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Francesco I
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SONDAGGIO SULLA MESSA ANTICA: C’È, E LO VUOLE IL PAPA.

26 Aprile 2020 --
Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae il questionario inviato ai vescovi – per ora è apparsa una copia in inglese – per un sondaggio sulla celebrazione della messa Vetus Ordo nelle loro diocesi, secondo il Motu Proprio Summorum Pontificum, di Benedetto XVI è reale. Amici che hanno collegamenti autorevoli e affidabili alla Congregazione per la Dottrina della Fede ci confermano che il documento pubblicato dal sito Rorate Coeli esiste, e con quel contenuto. Quindi si può scartare l’ipotesi che sia un documento fasullo, inventato e messo in giro chissà da chi e a quale scopo.
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E questi sono dati affidabili. Vi diamo conto adesso di altri elementi, di cui però non esiste al momento – e difficilmente potrà esserci in futuro – una conferma ufficiale. Sembra che l’iniziativa abbia origine da Santa Marta. Sembrerebbe che il Pontefice regnante si sia reso conto – non senza una certa meraviglia – che il numero di persone, sacerdoti e laici che dimostrano interesse e amore per il rito antico abbia una consistenza, e addirittura sia in crescita, anche e soprattutto fra i giovani. Il che smentirebbe il luogo comune – a cui ha dato credito anche papa Bergoglio – del rito antico come di una sorta di riserva indiana popolata da venerandi nostalgici, magari con problemi di rigidità (non solo articolare…). Anzi: sembra che sia entrato in contatto con alcuni sacerdoti che praticano la liturgia tradizionale e che si sia reso conto di persona che non sono “rigidi” neanche un po’.
Allo stesso tempo, ritiene che l’ambiente del Vetus Ordo sia terreno di conquista per la parte politica – conservatori, sovranisti ecc. ecc. – che detesta. Ma sembra abbia compreso che se fosse stato limitato a una certa parte fortemente connotata il movimento non avrebbe potuto avere l’effettivo sviluppo che ha avuto. E da queste considerazioni sarebbe nata la curiosità di approfondire portata e reali dimensioni del fenomeno.

Comunque, in questa operazione non avrebbe mai coinvolto – e non ha coinvolto – l’ex Commissione Ecclesia Dei, che probabilmente ritiene troppo compromessa con quello che a lui sembra il lato “tradizionale” del tradizionalismo. Dunque avrebbe pensato al sondaggio; o egli stesso, o su consiglio di qualcuno.
All’origine dunque non ci sarebbe – forse – una volontà negativa, anche se i pasdaran liturgici alla Grillo non hanno perso l’occasione per sfoderare tutto il loro fiele verso Benedetto XVI . Però non si possono sottovalutare tutta una serie di rischi, ed è significativo che anche Grillo, come tutti, non abbia interpretato l’operazione come un’operazione davvero conoscitiva, come una vera indagine, ma come un attacco – a lui grato – al Motu Proprio e all’eredità di Benedetto XVI. E naturalmente, vista la situazione e il coraggio medio dei presuli, c’è il rischio concretissimo che il vescovo medio, mediamente indifferente rispetto alle questioni liturgiche, e mediamente convinto che il Papa non ami i tradizionalisti, sia facilmente propenso, compilando il questionario, ad assecondare il presunto orientamento papale…Infine, pare che l’operazione venga implementata per aree geografiche. Avrebbero iniziato con l’episcopato asiatico, poi sarebbero passati in America (non ho capito se l’America del Sud sia già stata coinvolta o no), e fra un po’ dovrebbero coinvolgere l’Europa.
A completamento, ci sembra interessante pubblicare un commento apparso nei giorni scorsi su Stilum Curiae, e dargli un certo risalto. Buona lettura.
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Ho atteso due giorni prima di iniziare a scrivere le mie impressioni riguardo al questionario mandato ai vescovi sul “Summorum Pontificum”. Anzitutto, si ponga a mente che il questionario è stato inviato il 7 marzo, cioè ad inizio emergenza (e a chiusura totale in Italia) coronavirus.
La forte sensazione che si tratti di qualcosa di cattivo risiede già nella data: perché, ad esempio, non attendere la fine dell’emergenza per la consultazione, o inviarla precedentemente? L’impressione che ne ho ricavato è un vile tentativo di impedire che i fedeli possano organizzarsi e, di concerto coi propri sacerdoti (siano essi preti o vescovi), ribadire con forza l’ovvietà, cioè che vale la pena celebrare e promuovere la Santa Messa tridentina perché è una liturgia completa e non mutilata, bella perché vera e non vera perché bella, che produce abbondanti frutti spirituali e copiose vocazioni negli Istituti, Confraternite ed Ordini che la celebrano esclusivamente. Questo chiaramente non è tollerabile per il potere ecclesiastico (in salsa modernista e marxista) attuale, sia perché sancisce de facto il fallimento della Messa rivoluzionaria di Bugnini, ispirata alla “messa” protestante, la quale ha portato solo alla perdita di fede generalizzata ed al grave acuirsi della crisi vocazionale già iniziata nella prima metà del XX secolo, sia perché evidenzia il fallimento e la falsità di una certa teologia “della circostanza”, “della prassi”.

