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Daniele nella fossa dei leoni: il segreto della prosperità è la fedeltà a Dio

Commento di don Dolindo Ruotolo al capitolo VI del libro del profeta Daniele

* * *

San Girolamo e Giuseppe ebreo dicono che Dario, conquistata Babilonia, se ne ritornò nella Media con Daniele, dove suppongono avvenuti i fatti che qui si raccontano. I centoventi satrapi costituiti da lui corrispondono, infatti, alle province di quell’impero. San Girolamo aggiunge che il nome di Daniele era celebre presso Dario per ciò che egli aveva predetto a Baldassar, e per l’annuncio esplicito della vittoria dei Medi e dei Persiani; perciò, volendo stabilire una specie di triumvirato che prendesse cura degli affari dell’impero, costituì primo di tutti Daniele, come persona nella quale era più abbondante Io Spirito di Dio.

Questa preminenza che poneva di fatto Daniele a capo dell’amministrazione pubblica, suscitò l’invidia e lo sdegno di tutti i satrapi, e particolarmente degli altri due del supremo triunvirato; furono questi che, facendosi eco del livore di tutti, cercavano in che cosa potessero accusare Daniele presso il re e farlo cadere in disgrazia. Ma, con tutta la loro perfida volontà, non poterono trovare in lui fallo alcuno, perché egli era fedele e non dava mai occasione di sospettare di lui. Pensarono allora che potevano metterlo a cimento solo contrastandolo nella Legge di Dio, perché la sua profonda religiosità non gli avrebbe fatto mai trasgredire i doveri verso Dio per contentare il re. Concepirono, perciò, il diabolico disegno di provocare una legge imperiale che imponesse a tutti i sudditi, per trenta giorni, di non rivolgere preghiere ad alcuna divinità ma solo al re, riguardandolo così non solo come capo dell’impero, ma come unica divinità. Essi suggerirono così al re l’atto della più esosa tirannia che potesse concepire e, lusingando il suo orgoglio, dovettero prospettargli la cosa come un mezzo sicuro per accertarsi della fedeltà di tutti i sudditi.

Gl’ineffabili moderni cercano persino di giustificare simile orrore come una trovata politica, ma i loro cavilli non possono mai raggiungere lo scopo che si prefiggono, poiché il pretendere d’impedire ad un afflitto di pregare Dio è atto di stupida e spietata crudeltà.

Presentatisi al re, gli prospettarono il decreto che esigevano da lui, come una deliberazione presa all’unanimità dai grandi dell’impero, e gli domandarono che l’avesse sanzionata, facendone un decreto irrevocabile, e comminando a chi l’avesse trasgredito la pena d’essere divorato nella fossa dei leoni, cioè in una specie di vivaio di belve, serbate per questa orrenda pena capitale.

Simile decreto, proposto dai più fidati ministri in nome di tutti i grandi dell’impero, sembrò a Dario un mezzo per rassodare la sua sovranità ancora incerta per le inevitabili agitazioni di un impero appena costituito con i territori conquistati, e senz’altro lo propose come sua legge irrevocabile e lo firmò, facendolo promulgare per tutto l’impero.

A quale stato di vile servilismo erano ridotti quei popoli, da sottostare senza una protesta a simile imposizione! Daniele, saputo della legge, rispose con i fatti, continuando ad innalzare le sue preghiere a Dio tre volte al giorno, e mostrandolo apertamente. Egli apriva le finestre della sua casa che guardavano Gerusalemme, per rivolgersi al luogo dov’era stato il tempio di Dio, secondo il costume di tutti gli Ebrei, o deportati o dimoranti lontano dalla patria; pregava con rinnovato fervore nelle ore della preghiera, cioè a terza, sesta e nona.

All’ora di terza, fu data la Legge sul Sinai; a sesta fu elevato il serpente nel deserto; e a nona scaturirono le acque a Cades, per dissetare il popolo. A terza fu creato l’uomo, a sesta cadde, poiché è detto che Dio, dopo mezzogiorno, lo chiamò al rendiconto, e a nona fu cacciato dal luogo di delizie.

