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SIAMO TUTTI GIUDEO-CRISTIANI?

Siamo tutti giudeo-cristiani? Per favore, siamo seri! Oggi parafrasando Croce dovremmo dirci tutti ebrei? Gesù era, sì, ebreo, ma un ebreo che dal giudaismo è stato rifiutato proprio a motivo dell’universalità del suo messaggio.

di

Francesco Lamendola

Abbiamo visto che l’intera macchina del Concilio Vaticano II è stata pensata, montata, attuata per soddisfare le richieste del giudaismo, e specialmente del B’nai B’rith, sfruttando magistralmente l’impazienza e le sincere ma assai confuse velleità di rinnovamento e di riforma che salivano dal clero cattolico. Abbiamo anche visto che il resto della Nostra Aetate è stato praticamente steso dai membri del B’nai B’rith, su invito e richiesta di Giovanni XXIII, il quale aveva chiesto loro cosa si aspettassero dalla Chiesa e dal concilio. Infine abbiamo visto che una tale “svolta”, se così la vogliamo chiamare, ma sarebbe più esatto chiamarla tradimento, fu reso possibile dal tentativo hitleriano di sradicare l’ebraismo dalla Germania e dall’Europa nell’ultima fase della Seconda guerra mondiale, dopo la Conferenza di Wannsee, e cioè fra il 1942 e il ’45; meglio ancora, dallo spregiudicato sfruttamento di tali drammatiche vicende da parte delle lobby e delle agenzie sioniste, ad esempio agitando lo spauracchio dei pretesi “silenzi” di Pio XII e quindi agendo con l’arma del ricatto morale: «Voi cristiani avete taciuto, quindi siete stati corresponsabili di quanto è avvenuto; adesso, il minimo che possiate fare a titolo di risarcimento è riconoscere che il vostro atteggiamento verso noi ebrei è sempre stato ingiusto, che per secoli ci avete iniquamente discriminati; e che adesso vi schieriate dalla nostra parte senza “se” e senza ”ma”». Tale ricatto ebbe, fra l’altro, un ruolo cruciale nel riconoscimento dello Stato d’Israele, nato il 14 maggio 1948, sacrificando sull’altare dei sensi di colpa europei la tragedia, che allora iniziava, del popolo arabo palestinese, scacciato dalle proprie case e costretto a vivere nei campi profughi dei Paesi finitimi dello Stato sionista; e si servì massicciamente dell’arma della propaganda mediatica, specie del cinema hollywoodiano, con film come Exodus che plasmarono l’immaginario del pubblico in senso acriticamente filo-israeliano.

Abbiamo inoltre visto come, per giustificare una simile svolta nelle relazioni con l’ebraismo, e indirettamente con le altre religioni, divenute improvvisamente strade lecite e buone per giungere alla verità divina, era necessario “normalizzare” la pastorale e la stessa dottrina cattolica, operando un radicale ripensamento del magistero, avendo però la somma abilità di non presentare tale ripensamento per quel che era, un capovolgimento di quanto la Chiesa ha sempre insegnato, bensì un “approfondimento”, dettato ai padri conciliari da una maggiore intelligenza della Rivelazione divina. E per prima cosa era necessario rimuovere la principale pietra d’inciampo sulla via di una simile “normalizzazione”: il fatto incontestabile che il giudaismo ha rifiutato Gesù Cristo, che lo ha messo a morte e ha perseguitato con estremo accanimento i suoi apostoli; e che poi, nel corso dei secoli, non che attenuare il suo odio anticristiano lo ha semmai centuplicato, alimentandolo senza sosta coi testi talmudici e con le loro preghiere e prescrizioni, che ingiungono agli ebrei di non vedere nei cristiani dei fratelli, e sia pure dei fratelli minori (visto che ora la chiesa post-conciliare vede negli ebrei dei fratelli maggiori), bensì dei nemici da esecrare e da rifiutare senza misericordia, applicando loro, alla lettera, la legge del taglione, non dimenticando la benché minima offesa, ma custodendo nel cuore ogni offesa, vera o presunta, per trarne inesauribile fonte di rancore e di maledizione nei confronti dei seguaci del falso messia, Gesù Cristo. Venne così inventata la pastorale del dialogo: pastorale perfidamente ingannatrice e falsificatrice del vero, come è dimostrato dal fatto che mentre i cattolici, a forza di “dialogare”, hanno finito per rinnegare di fatto il valore di Redenzione della morte di Gesù Cristo, dichiarando senza pudore che l’Antica Alleanza è sempre valida e che quindi gli ebrei, i quali tuttora maledicono e rinnegano Cristo, si salveranno quanto i cristiani, essi, dal canto loro, non hanno fatto la minima concessione, non hanno rivisto in una benché minima parte il loro atteggiamento, e restano più che mai arroccati sulle loro posizioni: di essere il solo popolo eletto, di aver fatto cosa buona e giusta mettendo a morte Gesù Cristo e di non avere alcuna lezione da imparare dalla storia, semmai un grosso credito morale da riscuotere, o per meglio dire un debito inestinguibile, che nessuno potrà mai pagare.

