I sacrifici umani in età pre-colombiana, dalla cultura Chimú, alla cultura Moche, dal Signore di Sipán alla Torre di teschi Azteca, lo Tzompantli

I sacrifici umani in età pre-colombiana, dalla cultura Chimú, alla cultura Moche, dal Signore di Sipán alla Torre di teschi Azteca, lo Tzompantli

I/ Attestazioni archeologiche di sacrifici umani nelle civiltà pre-colombiane. Appunti di Andrea Lonardo

Riprendiamo sul nostro sito alcuni appunti di Andrea Lonardo. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. la sezione Storia dell’America Latina.
Il Centro culturale Gli scritti (2/3/2021)


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Il tempio di Huitzilopochtli era, insieme al tempio di Tlaloc, uno dei due templi che costituivano i complesso cultuale più importante della capitale azteca di Tenochtitlán
(l’attuale Città del Messico).
Bernardino de Sahagún descrive così i sacrifici umani che avvenivano in quel tempio piramidale:
«L'ultimo giorno di questo mese si celebravano feste molto solenni in onore del dio chiamato Xipe Tótec, e anche in onore di Huitzilopuchtli. Durante questi festeggiamenti sacrificavano tutti i prigionieri, uomini, donne e bambini.

Prima di ucciderli, si eseguivano le seguenti cerimonie:
-) La vigilia della festa, dopo mezzogiorno, quelli che dovevano morire incominciavano un solenne areito [cerimonia] e vegliavano tutta la notte, nella casa chiamata calpulco. Qui strappavano loro i capelli del centro della nuca, ed erano soliti estrarre sangue dalle orecchie dei prigionieri per offrirlo agli dèi. Questa cerimonia avveniva accanto al fuoco e nel cuore della notte.

-) All'alba li portavano sul luogo dove li dovevano sacrificare, che era il tempio di Huitzilopuchtli. Lì i ministri del tempio li uccidevano [...] e li scorticavano tutti. E per questo chiamavano la festa tlacaxipehualiztli, che significa «scorticatura degli uomini », e le vittime erano chiamate xipeme oppure tototecti. Il primo termine vuol dire «scorticato»; il secondo, «i morti in onore del dio Tótec».

-) I padroni dei prigionieri li consegnavano ai sacerdoti che si trovavano di sotto, ai piedi del cu [tempio], e questi li trascinavano per i capelli, ciascuno tenendo il suo, su per la scalinata. E se qualcuno si rifiutava di salire, veniva trasportato fin dove si trovava il ceppo di pietra su cui doveva essere ammazzato. I sacerdoti strappavano loro il cuore e, offrendolo come si è detto prima, lo gettavano giù per la scalinata, dove si trovavano altri sacerdoti intenti a scorticare gli altri. Questo si faceva nel cu di Huitzilopuchtli. [...]

Il sacerdote principale di quella festa, che si chiamava yohuallahua, si sedeva al posto d'onore, dato che spettava a lui il compito di estrarre i cuori di quelli che venivano sacrificati.

E, stando sempre seduti, gli indi cominciavano a suonare i flauti, i corni e le conchiglie, a fischiare e a cantare. Quelli che cantavano e suonavano portavano appoggiati sulle spalle vessilli fatti di piume bianche, infilate su lunghe aste, e se ne stavano seduti in ordine intorno alla pietra, un po' più lontani dei sacerdoti. Stando quelli seduti, si avvicinavano uno alla volta coloro che avevano dei prigionieri da sacrificare. Ciascuno trascinava il suo prigioniero per i capelli sino alla grande pietra del sacrificio. Lì i sacerdoti gli davano da bere il vino del luogo, il pulcre, e appena il prigioniero riceveva la coppa di pulque [liquore ottenuto dalla fermentazione dell’agave], la sollevava verso oriente, poi verso settentrione, poi a occidente e infine a mezzogiorno, come avesse voluto offrirla alle quattro parti del mondo. Compiuti questi gesti, beveva, non direttamente dalla coppa, bensì succhiando attraverso una cannuccia cava. Dopo di che si avvicinava un sacerdote con una quaglia, e le mozzava la testa, strappandogliela di fronte al prigioniero che doveva morire. Sempre lo stesso sacerdote prendeva lo scudo del prigioniero e lo sollevava in alto, e poi gettava dietro di sé la quaglia alla quale aveva strappato la testa. Fatto questo, facevano salire il prigioniero sulla pietra rotonda, che era fatta come una mola da macinare. Arrivava allora un sacerdote o ministro del tempio, che indossava la pelle di un orso, il quale era come il padrino di quelli che lì dovevano venir sacrificati. Prendeva una corda, che usciva da un buco nel centro della pietra e con essa legava in vita il prigioniero. Poi gli dava una spada di legno, alla quale al posto delle lame erano state incollate delle piume di uccello sui bordi, e anche quattro bastoni di pino con i quali doveva difendersi cercando di colpire i suoi avversari.
Intanto il padrone del prigioniero, dopo averlo lasciato sulla pietra, se ne tornava al suo posto, dal quale, mentre ballava, poteva osservare quello che capitava all'uomo che aveva catturato.
Poi, quelli che si erano preparati a lottare, uno alla volta iniziavano il combattimento con il prigioniero. Qualche prigioniero, che era valoroso, stancava i quattro che lottavano con lui e che non riuscivano a vincerlo.