Forse Daniele ricordava queste ore solenni della storia dell’uomo e di quella del suo popolo, ed implorava grazie dalla bontà di Dio. Pregava perché la divina Legge fosse conosciuta e praticata, pregava perché fosse venuto il liberatore a salvare il mondo, e perché fossero scaturite nell’umanità le acque della grazia. Pregava adorando, riparando, implorando misericordia per tutti, e anche per il re; pregava col cuore angosciato per lo stato nel quale era ridotto il suo popolo.

Quello che avrebbe dovuto essere per lui un titolo di merito, divenne il capo d’accusa per comprometterlo col re e farlo condannare a morte. Gli scellerati, che avevano fatto emanare l’editto di piena idolatria al re, spiarono la vita e le abitudini di Daniele e, visto che egli pregava Dio, si recarono dal re per accusarlo e farlo condannare. Essi sapevano che il sovrano aveva una particolare considerazione per Daniele e, con diabolica malizia, cominciarono a domandargli se esisteva il decreto che condannava alla fossa dei leoni chiunque non avesse adorato altri che lui durante trenta giorni.

In realtà, quel decreto l’avevano formulato essi ed estorto, facendolo semplicemente firmare dal re ma, dopo averlo estorto ed avere compromesso così il prestigio reale, essi ci tenevano a farlo apparire come un decreto fatto e sanzionato in modo irrevocabile dal sovrano.

Così fanno dolorosamente quelli che si servono della suprema autorità per i loro intrighi e le loro passioni. Invece di essere ministri e servi del sovrano, essi lo asserviscono subdolamente con falsi consigli, estorcendone i decreti che loro fanno comodo; quando li hanno estorti, si dichiarano nuovamente e con somma ipocrisia servi del sovrano e, fingendo di essere gli esecutori della sua volontà e i rappresentanti del suo potere, danno corso con somma, scrupolosa misura ai decreti da essi provocati per dare sfogo alle loro passioni e per attuare i loro intrighi.

Questa trista genia di uomini si annida dovunque nelle corti di qualunque categoria, e persino nelle sante aule della Chiesa, presumendo a volte di asservire lo stesso supremo potere del Papa ad intrighi di gelosia e di basso orgoglio.
Il re, non supponendo lo scopo losco della domanda fattagli dai suoi ministri, rispose loro che il decreto c’era ed era irrevocabile. Allora essi accusarono Daniele di pregare tre volte al giorno il suo Dio contro il decreto stabilito, e ne reclamarono la condanna.

Il racconto sacro è un mirabile quadro della particolare psicologia di chi, stando a capo, si lascia raggirare dai suoi sudditi e ne diventa schiavo; è un quadro di un verismo impressionante, che mostra tutta la verità storica del racconto.

Il re aveva la possibilità e la forza per salvare decisamente Daniele, come lo dimostrò poi, dopo che il miracolo operato da Dio per salvarlo dai leoni gli palesò la malafede degli accusatori; in quel momento, però, stretto dalla suggestione di non mostrarsi volubile ed esautorato innanzi ai suoi ministri, egli ne subiva il fascino e ne diventava incoscientemente lo strumento. Avrebbe voluto agire di autorità, ma era come paralizzato dai loro sguardi e dalle loro parole e, quasi che fosse lui il suddito, cercava d’influire sul loro animo per indurli a desistere dalla richiesta di morte contro Daniele.

Voleva liberarlo, e fino al tramonto del sole si adoperava per farlo salvo, ma non agiva di autorità come avrebbe potuto e dovuto; era come soggiogato da quei suoi ministri, i quali, capita la sua debolezza, insisterono nel fargli notare che un decreto una volta emanato non poteva essere revocato, e lo piegarono al loro volere.

DANIELE VIENE GETTATO NELLA FOSSA DEI LEONI

Il re diede l’ordine di gettare Daniele nella fossa dei leoni, sembrandogli di non poter fare altro per liberarlo. Addolorato com’era e sconvolto dall’ingiusta sentenza promulgata, si rimise alla potenza di Dio, adorato fedelmente dalla sua vittima e non s’accorse d’essere caduto in un assurdo tragicamente ridicolo: aveva fatto il decreto che non si potesse pregare altri che lui, e si mostrava impotente non diciamo a concedere grazie, ma a far valere la sua normale autorità di re.