Una schiera di biblisti e di teologi postconciliari si è messa al lavoro per preparare le intelligenze a questa svolta radicale; per far loro dimenticare, insieme al Catechismo di Pio X, ciò che la Chiesa ha sempre insegnato riguardo agli ebrei, come del resto riguardo a tutte le false religioni: che non esiste salvezza fuori di Cristo e che gli ebrei non sono più i destinatari e i custodi della divina promessa, dopo aver voluto la morte del Salvatore ed essersi ostinati, per duemila anni, a negare la natura messianica, e perciò divina, del Cristo. Per giungere a tanto, non hanno lesinato sforzi e si sono spinti a un tal punto di audacia, da dar quasi l’impressione che gli ebrei, non i cristiani, sono in possesso della verità; che i cristiani devono guardare a loro con riverenza e umiltà, come si addice ai fratelli minori nei confronti dei fratelli maggiori; che devono scordarsi ogni pretesa di averli oltrepassati a motivo della loro fede in Cristo; e di tener presente che Gesù stesso, in fin dei conti, era un ebreo osservante, e pertanto che la nostra vera religione è, sì, il cristianesimo, ma sarebbe più esatto parlare di giudeo-cristianesimo, perché i primi seguaci di Gesù erano ebrei, la prima chiesa fondata dopo la sua morte era quella di Gerusalemme, e i pagani sono stati coinvolti nell’annuncio solo in un secondo momento, quasi si sia trattato di un accidente della storia e non la conseguenza diretta del fatto che la stragrande maggioranza di Israele non ne volle sapere del Cristo e del suo Vangelo, perseguitò i suoi seguaci e ciò indusse san Paolo e altri apostoli a rivolgere la loro predicazione verso le genti e non più solo verso gli ebrei. Inutile dire che ci sono state rifilate delle mezze verità mescolate con vere e propri menzogne, o ambiguità giocate spregiudicatamente sul filo della verosimiglianza storica e dell’ortodossia dottrinale. Perché, prendendole alla lettera e portandole alle loro logiche conseguenze, ne deriva che i cristiani dovrebbero farsi circoncidere, dovrebbero riconoscersi discepoli di un Rabbi ebreo, e considerarsi come gli inviati tardivi e tutto sommato non previsti al banchetto della divina Rivelazione.