Allora arrivava un quinto, che era mancino e usava la mano sinistra come fosse la destra. Questi riusciva a vincerlo, gli toglieva le armi, e lo buttava a terra. Subito sopraggiungeva quello che era detto yohuallahua, gli apriva il petto e gli strappava il cuore.
Qualche volta i prigionieri, non appena si vedevano legati alla pietra, perdevano il coraggio e le forze: come sonnambuli, senza volontà, prendevano le armi, ma si lasciavano subito vincere
, e veniva loro strappato il cuore sulla pietra.

Altre volte c'erano prigionieri che svenivano; non appena si vedevano legati alla pietra, si buttavano a terra senza prendere nessun’arma, dimostrando di non desiderare altro che venire subito uccisi. Allora li afferravano e li buttavano di spalle sul bordo della pietra. Colui che era chiamato yohuallahua gli apriva il petto e gli strappava il cuore, lo offriva al sole e lo buttava nel recipiente di legno. E poi un altro sacerdote prendeva una canna cava e la metteva nel buco da cui gli avevano estratto il cuore, e la immergeva nel sangue; e, immersala più volte, offriva quel sangue al sole. Quindi, versatolo in un recipiente con i bordi guarniti di piume, lo consegnava al padrone del prigioniero. Nello stesso recipiente era contenuta una canna, ornata di piume e con essa il padrone faceva il giro delle varie stazioni [degli altari], per rendere omaggio a tutte le statue degli dèi conservate nei templi e nei calpules. A ognuna di queste porgeva la canna bagnata di sangue, come per dare ad assaporare il sangue del suo prigioniero. Adempiva a questo rituale, coperto dei suoi piumaggi e di tutti i suoi gioielli»[1].

Ora le indagini archeologiche confermano quanto si sapeva da quegli antichi testi e, dalle diverse civiltà pre-colombiane, emergono elementi che attestano in maniera evidente quanto era già noto.
Il dato permette ancora una volta di confermare come in ogni civiltà antica e moderna il discernimento si debba esercitare solo in maniera complessa e complementare, esaltandone gli elementi di bene, ma anche denunciandone gli elementi negativi e, infine, da un punto di vista cristiano, mostrando come la fede si proponga come il compimento di un attesa che è implicita, poiché ogni vera cultura è dinamica ed aperta ad un di più che le manca[2].
II/ I sacrifici umani nella civiltà Chimú
1/ Las Llamas - Huanchaquito. Il più grande sacrificio rituale di bambini della storia? In Perù sono stati trovati i resti di almeno 140 bambini (e di centinaia di lama), uccisi 550 anni fa dalla civiltà Chimú

Riprendiamo da Il Post del 28(4/2018 (Il più grande sacrificio rituale di bambini della storia? - Il Post) un articolo redazionale. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. la sezione Storia dell’America Latina.
Il Centro culturale Gli scritti (2/3/2021)


Nel nord del Perù sono stati trovati i resti di un sacrificio rituale compiuto circa 550 anni fa, in cui furono uccisi almeno 140 bambini di età compresa fra i 5 e i 14 anni: è il più grande sacrificio di bambini di cui esistano prove, secondo gli archeologi. Il sacrificio sarebbe stato compiuto dalla civiltà Chimú, sconfitta dagli Inca prima che in Sudamerica arrivassero gli europei. Oltre alle ossa di 140 bambini sono state trovate anche quelle di almeno 200 lama: sia i lama che i bambini avevano le costole rotte, perché sembra che il rituale prevedesse l’asportazione del cuore.