Che razza di divinità era lui se non era buono ad esaudire, per così dire, le proprie preghiere, e provvedere a se stesso? D’altra parte, egli, proprio quando condannava a così atroce morte un giusto per aver pregato Dio, si rimetteva al Dio vivente da lui invocato perché lo avesse liberato, e praticamente trasgrediva egli per primo il decreto per il quale condannava a morte quel giusto. Non poteva essere più illogico e più ingiusto. Stretto, però, dall’angustia, egli volle tutelare Daniele almeno contro le insidie dei suoi nemici, pensando che questi lo avrebbero ucciso se il Signore l’avesse scampato. Perciò, chiusa la porta della fossa dei leoni con una pietra, vi appose il suo sigillo e quello dei suoi grandi, affinché nessuno avesse potuto aprirla. Aveva più fiducia che i leoni avessero rispettato Daniele per potenza di Dio, che l’avessero risparmiato i suoi nemici; si affidava quasi più ai leoni che a quegli uomini perfidi, più crudeli delle medesime belve.

Chiusa la dimora dei leoni, il re se ne ritornò a casa tutto sconcertato e non volle neppure cenare né, messosi a letto, poté prendere sonno. Il suo pensiero era sempre a Daniele, e sospirava il giorno per andare a constatare che cosa fosse avvenuto di lui.
Difatti, a primissima mattina, alzatosi andò in fretta alla fossa dei leoni, e chiamatolo a gran voce gli parlò così: «Daniele, servo di Dio vivo, il tuo Dio a cui tu servi sempre, ha potuto liberarti dai leoni?». E Daniele rispose al re e disse: «Vivi, o re, in eterno. Il mio Dio ha mandato il suo angelo, ed ha chiuso la bocca dei leoni e non mi hanno fatto alcun male, poiché innanzi a Lui è stata trovata in me la giustizia; ma anche a tuo riguardo, o re, io non ho commesso alcun delitto».

Era la voce della giustizia e della verità che s’imponeva alla più esosa ingiustizia ed alla menzogna, era la gloria di Dio vivente che si affermava contro la scelleratezza umana. Quella voce, dal fondo di quell’avvallamento dov’erano custoditi i leoni, risuonò come voce del trionfo di Dio, e sembrò al re come se venisse da un altro mondo. Egli che si aspettava di trovare nella fossa appena qualche osso di Daniele, ne sentì la voce e, sportosi, lo poté vedere in piedi, con i leoni d’intorno, i quali, benché affamati, gli facevano quasi corona.

Era uno spettacolo grandioso nella sua semplicità, ed il re, stupito e commosso, ordinò che immediatamente fosse tolto dalla fossa. Fu tratto fuori, e naturalmente tutti gli si affollarono intorno per constatare il grandioso miracolo di Dio, e poterono osservare che sul suo corpo non v’era lesione alcuna. Aveva avuto fede nel suo Dio – dice il Sacro Testo – e la sua incolumità mostrava quanto quella era vera, glorificandola innanzi a tutti.

Il re, in quel trionfo di Dio, sentì come rinascere la propria autorità e, senza pensare più al decreto che aveva fatto ed alla sua irrevocabilità, ordinò che fossero condotti davanti a lui quelli che avevano accusato Daniele, insieme con le loro mogli e i loro figli, e li fece gettare nella fossa dei leoni, dai quali, prima che fossero arrivati al fondo, cioè in un momento, furono divorati.

Era il supplizio allora usuale che s’infliggeva ai delinquenti, coinvolgendo nella condanna anche le loro famiglie; era un supplizio ingiusto e crudele, ma quelle famiglie non erano innocenti della condanna inflitta a Daniele avevano certamente congiurato con i loro congiunti, ed il castigo fu per esse meritato. Non era stato piccolo delitto provocare l’empio decreto dell’adorazione del re, pur di perdere un innocente, reo solo della sua fedeltà a Dio.