E quanto alle radici della nostra civiltà, dovremmo chiamarle giudeo-cristiane, come del resto ormai fanno quasi tutti gli intellettuali sia laici che cattolici, scordandoci Platone e Aristotele e il fatto che lo stesso Vangelo è arrivato a noi in lingua greca, attraverso la cultura greca e secondo le categorie del pensiero greco; ossia, in altre parole, che le radici della nostra civiltà sono greco-cristiane e non giudeo-cristiane, visto che il giudaismo con la nostra cultura non c’entra nulla, se non per il fatto che Gesù era, sì, ebreo, ma un ebreo che dal giudaismo è stato rifiutato proprio a motivo dell’universalità del suo messaggio, che si diffuse grazie all’esistenza dell’Impero romano e quindi, fin dall’inizio, nella cornice dalla cultura greco-romana. Accettare l’impostazione filo-giudaica è come ammettere che il cristianesimo è stato qualcosa d’inutile; che la verità e la salvezza erano già nel giudaismo e che lì sono rimaste, nonostante tutto; che Gesù non è venuto ad aggiungere niente a ciò che già si conosceva per conseguire la salvezza; che la sua morte, peraltro voluta dai romani e non dagli ebrei (il che è una falsificazione storica bella e buona) in ogni caso non muta sostanzialmente la prospettiva; e quindi, in ultima analisi, che non si capisce bene né per quale motivo Gesù si sia incarnato e sia venuto fra gli uomini, né per quale ragione sia morto sulla croce, e poi sia risorto.

A tali assurdità conducono, necessariamente, le tesi di un libro come Cominciando da Gerusalemme di Francesco Rossi De Gasperis, un pupillo del cardinale massone e filo-ebreo Carlo Maria Martini (ma abituiamoci al concetto che filo-giudaismo e massoneria, o filo-massoneria, sono una cosa sola, quando si parla di membri del clero cattolico). Un libro di quasi 600 pagine, edito dalle Edizioni Piemme nel 1997, che vuol persuaderci del fatto che noi tutti siamo, in fin dei conti, giudeo cristiani; che amare il popolo ebreo equivale a rivalutare pienamente la componente ebraica del cristianesimo (ed ecco la commistione fra l’ebraismo come concetto etnico e l’ebraismo come religione); che i papi, i teologi, i concili anteriori al Vaticano II non avevano compreso queste cose, ma ora, per nostra fortuna, le abbiamo capite; e che a motivo del loro odio antiebraico i cristiani palestinesi si oppongono al dialogo con Israele e incoraggiano la resistenza armata dei palestinesi contro Israele. Tutte cose che spiegano perché durante il Vaticano II proprio i vescovi mediorientali, che per ogni altro rispetto si schieravano senza esitazione sul fronte progressista, riguardo alla Nostra aetate erano contrari, come erano contrari alle aperture verso il giudaismo. Il solo merito che riconosciamo a quel grosso volume che, teologicamente parlando, è un autentico delirio, è che l’Autore, nella foga delle sue argomentazioni, qualche volta si scorda la necessaria cautela e si lascia scappar di penna ciò che altri suoi colleghi più scaltriti sussurrano a mezza bocca, ma con la suprema abilità di rimangiarselo, se per caso qualcuno si rende conto della mistificazione e pretende un preciso chiarimento. Ad esempio, dopo aver ammesso, con molta riluttanza, che Israele non ha ancora riconosciuto il tempo della vista decisiva (p. 72), espressione sommamente edulcorata e pudibonda per dire che Israele ha rifiutato Gesù e ha voluto metterlo a morte e maledirne la memoria, arriva a esortare ad una lettura anzitutto ebraica delle Scritture e in particolare del Nuovo Testamento (p. 74), a riflettere che esistono due Israele, quello che accetta e quello che rifiuta Cristo, i quali pero sono entrambi pur sempre “Israele” (p. 77); che tra Israele e Gesù si è verificato uno scisma e che si tratta innanzitutto di uno scisma intra-giudaico (p.78). Dal che deriva, se le parole hanno un senso, che noi cristiani dovremmo considerarci degli ebrei che hanno riconosciuto Gesù, fratelli miniori di quegli altri ebrei che finora non l’hanno riconosciuto, ma si spera che prima o poi lo faranno; e insomma che tutta la cristianità altro non è che una variante del giudaismo, e la storia della Chiesa non è più la storia della salvezza del popolo di Dio, ma la storia di come i cristiani si sono scordati delle loro radici giudaiche, un grave errore di prospettiva cui il Concilio ha fortunatamente posto rimedio.