Il luogo degli scavi è noto come Las Llamas e si trova vicino a Trujillo, una città circa 800 chilometri a nord di Lima, la capitale del Perù. Llas Lamas è su una collina a qualche centinaio di metri dall’oceano Pacifico. Attorno agli scavi è pieno di case, palazzi e cemento. Gli scavi iniziarono nel 2011 e sono stati svolti da un gruppo internazionale e interdisciplinare, grazie a fondi messi a disposizione dalla National Geographic Society. John Verano, un antropologo della Universidad Nacional de Trujillo, ha detto che sia per lui che per molti altri colleghi il numero dei bambini sacrificati è ben oltre quello immaginato all’inizio degli scavi.

I ricercatori hanno usato il radiocarbonio per datare alcuni reperti trovati a Las Llamas e hanno spiegato che il sacrificio deve essere stato compiuto tra il 1400 e il 1450, cioè diversi decenni prima dell’arrivo degli europei. Le costole rotte e i tagli allo sterno trovati negli scheletri di lama e bambini mostrano che l’uccisione e la probabile asportazione del cuore fu fatta da qualcuno molto esperto, che aveva una certa pratica in quello che stava facendo. Gran parte dei bambini fu sepolta con lo sguardo rivolto verso il mare, gran parte dei lama con lo sguardo rivolto verso la terra. I ricercatori hanno pochi dubbi sul fatto che bambini e lama furono uccisi tutti insieme, nella stessa cerimonia: «È stata un’uccisione rituale ed è stata sistematica», ha detto Verano.

I ricercatori hanno detto di aver trovato anche tracce e impronte che dimostrano come prima di essere uccisi i bambini furono obbligati a camminare per circa un chilometro e mezzo, in una specie di processione. Gli scienziati del progetto dovranno ora analizzare il DNA dei resti dei bambini trovati, soprattutto per capire se fossero imparentati tra loro.

I Chimú furono una civiltà precolombiana che si sviluppò a partire dal Decimo secolo, nelle aree in cui oggi ci sono Perù e sud dell’Ecuador, soprattutto sulle aree costiere. Come ha scritto Kristen Romey sul National Geographic, «solo gli Inca comandavano su un impero più vasto e attorno al 1475 dopo Cristo, grazie alla loro maggiore forza, posero fine all’impero Chimú». Veneravano la Luna ed erano particolarmente bravi ed efficaci nel realizzare canali di irrigazione.
I sacrifici rituali erano comuni in molte società del passato, in particolare in quelle sudamericane. I sacrifici rituali di bambini erano però meno usuali, o comunque ne sono rimaste pochissime prove o tracce. Gli archeologi e gli scienziati che hanno lavorato a Las Llamas hanno spiegato che probabilmente il sacrificio fu fatto in seguito a un grave evento alluvionale che colpì le aree in cui viveva la civiltà Chimú, probabilmente per via del fenomeno noto oggi come El Niño. L’ipotesi (basata sulla presenza di molti strati di fango nell’area degli scavi) sostiene che le forti piogge distrussero i canali di irrigazione, allagando le coltivazioni e causando problemi di sostentamento. All’aggravarsi dei problemi, qualcuno nella civiltà Chimú avrebbe quindi deciso che i sacrifici di adulti non erano più sufficienti.
2/ Pampa la Cruz (56 corpi) e Huanchaco vicino Pampa la Cruz. In Perù sono stati scoperti i resti di un altro grande sacrificio rituale di bambini. Almeno 227 cadaveri, la terza scoperta di questo tipo in un anno e la più grande al mondo finora: secondo gli archeologi risalgono ad almeno 600 anni fa
Riprendiamo da Il Post del 28/8/2019 (In Perù sono stati scoperti i resti di un altro grande sacrificio rituale di bambini - Il Post) un articolo redazionale. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. la sezione Storia dell’America Latina.
Il Centro culturale Gli scritti (2/3/2021)
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Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziane, Med. Palat. 220, c. 475r
Uno degli edifici più importanti del Recinto Sacro di Tenochtitlán è lo tzompantli “muro o fila di craniˮ. Si tratta di un altare su cui vengono collocati dei crani umani disposti su file parallele, grazie a una perforazione all’altezza delle tempie che permette di farvi passare un palo. In genere si dispongono più pali in orizzontale, ma in alcuni casi i crani sono infilzati infilati su pali verticali. Anche il basamento della struttura può essere decorato con teschi, alternati a ossa lunghe incrociate. Spesso nelle città mesoamericane gli tzompantli si ergono vicino ai campi del gioco della palla.
L’esposizione pubblica dei teschi ha come obiettivo quello di onorare gli dèi, ma rappresenta anche la manifestazione più evidente del controllo politico-religioso che gli Aztechi esercitano sugli altri popoli: i teschi esposti appartengono infatti a prigionieri di guerra sacrificati agli dèi.

