La morte in epoca medievale e la nascita della figura del becchino

Durante il Medioevo si cristallizzano alcuni rituali funebri, tuttora applicati, inoltre, nasce la figura dell’impresario di onoranze funebri.
di Anna Rita Rossi 30 settembre 2021

Nei confronti della morte l’uomo medievale era diviso tra rassegnazione e fede. Ovviamente, la morte incuteva paura, soprattutto per le sorti dell’anima che poteva essere relegata all’inferno o ascendere al paradiso, a seconda della vita che un soggetto aveva condotto.

Una delle angosce più grandi era quella di morire all’improvviso ed essere privati della possibilità di confessare i propri peccati.

In ogni caso, la morte era anche considerata parte del ciclo vitale, quindi, era vista come una cosa naturale e tutti dovevano partecipare al trapasso di un individuo, che era vissuto con semplicità e tranquillità, senza emozioni eccessive. Ciò che contava, infatti, era il giudizio divino e per avere le carte in regola, era indispensabile morire, dopo aver riconosciuto i propri peccati e aver ottenuto l’assoluzione.

Nelle campagne, specie agli inizi del Medioevo, i riti legati alla morte erano di ascendenza pagana, la chiesa cercò di inglobare questi rituali o comunque di piegarli alla visione del cristianesimo. In questo periodo, si elaborò persino il concetto di un luogo di attesa: il Purgatorio – che prima dell’anno Mille non esisteva – un luogo dove le anime, che in vita non erano state del tutto malvage, ma neppure del tutto meritevoli del Paradiso, potessero aspettare che i vivi, attraverso le loro preghiere, acquistassero per loro la salvezza.

Fu la cultura monastica a iniziare a cristianizzare alcuni riti funebri. Il monastero di Cluny istituì, ad esempio, la festa dei morti, da celebrare il 2 novembre di ogni anno. In questo anniversario si pregava per le anime del Purgatorio, affinché potessero essere accolte in Paradiso il prima possibile.

Per quanto riguarda i riti funebri, le prime fonti di un certo rilievo appartengono: al rituale del convento di Rheinau (XII secolo); al Liber Ordinarius (1260); al libro degli statuti del Grossmünster di Zurigo (1346).
In base a tali testi, c’erano una serie di gesti rituali da compiere in punto di morte, come: la Commendatio animae, cioè la preghiera affinché l’anima fosse accolta in Paradiso; l’annuncio della morte con rintocchi di campana; la vestizione del morto; la veglia funebre; il corteo funebre; la sepoltura; la preghiera al cimitero; la commemorazione dei defunti.

Inoltre, i morti erano sepolti con le mani giunte o con le braccia conserte, mentre l’atto di vestire la salma rientrava tra le pratiche in vista del Giorno del Giudizio.

In base alle classi sociali, i rituali funebri variavano notevolmente. In caso di decesso di persone non abbienti o di ceto medio, la partecipazione alla cerimonia era limitata ai familiari e pochi altri. Per i nobili e il clero, invece, il corteo funebre era animato da una banda di suonatori ed erano coinvolte anche le prefiche che piangevano in cambio di una ricompensa.

Per quanto riguarda la sepoltura, durante il Medioevo, si effettuava vicino alle chiese. Si sfruttavano non solo le sepolture dentro le chiese, ma erano a disposizione anche il cortile, l’atrio e il chiostro e persino le zone vicine all’edificio ecclesiastico, purché consacrate. Le “posizioni” più richieste erano ovviamente quelle vicine alle reliquie di un santo.

I necrofori, i predecessori degli attuali impresari delle onoranze funebri, hanno sempre avuto un ruolo ben definito nelle pratiche funerarie e di sepoltura dei defunti. Per molto tempo, comunque, perseverò l’usanza che la salma fosse trattata solo dai familiari più prossimi.
Il termine necroforo deriva dal greco ed è composto dai termini: “necro” (morto) e “foro” (portatore) e definiva piuttosto chiaramente la funzione di tale figura.

In epoca medievale, la sepoltura del defunto era anch’esso un compito riservato ai familiari; il becchino si limitava a scavare la fossa, mentre il cimitero era gestito dai preti.
Le cose iniziarono a cambiare con un’epidemia di peste (1347-1352) che costrinse delle persone specifiche a occuparsi del trasporto delle salme e della loro successiva inumazione o cremazione. Fu proprio in questo periodo che quello del necroforo divenne un mestiere.

Con la nascita di una figura apposita che si occupava dei morti, iniziarono a sorgere superstizioni e fu attribuito anche una sorta di marchio a livello sociale nei confronti del necroforo.
Si iniziò a pensare che a causa del loro ripetuto contatto con i morti, questi individui portassero sfortuna e iniziarono contemporaneamente a fioccare i termini con cui indicare gli individui che svolgevano tale mestiere: affossatore, beccaio, cacciamuorte, campusanteri, fossore, pizzegamorto, schiattamuorto, seppellitore, e molti altri ancora.

I termini più gettonati, tanto da giungere fino a noi sono: becchinoe beccamorto. Pare che tali definizioni derivino dal fatto che il medico, per confermare la morte di un soggetto, pungesse in modo deciso la salma. Il termine “beccare il morto” significava, quindi, scoprire i simulatori, coloro che erano vivi e cercavano di spacciarsi per morti.

Nel trecento, durante le epidemie, i medici della peste erano abbigliati con una lunga veste nera, inoltre, indossavano una maschera, dotata di un grosso naso a punta (per evitare il contagio).
I becchini, invece, indossavano una lunga mantella nera, con un cappuccio a punta (becca).

In copertina: Michael Wolgemut, Danza macabra (1493) da Liber chronicarum di Hartmann Schedel
Francesco I
A morte subitanea et improvisa, libera nos Domine !