Tuttavia il vertice della mistificazione arriva più avanti, laddove si parla della Shoah, e il Nostro non esita a proporre che si consideri quest’ultima come l’evento che ha stabilito un prima e un dopo per la teologia e l’esegesi biblica cristiana (p. 432), il che è assurdo dal punto di vista storico e blasfemo dal punto di vista dottrinale. Come si può sostenere che la Shoah, un evento della storia moderna, suggerisce, o meglio impone, un radicale ribaltamento della prospettiva biblistica e teologica? Come si può sostenere che per leggere e capire correttamente la Bibbia e il Vangelo, il cristiano deve prendere la Shoah come punto di partenza e come elemento chiarificatore? Che c’entra la Shoah con la relazione fra i cristiani e la Bibbia, fra i cristiani e il Vangelo? Eppure è proprio ciò che sostiene il Nostro, il quale, citando F. Mussner, Il popolo della promessa, arriva a scrivere che Israele è la radice perenne della Chiesa; che il patto fra Dio e il popolo eletto perdura; e che per comprendere pienamente le Scritture i cristiani devono liberarsi dalle lenti deformanti dell’antigiudaismo, che li hanno resi incapaci di confrontarsi con il vero Israele, che Dio non ha mai ripudiato e che resta l’autentico popolo eletto (p. 433).

E potremmo continuare, ma crediamo che basti. Ce n’è più che a sufficienza per capire dove costoro volevano e vogliono andare a parare: a far sentire i cristiani perennemente minori, perennemente inadeguati, nonché perennemente in colpa per non aver capito una verità tanto semplice e lampante: che il popolo eletto da Dio sono gli ebrei, e non quelli che hanno creduto e credono nel suo Figlio; in altre parole, che tutta la storia del cristianesimo altro non è che la storia di uno scisma verificatosi all’interno di Israele, per cui, parafrasando Croce, dovremmo dirci tutti ebrei, invece che cristiani, dato che il concetto d’Israele include il concetto di cristiano, mentre il concetto di cristiano non include quello d’Israele. Capito? Ecco allora che diventano chiari una serie di fatti che, altrimenti, appaiono come stranezze inspiegabili. Ecco spiegate le visite dei papi alla sinagoga di Roma, i viaggi a Gerusalemme e ad Auschwitz, le soste dolorose presso il Muro del Pianto, la cacciata delle suore dal convento di Auschwitz, perché l’esistenza d’un convento cattolico offende la memoria delle vittime (che non furono però solo ebree); ecco gl’inchini e i baciamano ai sopravvissuti della Shoah; ecco l’atteggiamento di umiltà, contrizione, auto-umiliazione di tanti esponenti del clero ogni qualvolta s’incontrano coi fratelli maggiori; ecco le decine, centinaia e migliaia di visite private, sempre accordate dal Santo padre alle organizzazioni ebraiche, specie al B’nai Brith, i cui contenuti restano riservati, ma che a questo punto si possono bene immaginare; ecco il misterioso bloccarsi della proclamazione alla santità di Padre Léon Dehon, sulla base di strampalate accuse di antisemitismo per certi articoli sul giornale La Croix (confondendo volutamente antisemitismo e antigiudaismo religioso, che è tutt’altra cosa), mentre Bergoglio non trova il tempo di ricevere il cardinale Caffarra che voleva chiedergli chiarimenti su Amoris laetitia, o il cardinale Zen, venuto apposta per spiegargli la reale situazione dei cattolici cinesi dopo lo sciagurato accordo da lui voluto col regime di Pechino; ecco i silenzi imbarazzati sulla conversione di Edith Stein o del rabbino Eugenio Zolli. Tutto si fa chiaro, ancora e sempre, tenendo presente come è nata la Nostra aetate; e perché fu scomunicato monsignor Lefebvre; e perché dobbiamo biasimare i ‘silenzi’ di papa Pacelli.

Del 09 Ottobre 2020

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