Secondo alcune testimonianze, all’arrivo degli spagnoli i teschi esposti nello Hueyi Tzompantli di Tenochtitlán (lo tzompantli del Recinto Sacro) erano 136.000. Nonostante la natura delle fonti possa far supporre una certa esagerazione, è probabile che il numero fosse comunque incredibilmente elevato. Sembra inoltre che nella stessa città vi fossero almeno altre cinque altari di questo genere, anche se di dimensioni presumibilmente minori.

Bernal Díaz del Castillo, soldato di Cortés, racconta che quando nel 1520 gli Spagnoli sono obbligati a lasciare Tenochtitlán a seguito di una rivolta, gli Aztechi innalzano uno tzompantli per mostrare le teste dei soldati e degli animali catturati tra le file dei nemici. L’immagine a fronte si riferisce invece a una delle tante battaglie combattute dagli Aztechi contro gli Spagnoli e i loro alleati messicani (Tlaxcaltechi, Texcocani, Clachi, Xochimilchi), in cui gli Aztechi fanno cinquantatré prigionieri: li «uccisero a uno a uno - scrive Sahagún - strappando loro il cuore… Prima uccisero gli spagnoli e poi tutti gli indigeni i loro amici. Dopo averli uccisi posero le teste su dei pali, di fronte agli idoli… quelle degli spagnoli più in alto, quelle degli altri indigeni più in basso e quelle dei cavalli più in basso ancora».
Probabilmente i cavalli vengono sacrificati ed esposti sull’altare alla stregua dei soldati spagnoli perché considerati essi stessi valorosi combattenti. Questi animali suscitano grande curiosità negli Aztechi che non gli hanno mai visti e che in un primo momento pensano di trovarsi di fronte a un’unica creatura formata da cavallo e cavaliere.
Appendice. Qhapaq Ñan, la Gran Ruta Inca
Quando gli spagnoli iniziarono a confrontarsi, per poi sconfiggerlo, con l’impero Inca, nel 1532, questo era forse il più grande del mondo e gli Inca avevano assoggettato a sé più di 80 differenti etnie.
La capitale Inca venne chiamata Cuzco, che significa ombelico, ombelico del mondo, proprio perché l’impero ambiva a prospettive universali - ovviamente anche nell’America del sud si ignorava che esistesse un altro mondo, si ignorava che esistesse l’occidente, come l’occidente ignorava l’esistenza delle Americhe.
L’immagine più chiara di tale dominio è dato dal Qhapaq Ñan, la Gran Ruta Inca. Gli Inca avevano costruito un sistema stradale che andava dall’odierna Colombia agli odierni Cile e Argentina, per oltre 30.000 chilometri, per poter spostare le truppe imperiali, così come per commerciare da un capo all’altro del loro impero.
Moltissimi tratti di tale Ruta sono ancora chiaramente visibili, con il loro basolato. La Ruta in realtà non era unica, ma comprendeva una variante nell’interno ed una più vicina alla costa, con tratti che le congiungevano e tratti che raggiungevano poi siti particolarmente importanti.