Infatti, nella Santa Messa tridentina, al netto di abusi purtroppo sempre possibili e di una celebrazione distratta e disattente (famoso ciò che disse San Pio da Pietralcina riportando le parole di Nostro Signore, quando gli rivelò in tempi non sospetti che ci sono preti che trattano il Suo Corpo come dei macellai), si rivela l’essenziale, è dogma condensato: è impossibile celebrare, prima ancora che partecipare, ad una Santa Messa tridentina senza credere nella transustanziazione, nella comunione dei santi e, più in generale, in tutte le verità esposte nel Credo, senza quantomeno provare un brivido di vergogna (a meno di non avere una ferrea volontà malevola, ovviamente). Non si può dire che sia così invece nel Novus Ordo, che ha una visione quasi esclusivamente (se escludiamo la Consacrazione, la quale rimane valida) orizzontale e che ricorda una versione mutilata ed incompleta di una Santa Messa letta, in cui può convivere tutto ed il contrario di tutto, dai wojitylani di ferro (tra gli avversari più feroci alla Santa Messa di San Pio V, peraltro), che celebrano in latino e rivolti ad orientem le rubriche del messale del ‘69, fino ai don “Fredo”, che non credono al Credo.
Comunque sia, è un fatto che il “Summorum Pontificum” sia stato volutamente male applicato in senso fortemente limitativo, sia per opera di molti vescovi che si sono opposti in ogni modo alla sua applicazione che di “insigni” liturgisti, di cui il Grillo nazionale (omologo ed omonimo al Grillo politico ma in ambito ecclesiale) è uno dei massimi esponenti.
Entrambe le categorie hanno lottato con tutte le loro forze perché non si verificasse un “ritorno al passato” in ambito liturgico, spesso con osservazioni capziose quando non sfocianti nell’insulto o nell’arbitrio ed espressioni di astio ed emotività anziché di osservazione razionale ed oggettiva della realtà. Posto il fatto che la Divina Liturgia cattolica non è e non sarà mai passato ma, rifacendosi all’Eterno, è al contempo passato, presente e futuro, sempre antica, attuale ed avveniristica assieme (al contrario della Messa rivoluzionaria di Bugnini, che sta mostrando da anni ormai gli inevitabili “segni del tempo”, quando non “dei tempi”, ed è infatti costretta a periodiche e fallimentari operazioni di “svecchiamento”, compresa l’abusiva e ridicola “creatività liturgica” nelle parrocchie o nelle sette paracattoliche), posto questo dicevo come ho già spiegato sopra non si capisce come sia possibile pensare che una liturgia possa essere divisiva, arretrata o da proibire quando esprime al meglio il dogma (vincolante) cattolico ed è stata approvata, sotto la minaccia di un giusto anatema (cosa mai avvenuta per in Novus Ordo), da un santo pontefice.
A tal proposito, mi si permetta una chiosa: non si può non pensare che la canonizzazione di Paolo VI e di Giovanni Paolo II non sia stata effettuata anche per dare la patente di santità ai promotori della Messa di Bugnini. Al netto della validità di tali canonizzazioni (per ora, dato che se un domani venisse dimostrato che Bergoglio è stato eletto in modo illegittimo e/o abusivo decadrebbero automaticamente), l’impressione è che siano state effettuate anche con il preciso scopo di contrapporle a quella di Pio V.
Tralasciando questi aspetti, non certamente di secondaria importanza, è notevole come le domande del questionario in sé siano, essenzialmente, tutte sbagliate, come pure siano indice di una concezione modernista e (para)democratica della Cattolica.
Questo perché le uniche vere due domande che contano sono:

1) quanti fedeli, nella Sua Diocesi, partecipano alla Santa Messa, domenicale e settimanale, nel rito tridentino? Quanti richiedono anche altri sacramenti, a partire dal Battesimo, all’Ordine e al Matrimonio? Qual è stato l’aumento approssimativo, negli ultimi tredici anni, di seminaristi, preti e semplici fedeli che si accostano occasionalmente alla Santa Messa preconciliare?

