbiosa condanna dei contadini da pare di Lutero, in nome del principio che non bisogna confondere la libertà del cristiano con la libertà politica, si rivela un patetico tentativo di sottrarsi alla realtà dei fatti: che i prìncipi si erano serviti di lui per attaccare la Chiesa e l’imperatore, e che lui, grazie ad essi, aveva potuto ritagliarsi uno spazio come riformatore religioso anticattolico, ma solo nei limiti precisi della sfera spirituale, senza avere assolutamente voce in capitolo quanto alla giustizia terrena. In altre parole, Lutero si avviava ad essere il cappellano di Federico di Sassonia e degli altri prìncipi; e i pastori luterani a diventare quel che sarebbero poi sempre stati, i funzionari stipendiati del potere politico “riformato”, ossia sciolto dal papa e dal potere centrale, e libero d’imporre qualunque legge ai propri sudditi.

Scriveva il celebre storico francese Lucien Febvre (1878-1956), da noi già citato, nella sua biografia Martin Lutero (titolo originale. Un destin: Martin Luther, 1928, poi Presses Universitaires de France, 1968; traduzione dal francese di Giorgio Zampa, Bari, Laterza, 1969, 1990, pp. 224-225):

Ancora una volta, si indovineranno le conseguenze di un atteggiamento simile[la durissima condanna dei contadini da parte di Lutero nel 1525], quanto esso isolava Lutero, come distoglieva da lui tutta una pare, e la più ardente, di quella massa umana che la sua parola aveva commosso e profondamente agitato.

Ma si doveva forse, per essa, tornare indietro, cadere di nuovo negli antichi errori? Ed ecco Lutero, in queste ore tragiche, riprende ancora una volta la catena dei suoi pensieri; rafforzarsi ne suo sentimento.

Il mondo è cattivo, diceva la religione cattolica; cattivo a tal segno, che invano l’uomo moltiplicherà i suoi sforzi: essi potranno essere continui ed eroici, egli vi rimarrà affondato e la sua malvagità fondamentale infirmerà i suoi atti e le sue risoluzioni. Per coloro che recano in sé un alto ideale di sacrificio e di santità, vi è un solo rimedio: fuggire il mondo. Allontanarsi, vivi ancora, dalla società dei vivi. Condurre fuori del secolo, in asili impenetrabili, un’esistenza fatta di preghiera, di rinunce, di mortificazioni; offrirsi a Dio in sacrificio espiatorio per i peccati propri e per gli altrui.

Chimera e bestemmia, aveva gridato Lutero. Il mondo è il modo. Iddio stesso ha regolato lo spettacolo che il mondo offre; e sempre Lui è stato a porre noi come attori in questa scena tragica e misera. Non cerchiamo di fuggire, viviamo nel secolo, adempiamo, prìncipi o commercianti, boia, giudici o soldatacci, alle mansioni che ci sono state affidate. Accettiamole, per amore di coloro che ne beneficiano; ma come cristiani viviamo, in spirito, in un’altra sfera: in quel regno di Cristo in cui, preoccupati solo della nostra salvezza, praticheremo la carità, la misericordia, le virtù superiori che nulla hanno a vedere con il mondo terrestre, questo impero della collera, della forza e della spada…

Certo, sottomettersi alle necessità politiche economiche e giuridiche, accettare l’oppressione delle leggi, i mali sanguinosi della guerra, le iniquità dei prìncipi: tutto ciò costituisce un sanguinoso sacrificio. Lutero, è vero, sente che una personalità potente come la sua soffoca nei limiti della vita terrestre, e che al minimo movimento essa rischia di far crollare tutto. Lo sente, lo sa, e tanto più forte grida: «Rimaniamo immobili». Spezzare, demolire tutto per ricostruire una casa più grande: perché? Pieghiamoci, a prezzo di un’eterna costrizione, alle dure necessità del mondo terrestre: che importa, quando la nostra anima, la nostra anima di cristiani e di fedeli evade liberamente fuori delle sbarre? Nell’etere sottile di quel mondo spirituale in cui non sono né leggi né dogane né frontiere, essa si inebri della sua potenza e assapori la sua regale libertà. Muovendosi senza timore dalla cima delle virtù all’abisso dei vizi, attraverso le immondizie e le impurità essa arrivi alla candida ebbrezza della pace interiore. Al termine delle sue esperienze, infine, entri in comunicazione diretta e immediata con il focolare di ogni energia creatrice, con l’animatore sovrano, Dio. Nella fiamma che lo circonda, che fa di brace coloro che gli si accostano con l’orrore di essere quello che sono, il sentimento patetico della loro indegnità, una fiducia infinita nella sua misericordia, tutto fonde e si liquefà: peccati e vizi, miserie e debolezze, impurità e scorie. È la liberazione perfetta, il perdono, l’ingresso nella sfera in cui, abolita la legge, annientato il peccato, vinta la morte, l’anima si trova ad essere al di là del bene e del male. È la salvezza per mezzo della fede.

Quale certezza, allora per il cristiano! Dio scende in lui e, penetrandolo e ispirandolo, fa della sua vita un seguito ininterrotto di creazioni feconde e del suo cuore un’inesauribile sorgente di amore. Le opere derivano dalla fede che esse stesse alimentano. Si stabilisce un circolo senza fine. «La fede si riversa nelle opere e traverso le opere ritorna in se stessa, come il sole si innalza fino al momento di tramontare e ritorna al suo punto di partenza fino all’alba». Davanti a simili prospettive, delle quali l’uomo è in grado di gustare l’ebbrezza, che cosa importa il disagio di questo mondo, la costrizione di quaggiù?


È un buffo destino quello di Lutero nella cultura moderna, compresa quella cattolica progressista: è passato alla storia come il campione della libertà contro l’autorità, ma la verità dei fatti è esattamene opposta. Egli ha spazzato via il Katéchon che tratteneva l’arbitrio del potere politico e ha ribadito la visione più pessimistica dell’uomo che si possa immaginare: la vita è una valle di lacrime nella quale il cristiano deve soffrire e tacere, senza mai sognarsi di avere un pensiero di ribellione in nome della giustizia e della libertà. Mentre la Chiesa cattolica, che nel dramma luterano gioca la parte del cattivo oltre che del perdente, in realtà era proprio la forza morale e materiale che faceva da ammortizzatore fra il potere dei prìncipi e le classi subalterne. La dottrina cattolica, inoltre, non esclude affatto la resistenza a un potere ingiusto e tirannico: essa insegna che si deve obbedire al potere costituito, ma solo finché viene esercitato in modo legittimo, cioè conforme al bene comune...

Del 20 Luglio 2021

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Christoforus78
Noi saremmo chiamati a non ubbidire a chi governa l'Italia in nome di interessi di pochi, i tirapiedi dei finanzieri che stanno distruggendo la ricchezza di questa nazione e vessando i suoi abitanti. Siamo chiamati a non ubbidire alle disposizioni immorali di chi occupa i seggi della Chiesa, vessando e ingannando i fedeli.
Diodoro
Noi senza di loro, loro senza di noi