La Gran Ruta, come un simbolo, permette di capire perché tanti popolo pre-colombiani si unirono agli spagnoli per liberarsi dal giogo Inca.
Ovviamente essi incapparono poi in un nuovo gioco, ma, agli inizi, preferirono schierarsi con i nuovi arrivati per sconfiggere gli antichi oppressori Inca.
D’altro canto la Gran Ruta è di una bellezza incomparabile ed ha la stessa funzione che ebbe il sistema viario romano, permettendo uno sviluppo di civiltà, pur se guidato da imperatori che miravano a tenere ben saldo il potere nelle loro mani.
Note al testo
[1] Bernardino de Sahagún, Historia general de las cosas de la Nueva España, in Nuovo Mondo. Gli spagnoli, Torino, Einaudi, 1992, pp. 188-190. L’opera è composta fra il 1540 e il 1585.
[2] La proposta della complementarietà di un triplice atteggiamento, quello di accogliere, di rifiutare e di portare a compimento è stato formulato chiaramente da J. Ratzinger in occasione dell’incontro dei vescovi della FABC (Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche), Hong Kong, 2-6 marzo 1993 (cfr. Inculturazione o inter-culturalità? Cristo, la fede e le culture, dell’allora cardinal Joseph Ratzinger), dove ha affermato:
«Possiamo constatare che la storicità di una cultura, il suo movimento attraverso il tempo, comprende il suo essere aperta. Una singola cultura non vive solamente la propria esperienza di Dio, del mondo e dell’uomo. Piuttosto, necessariamente, incontra sulla sua via altre culture con le loro esperienze tipicamente differenti, e deve confrontarsi con esse.
Così, una cultura approfondisce e raffina le proprie intuizioni e valori, nella misura in cui è aperta o chiusa, internamente vasta o stretta. Questo può portare ad una profonda evoluzione della sua primitiva configurazione culturale e questa trasformazione non può in nessun modo essere definita alienazione o violazione. Una trasformazione ben riuscita è spiegata dall’universalità potenziale di tutte le culture, che diventa concreta in una data cultura attraverso l’assimilazione delle altre e la sua interna trasformazione.
Un tale procedimento può anche risolvere l’alienazione latente dell’uomo dalla verità e da se stesso, che una cultura può albergare. Può significare la Pasqua di salvezza di una cultura: mentre sembra morire, la cultura realmente nasce, ritrovando pienamente se stessa per la prima volta.
Per questo motivo noi non dovremmo più parlare di "inculturazione", ma di incontro di culture o "inter-culturalità", se vogliamo forgiare una nuova espressione. Infatti l’inculturazione presume che la fede, liberata dalla cultura, sia trapiantata in un’altra cultura religiosamente indifferente, dove due soggetti, sconosciuti l’uno all’altro, si incontrano e si fondono.
Ma questo modo di concepire l’incontro della fede con le culture è anzitutto artificiale e irrealistico, perché, con l’eccezione della civiltà moderna tecnologica, non esiste una fede senza cultura o una cultura senza fede. È difficile immaginare come due organismi, estranei l’uno all’altro, possano diventare improvvisamente un insieme coerente in un trapianto che arresta lo sviluppo di ambedue. Invece, se è vero che le culture sono potenzialmente universali e aperte l’una all’altra, l’inter-culturalità può portare a una fioritura di nuove forme. [...]
Ne consegue che ogni elemento che in una cultura esclude questa apertura e scambio va giudicato come una deficienza di quella cultura, poiché l’esclusione degli altri va contro la natura dell’uomo. Il segno della nobiltà di una cultura è la sua apertura, la sua capacità di dare e di ricevere, che le permetta di essere purificata e di diventare più conforme alla verità e all’uomo. [...]
In verità, la storia della fede in Israele incomincia con la chiamata di Abramo: "Esci dalla tua terra, dalla tua stirpe e dalla casa di tuo padre" (Gen 12, 1): incomincia con una rottura culturale. Questa rottura con la sua storia precedente, questo andare oltre segnerà sempre l’inizio di una nuova epoca nella storia della fede.
Ma questo nuovo inizio si manifesta come un potere risanante e capace di attirare a sé tutto quello che è umano, tutto ciò che viene realmente da Dio. "Quando sarò elevato da terra, attirerò a me tutti gli uomini" (Gv 12, 31): queste parole del Signore risorto si applicano anche qui. La croce è prima di tutto rottura, espulsione, elevazione dalla terra, ma proprio per questo diventa un nuovo centro di attrazione magnetica, che orienta la storia del mondo verso l’alto e raduna gli uomini divisi.
Chiunque entra nella Chiesa deve essere cosciente di entrare in un soggetto culturale con la sua inter-culturalità che s’è sviluppata nella storia con molteplici manifestazioni. Non si può diventare cristiani senza un certo "esodo", una rottura con la precedente vita in tutti i suoi aspetti. La fede non è una via privata a Dio, essa conduce dentro al Popolo di Dio e nella sua storia. Dio ha legato se stesso ad una storia che ora è anche la sua e che noi non possiamo rifiutare. Cristo resta uomo in eterno, egli conserva il suo corpo nell’eternità. Essendo uomo e avendo un corpo, inevitabilmente questo include una storia e una cultura, una particolare storia e cultura, lo vogliamo o no.
Noi non possiamo replicare l’avvenimento dell’incarnazione per accontentare noi stessi, nel senso di rimuovere la carne di Cristo e offrirgliene un’altra. Cristo rimane Se stesso, col Suo vero corpo. Ma Egli ci attira a sé».
[3] Sul Signore di Sipán, cfr. on-line A 27 anni dalla scoperta del Señor de Sipàn, il più importante ritrovamento degli ultimi 30 anni in Perù, incontro a Roma e Milano con il suo scopritore, Walter Alva da cui abbiamo tratti i dati che presentiamo.
[4] Per quanto segue, cfr. il sito huacas.com (Human Sacrifices at the Huaca de la Luna).

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