2) Quali sono stati i frutti di tale partecipazione? Si è osservato un aumento della partecipazione e della fede nei fedeli? Le comunità che celebrano in tale rito sono chiuse o partecipano alla vita della Diocesi?
Questi sono gli unici due punti che contano: i numeri, oggettivi ed incontestabili, e la vita nella fede partecipata e vissuta.
Tutto il resto, le menate per scoprire chi osa dire, nell’episcopato, la Santa Messa secondo i canoni anti-1969 (come se già non ne fossero al corrente in Vaticano, quasi in una parodia in cui si chiede al condannato anche di stringersi il cappio attorno al collo), le impressioni personali dei vescovi (che sono un’ottima giustificazione per dare il permesso, ai Marx, ai Lorefice ed alle Conferenze episcopali di stampo modernista-progressista di tutto il mondo, di dire peste e corna su realtà che nemmeno conoscono, e che tuttavia avversano nella loro ideologia lontana da quella cattolica), che contano fino ad un certo punto, sono domande inutili, fumose, interessate. Quanti saranno, nell’episcopato, coloro disposti a dare un giudizio pienamente positivo sulla Santa Messa tridentina e su come è diffusa nella loro diocesi, sapendo delle ritorsioni che cardinaloni e laiconi (che si permettono di insegnare a preti e vescovi cosa dovrebbero, o no, fare) potrebbero infliggere loro?
Bisogna, in quest’ora di tentazioni e di facili pregiudizi, pregare: pregare perché il sinedrio non possa trovare nulla contro la Divina Liturgia tridentina, tanto da costringerlo a muovere accuse false e tendenziose. Soprattutto, dobbiamo pregare perché i nostri superiori, ivi inclusi (specialmente!) i membri dell’episcopato ed i cardinali, possano trovare la forza ed il coraggio di alzarsi in piedi e, se non di elogiare, quantomeno di essere onesti e non falsi, di essere uomini della Verità e non del silenzio o, peggio, della menzogna. Questo dobbiamo fare, noi laici: offrire i nostri servigi e, oltre che (giustamente) far sapere lecitamente che così non va, soprattutto le nostre preghiere per i nostri vescovi, che purtroppo, come mostrato dal regime instaurato colla paura del Covid-2019, purtroppo non brillano per coraggio e fermezza.

Mi si permetta infine una chiosa, che non ho scritto nel commento precedente per mia dimenticanza: l’impressione è che non si voglia proibire la Santa Messa tridentina (cosa oggettivamente impossibile e, qualora dovesse avvenire, chiaramente abusiva, a nome dell’anathema sit citato prima), quanto piuttosto limitarla e depotenziarla. L’idea più plausibile, anche per evitare rivolte e denunce nei fedeli che vivono la loro fede scandita da tali sacri canoni, è quella di un addomesticamento del rito preconciliare, anzitutto vietando la celebrazione della Settimana Santa ante-1955 (e, quindi, ante Bugnini) e poi ripristinando un regime indultivo e non più permissivo.

In altre parole, solo le comunità, gli Istituti, gli Ordini e le Fraternità che hanno esplicitamente nei loro statuti l’obbligo o, comunque, la facoltà di celebrare la “Messa in latino” sarebbero autorizzati a farlo, mentre tutti gli altri sarebbero costretti ad usare il Messale post-conciliare. Questo sarebbe disastroso, dato che vieterebbe essenzialmente qualsiasi celebrazione parrocchiale secondo il Vetus Ordo; non solo, porrebbe un forte ostacolo nella creazione di nuovi apostolati delle famiglie religiose che adottano tale rito, dato che, con la scusa del fatto che a livello diocesano si deve celebrare solo e soltanto con il rito di Bugnini, sarebbe “sconveniente” “donare chiese” o parrocchie agli enti di cui sopra, se non addirittura esplicitamente proibito. Infine, il timore è anche che la Santa Sede potrebbe arrivare, come extrema ratio, ad imporre solo ad un singolo Istituto o Fraternità di celebrare secondo tale rito, sopprimendo de facto tutte le altre realtà che usano legittimamente il Messale del ’62. Magari, in un’ottica di riconciliazione con la FSSPX, gli altri enti di cui sopra potrebbero essere delegittimate o quantomeno depotenziate, in favore di un monopolio (alle condizioni di cui sopra, quindi ben addomesticato, anche grazie magari ad alcune modifiche più o meno pesanti del rito, magari eliminando le parti più “politicamente scorretti” come il perfidos judaeos e similari, e circoscritto, magari inserendo esplicitamente che ciascun vescovo può, insindacabilmente ed arbitrariamente, vietare il Vetus Ordo nella propria diocesi) dei lefebvriani, che non farebbe altro che colpire tutto il mondo di coloro che celebrano la Messa secondo le rubriche del messale ante-69, FSSPX inclusa.
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marcotosatti.com

N.S.dellaGuardia
Farà come col miracolo Eucaristico di Buenos Aires: quando divenne vescovo fece mille ricerche ed indagini , coi risultati straordinari che ben conosciamo, per poi rinchiudere il tutto dietro ad un muro di mattoni.
Francesco I
Alla fine dell'articolo ho inserito un video di quale composto atteggiamento, dopo il miracolo eucaristico, Bergoglio abbia assunto nel distribuire la comunione

Il miracolo eucaristico di Buenos Aires e le analisi scientifiche