Noi dobbiamo guardare questo lato dell’episodio penoso, e non possiamo farci vincere da un sentimentalismo fuori posto. Sappiamo, poi, che Dio è infinita Bontà e Carità, e possiamo affermare che, se Egli permise quel supplizio, lo permise per usare misericordia a quelle anime. Egli volle glorificarsi innanzi a tutte le genti nei secoli, e mostrò la sua giustizia per usare misericordia, com’è sua divina abitudine. A noi non resta che considerare gl’insegnamenti che Egli ci dà, e adorarlo profondamente.

Questo sentì anche Dario innanzi a quella manifestazione di potenza divina, e per riparare lo stolto ed empio decreto che aveva fatto, comandando che fosse adorato lui solo, ne fece un altro col quale comandò che fosse temuto e adorato il Dio di Daniele, proclamandolo Dio vivente ed eterno nei secoli, re immortale, liberatore e salvatore, che salvò Daniele dalla fossa dei leoni, e fa prodigi in cielo e in terra. Inoltre egli continuò ad onorare Daniele nella sua corte e lo fece onorare anche da Ciro, che era il capo e il dominatore di tutto l’impero.

(...)

PER LA NOSTRA VITA SPIRITUALE

In mezzo al mondo che adora i suoi idoli, e non sa sperare il benessere che dai suoi feticci, l’anima cristiana, rivolta al tabernacolo eucaristico, prega ricordando i grandi Misteri della redenzione: a terza discese lo Spirito Santo sugli Apostoli, e fu promulgata la Nuova Legge, a sesta fu crocifisso il suo Re e a nona morì per la sua salvezza, meritandole la luce della verità e l’effusione dell’eterno vivificante Amore, che la fece creatura nuova.

L’anima, pregando, si mostra fedele a Dio e ne magnifica la gloria; al mattino è avvolta dalla luce della resurrezione di Gesù Cristo, e sorge anch’essa dal sonno per ricominciare la vita, gloriosa nella santità e nell’amore. A mezzogiorno è avvolta dalla luce dell’Ascensione, poiché in quell’ora Gesù si sollevò dalla terra, e pregando si eleva anch’essa nel Cielo. Al Vespro è tutta raccolta nella croce del Redentore, e raccoglie le pene della propria giornata come la crocifissione sua e il suo sacrificio d’amore. Pregando, si unisce al suo Redentore vivente nell’Ostia divina, e si oppone allo spirito del mondo, idolatra dei sensi, schiavo delle terrene potestà, ucciso dalle passioni nella sua vita più bella, che è quella della grazia.

Che importa all’anima cristiana del mondo?

Essa vive tre le terrene cose come nella fossa dei leoni, poiché è circondata da pericoli e da angustie, ma confidando in Dio ne è liberata. Niente può nuocerle, quando sta tutta nelle mani di Dio. Come il re pose il sigillo alla fossa dei leoni perché nessuno avesse fatto del male a Daniele, così Dio mette come suggello la sua protezione sull’anima che gli è fedele, la libera dai pericoli del mondo, del demonio e della carne, e la trae Egli stesso sana e salva dalle miserie della vita all’eterna gloria.

Il grande segreto della prosperità della vita sta nella fedeltà a Dio e nella preghiera; vengono, sì, i momenti delle prove e quelli delle grandi tribolazioni, ma il Signore manda l’angelo suo a chi lo invoca, chiude le bocche che si aprono contro di noi per divorarci e, quando sembra tutto perduto, improvvisamente ci libera.

La preghiera è la più grande armonia della nostra vita terrena, e non può essere confusa con i fragori del mondo nelle distrazioni e nelle negligenze volontarie.

Se si ascolta una musica soave, nulla è più fastidioso quanto il sentire dei laceranti fragori o il cicaleccio di gente importuna; chi si adatta facilmente a questi fragori e a questi cicalecci mostra di non gustare la musica, e di non intendere le sue armonie e i suoi ritmi. La distrazione è come un fragore e un cicaleccio nell’armonia della preghiera, lacera l’anima e le rende impossibile gustare le gioie celesti.

Per questo, Dio permette tante tribolazioni nella vita, e ci raccoglie almeno in Lui col vivo desiderio di uscire dalle nostre tribolazioni. Non ci agitiamo nelle pene; dilatiamo l’anima nella preghiera e, pur stando nella fossa dei leoni, confidiamo nell’infinita bontà e misericordia che ci libera da ogni male.
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